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Storia e storiografia

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Storici dell’Ecole des AnnalesStorici dell’Ecole des Annales
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3.7

La storiografia musulmana

Molti popoli non occidentali hanno tradizioni di scrittura della storia che risalgono all’antichità. Come quello degli antichi ebrei, l’interesse musulmano per la storiografia traeva impulso dalla fede religiosa e ne era fortemente influenzato. Il profeta Maometto, considerato il successore dei profeti ebrei e cristiani, infuse nell’Islam un forte senso della storia. La compilazione e la ratifica dell’Hadith, l’insieme delle tradizioni che con il Corano costituivano la base della legge islamica, resero presto necessario lo sviluppo di competenze storiche. Nell’VIII e nel IX secolo i teologi come gli storici erano impegnati nella stesura di un’autorevole documentazione della vita e dell’insegnamento di Maometto. Lo storico persiano at-Tabari scrisse una Storia dei profeti e dei re (915 ca.) che divenne la fonte riconosciuta della storia islamica antica. Una peculiarità degli storici musulmani era la registrazione delle vite di uomini devoti e dotti, piuttosto che di capi politici e militari, dal momento che consideravano le vite delle persone devote come un metro più sicuro per valutare il progresso spirituale della società. I dizionari biografici ebbero quindi una lunga e importante tradizione a partire da quelli che registravano le vite dei discepoli di Maometto.

Nel XIV secolo lo storico arabo Ibn Khaldun scrisse una storia universale che rivela la straordinaria estensione del suo sapere e la sua singolare capacità di concepire teorie generali per spiegare secoli di sviluppo sociale e politico. Fu l’unico storico musulmano a individuare motivi sociali ed economici alla base del cambiamento storico, ma la sua opera, per quanto ampiamente letta e imitata, restò di fatto ininfluente fino al XIX secolo, quando venne scoperta dalla cultura occidentale.

3.8

La storiografia cinese

Tra le nazioni del mondo, la Cina è quella che possiede la più lunga e voluminosa registrazione del proprio passato. La storiografia costituì un interesse dei cinesi colti fin dai tempi più antichi, e le si affidava il compito di trasmettere lezioni che si potessero applicare alla vita dell’uomo. Le lezioni della storia erano parte integrante di tutta la cultura cinese, una pratica particolarmente enfatizzata da Confucio, che sottolineò l’importanza della storia esemplare e il rispetto delle testimonianze autentiche. Lo Shu-jing (Libro della storia) e il Chunqiu (Annali primavera-autunno), cronaca della storia dello stato di Lu, che diede i natali a Confucio, tra il 722 e il 481 a.C., erano due dei Cinque classici del confucianesimo. La particolare attenzione prestata alla registrazione e alla conservazione delle informazioni divenne l’obbligo principale dei dotti confuciani che fungevano da burocrati nello stato cinese unificato dopo il III secolo a.C. La maggior parte delle antiche storie della Cina è costituita da registrazioni ufficiali redatte da dotti burocrati, straordinariamente dettagliate e concrete, senza alcun tentativo di sintesi o di spiegazione. I detti e le azioni degli imperatori venivano registrati quotidianamente e successivamente utilizzati per compilare una descrizione del regno. Allo stesso modo, ogni dinastia avrebbe avuto la sua storia ufficiale completa (ne furono prodotte in tutto 25), scritta nel rispetto di un modello convenzionale nel quale non c’era spazio per informazioni sociali, artistiche o di altro tipo considerate non pertinenti, e all’autore non era consentita alcuna interpretazione personale, sebbene la scelta dei documenti si basasse sul dettato moralistico del confucianesimo.

Il primo a compilare una storia esaustiva della Cina a partire dalle origini fu Sima Qian: il suo capolavoro, Shiji (Memorie storiche), scritto al tempo della dinastia Han, si rifaceva allo Chunqiu ma includeva anche tavole cronologiche, saggi specifici su argomenti di attualità e biografie di personaggi illustri. La sua portata e la sua forza letteraria ne fecero un’opera di grande autorevolezza. Il successore di Sima Qian, Ban Gu, descrisse la propria epoca nello Hanshu (Storia della dinastia Han), aggiungendo ulteriori saggi e un elenco delle fonti.

