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Introduzione; Il suicidio nella storia; Il suicidio come fenomeno sociale; Interpretazioni attuali del suicidio
Suicidio L’atto di darsi la morte, ricorrente in ogni società fin dai tempi più antichi. La considerazione di tale gesto è mutata nei secoli quanto la frequenza del gesto stesso e le sue modalità di attuazione.
Gli antichi filosofi greci consideravano il suicida un disertore dalla vita, e la legislazione ateniese ne esponeva pubblicamente la salma al vilipendio della cittadinanza. L’influenza dello stoicismo indusse gli antichi romani a considerare il suicidio un’azione legittima, talvolta ritenuta degna d’onore. Per Seneca era espressione di estrema libertà. La religione ebraica negava invece al suicida gli onori funebri, mentre fin dalle origini il cristianesimo lo condannò. Nel Medioevo cristiano si confiscavano addirittura i beni dei suicidi, e alle loro salme veniva negata la sepoltura in terra consacrata. Ancora oggi il cristianesimo, l’ebraismo e l’Islam condannano il suicidio. In alcuni casi, invece, questo atto assume una funzione rituale. In Giappone, ad esempio, fino alla metà del XX secolo, chi si riteneva colpevole di un torto o veniva meno ai propri doveri praticava l’harakiri, il suicidio rituale, squarciandosi il ventre con una lama, secondo una cerimonia consolidata dalla tradizione. Durante la seconda guerra mondiale, poi, alcuni piloti giapponesi, i kamikaze, andavano volontariamente incontro alla morte gettandosi con i propri aerei sugli obiettivi militari nemici. In India, tra gli induisti più tradizionalisti, fino all’Ottocento era considerato un dovere il suttee, crudele rito in cui le vedove erano arse vive con i cadaveri dei loro mariti durante la cerimonia della cremazione.
Nel 1897 il sociologo francese Emile Durkheim propose di analizzare il suicidio come fenomeno sociale oltre che come atto individuale, e lo classificò in tre tipologie (suicidio egoistico, altruistico e anomico), ciascuna delle quali determinata da precisi fattori. Il primo tipo sarebbe motivato da un eccesso di individualismo: la persona si sente estranea al suo gruppo, e il dislivello fra i propri desideri e la loro possibilità di realizzazione nell’ambito della società diventa a poco a poco incolmabile. Il suicidio altruistico è invece motivato da un eccesso di integrazione: l’individuo si annulla completamente all’interno del gruppo. Gli esempi di questo tipo sono la vedova indiana o il kamikaze giapponese, oppure ancora, nella società occidentale, un capitano di vascello a cui il codice di comportamento impedisce di sopravvivere al naufragio della nave o l’imprenditore che non vuole affrontare le conseguenze di un fallimento negli affari. Il suicidio anomico è caratteristico della società moderna. La sua frequenza tende ad aumentare in periodi di crisi economica o, inaspettatamente, in fasi di estrema prosperità, a causa della mancanza di riferimenti, norme e valori socialmente condivisi. Dal punto di vista psicologico questo tipo di suicidio è motivato generalmente dalle delusioni e dalle frustrazioni causate all’individuo dai propri rapporti sociali.
Le pionieristiche ricerche di Durkheim inaugurarono vasti ambiti di studio. Le scienze umane tendono oggi a considerare il suicidio come un fenomeno molto complesso, in cui intervengono fattori biologici e psicologici oltre che sociali. L’atto, ad esempio, è spesso preceduto da stati di depressione profonda. Cause legate alla personalità o alle circostanze possono essere il bisogno di sfuggire a situazioni intollerabili, la sensazione di inadeguatezza rispetto a compiti o funzioni, il desiderio di arrecare dolore a coloro che restano, la visione della vita come inesauribile fonte di una sofferenza che solo la morte può placare. Questi sono i sentimenti che emergono più frequentemente dai messaggi lasciati dai suicidi. Le ricerche non hanno comunque abbandonato la lettura sociale del fenomeno: come Durkheim aveva suggerito, la società e il momento storico sembra possano avere un ruolo determinante nell’aumento dei suicidi: il loro numero, non a caso, salì considerevolmente nella Germania uscita sconfitta dalla prima guerra mondiale e negli Stati Uniti al culmine della Grande Depressione. Nella seconda metà del Novecento il suicidio è stato usato come forma di protesta politica: tragici esempi sono quelli dei monaci buddhisti che si davano fuoco per protestare contro la guerra del Vietnam o il suicidio dello studente Jan Palach, che divenne il simbolo della disperata resistenza del popolo cecoslovacco all’invasione sovietica. Una recrudescenza degli attacchi suicidi si è affermata alla fine del Novecento nel terrorismo di matrice fondamentalista islamica, in cui giovani attentatori si fanno esplodere in luoghi affollati, cercando di colpire quante più persone possono. Si sono anche registrati diversi casi di suicidi collettivi all’interno di sette più o meno religiose, effettuati sotto l’influenza di capi carismatici. Secondo alcuni psicologi, i problemi comuni della società contemporanea, come la solitudine, la sensazione di sradicamento e la perdita di fiducia nella vita, costituiscono le cause principali della crescita del numero di suicidi. Diversa dal suicidio è l’eutanasia, una forma di interruzione volontaria della vita cui ricorrono le persone affette da malattie incurabili.
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