L’esempio di questi due autori fu decisivo per la successiva grande epoca degli studi storici cinesi sotto Tai-zong (che regnò dal 626 al 649), primo imperatore della dinastia Tang. Nel 629 fu istituito per la prima volta un ministero della storia col compito di esaminare i documenti di Stato raccolti negli annali dinastici ufficiali, e a partire dal 636 furono compilate cinque storie ufficiali dei precedenti periodi interdinastici, che includevano anche bibliografie. Liu Zhiji è autore del primo trattato di metodologia storica che sia mai stato scritto. Ssu-ma Guang, funzionario della dinastia Sung, scrisse un’altra storia completa della Cina fino al 959; il suo titolo, Prospetto generale a beneficio del governo, mostra quale fosse lo scopo che la classe dirigente del confucianesimo attribuiva alla storia. Egli vagliò attentamente le fonti (332 opere) e illustrò il proprio metodo d’indagine, affrontando i punti controversi in numerose note. Nel XVII secolo venne codificato un sofisticato metodo critico relativo alle fonti, capace di scoprire eventuali falsificazioni analizzando il linguaggio di un testo. Cronache e gazzette locali registravano le vicende delle vaste province cinesi. Un catalogo parziale della biblioteca imperiale della dinastia Ching, compilato nel 1782, elencava 2316 opere storiche. L’ultima storia ufficiale, scritta su commissione della dinastia Yuan, uscì nel 1922. La cultura storica cinese successivamente subì l’influsso occidentale, in particolare quello del marxismo.

4

Orientamenti della moderna storiografia

Nel Novecento la ricerca storica è stata segnata da una dilatazione tematica e metodologica che ha portato a identificare nuovi terreni di studio e nuovi strumenti di indagine. Tale svolta nasce dall’incontro tra la storia e le scienze sociali, quali la psicologia, la sociologia, l’antropologia, l’etnologia, la demografia, che ha arricchito il mestiere dello storico di stimolanti prospettive e gli ha indicato nuovi filoni di ricerca. La scuola storiografica francese (vedi Ecole des Annales), sorta intorno alla rivista “Annales”, che Marc Bloch e Lucien Febvre fondarono a Strasburgo nel 1929, fu l’antesignana dell’incontro tra storia e scienze umane o sociali, dal quale derivarono studi incentrati sulla storia delle mentalità, della vita materiale, delle forme simboliche, dell’immaginario collettivo, delle tendenze demografiche, che mostrarono come fosse possibile mettere in luce aspetti di primaria importanza partendo da angolazioni nuove.

La tradizionale storia politica fu a sua volta chiamata a riflettere su problemi e prospettive che travalicassero il puro e semplice piano degli accadimenti, al fine di individuare la vita delle istituzioni, il peso sociale delle entità politiche, quali gli stati, il valore delle creazioni simboliche, quali le nazioni, il rapporto tra i ceti e le forme del potere. Il marxismo, dal quale gli storici avevano ricavato o uno schema ideologico di spiegazione del passato o, più proficuamente, un invito alla concettualizzazione sistematica che correlasse economia, società e politica, ebbe un ruolo importante nell’orientare la ricerca storica, soprattutto nel secondo dopoguerra, anche presso quegli storici che non si definirono marxisti.

Un’esigenza avvertita dalla storiografia contemporanea è stata quella di comprendere, con gli strumenti più raffinati, la globalità di periodi storici o di vicende di lungo periodo ma geograficamente circoscritte. L’opera di Fernand Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II (1949), uno dei capolavori della storiografia novecentesca, ha rappresentato per molti anni un modello insuperato di storia globale. In esso si fondeva l’approccio geostorico con quello economico e con quello politico, e al tempo stesso si metteva in evidenza l’importanza decisiva che la categoria del tempo rivestiva nelle ricostruzioni del passato. I tre tempi di cui parlò Braudel, la lunga durata (che è il tempo pressoché immobile della geografia), la media durata (il tempo della vita delle istituzioni, delle mentalità e delle tecniche) e quello di breve periodo (il tempo per eccellenza della politica e della storia dell’uomo), prefigurarono approcci differenziati, con una netta predilezione nella storiografia delle “Annales”, di cui Braudel era divenuto il direttore, per i problemi della media e della lunga durata.

Di notevole importanza fu negli anni Sessanta la scuola economico-sociale, nata in Inghilterra dall’incontro tra alcuni storici di formazione marxista, in primo luogo Christopher Hill, e storici dell’economia: la rivista “Past and Present” fu la sede di questo nuovo laboratorio di proposte, destinato a influenzare le tendenze storiografiche mondiali, trovando ascolto soprattutto nella cultura americana.

Uno dei cardini dell’attuale riflessione storiografica è costituito dalla storia dell’immaginario, che ha avuto celebri interpreti nei francesi Georges Duby e Jacques Le Goff: in esso si sovrappongono gli aspetti razionali e quelli irrazionali della storia, gli elementi della consapevolezza e le forze oscure, ma non per questo meno influenti, dell’inconscio collettivo.

In anni recenti si è assistito al ritorno della storia degli avvenimenti e persino della biografia, genere praticato non tanto per dimostrare l’eccezionalità dell’individuo quanto per indagare i nessi tra l’impronta della persona e i flussi generali della storia e per cogliere profili biografici che indichino esemplari figure sociali, tipiche di determinati periodi storici. Vi è stata al tempo stesso una rivalutazione del racconto della storia, contrapposto alle tendenze strutturalistiche e ideologiche che avevano dominato negli anni Settanta, e un ritorno alla storia valutativa, imperniata sull’analisi delle circostanze concrete, sull’esercizio dell’immaginazione storiografica e sul valore del metodo di indagine delle fonti.

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