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Argentina

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Argentina: bandiera e innoArgentina: bandiera e inno
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7.15

Il ritorno alla democrazia

Nell’ottobre del 1983, in una situazione di crisi economica estrema, con un debito estero senza precedenti e un’inflazione superiore al 900% annuo, il paese tenne le prime elezioni presidenziali democratiche dopo dieci anni, eleggendo il candidato del Partito radicale Raúl Alfonsín. Questi guidò il paese nel ritorno alla democrazia: le forze armate furono riorganizzate; i precedenti leader militari e politici emarginati; il debito estero fu ricontrattato e progressivamente ridotto; vennero introdotte riforme fiscali. Risultò invece insoluto il nodo dell’inflazione e delle gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante tutto il precedente regime militare (che avevano causato anche la morte di circa 30.000 oppositori, molti dei quali desaparecidos, “scomparsi”).

Alle presidenziali del maggio 1989 il candidato peronista Carlos Saúl Menem fu eletto presidente. Menem impose un drastico programma di austerità d’ispirazione neoliberista, ed entro i primi anni Novanta riuscì a frenare l’inflazione, pareggiare il bilancio, privatizzare le aziende di stato e saldare i debiti del paese con le banche. Nel 1990, con il paese ancora sottoposto a gravi tensioni e al ricatto delle gerarchie militari, Menem concesse l’amnistia agli esponenti del regime militare con un legge detta “dell’obbedienza dovuta”.

Nel 1993 Menem ottenne una modifica della Costituzione per ripresentarsi alle elezioni presidenziali. Alle elezioni del 1995 fu rieletto alla presidenza, ma subito dopo grosse divisioni si verificarono all’interno del partito di governo, che prefiguravano già la lotta per la successione. Menem fu accusato di corruzione, assieme a tutto l’entourage governativo, dal suo ex ministro dell’Economia Domingo Cavallo. Nel 1997 la grave situazione economica e sociale causò una forte ripresa del conflitto sindacale e politico (rivolto anche a scongiurare il piano governativo di deregolamentazione del mercato del lavoro), e nelle elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati il Partito giustizialista perse la maggioranza assoluta.

7.16

Il passato sotto inchiesta

Nel 1995, con la pubblicazione della testimonianza di un ufficiale dell’aeronautica, si riaprì la pagina dolorosa dei desaparecidos. L’ufficiale – che in seguito, sottoposto a continue minacce, ritrattò parte delle sue affermazioni – sostenne di aver fatto parte, durante la dittatura militare, dell’equipaggio di un aereo utilizzato dai militari per liberarsi dei prigionieri politici, gettandoli in mare ancora vivi. Nel 1998 alcuni militari – tra cui Jorge Videla, uno degli alti ufficiali succedutisi alla guida della giunta militare – furono sottoposti a inchieste giudiziarie e arrestati con l’accusa di sequestro di minori, un reato non previsto dalle misure di amnistia di cui avevano goduto i protagonisti della violenta dittatura. Al provvedimento della magistratura argentina – che suscitò il malcontento delle forze armate – si aggiunse peraltro quello del magistrato spagnolo Baltasar Garzon (lo stesso che aveva causato, con un’analoga inchiesta, la lunga permanenza agli arresti domiciliari dell’ex dittatore cileno Augusto Pinochet a Londra); nel novembre 1999 Garzon spiccò infatti dodici mandati di cattura internazionali contro membri della passata giunta militare argentina, tra cui lo stesso Videla, l’ex capo della marina Emilio Massera e il generale Leopoldo Galtieri (il protagonista della disastrosa guerra delle Falkland). Tre ufficiali dell’esercito argentino furono in seguito perseguiti dalla legge anche in Italia, per la scomparsa di cittadini italo-argentini durante la dittatura militare; al termine di un processo che vide la testimonianza di diversi parenti degli scomparsi, agli inizi del 2001 i tre ufficiali vennero riconosciuti colpevoli dei reati loro ascritti e condannati in contumacia a pesanti pene detentive.

La questione dei diritti umani, grazie anche alla cresciuta attenzione internazionale e al clamoroso “caso Pinochet”, tornò così alla ribalta anche in Argentina. Agli inizi del 2001 un giudice federale dichiarò per la prima volta incostituzionali le leggi cosiddette dell’“obbedienza dovuta” e del “punto finale”, che, approvate nel 1986-87, avevano garantito l’impunità per tutti i militari coinvolti nella violenta repressione. Il provvedimento, sebbene valido per un unico processo a carico di undici militari, fu accolto con estrema soddisfazione dalle organizzazioni argentine e internazionali che si battono per il rispetto dei diritti umani.

Nel 1998 Menem non riuscì nel proposito di ottenere dall’Alta Corte un parere favorevole alla sua terza candidatura alle elezioni presidenziali e dovette cedere il passo a Eduardo Duhalde. Il forte malcontento diffuso nel paese nei confronti del Partito giustizialista non favorì tuttavia la corsa di Duhalde, che nelle elezioni dell’ottobre 1999 fu battuto, al primo turno e con uno scarto di dieci punti, da Ferdinando de la Rúa, il candidato dell’Alleanza, composta dai radicali e dal FREPASO (Fronte per un paese solidale).

7.17

La bancarotta

L’Argentina emerse dal decennio di presidenza Menem in piena recessione, con un debito estero che ammontava a 185 miliardi di dollari USA. La ristrutturazione dell’economia aveva conseguito scarsi risultati e causato un acutissimo disagio sociale. Il sistema di protezione sociale era stato smantellato, mentre l’oligarchia, arricchitasi anche grazie alle selvagge privatizzazioni realizzate negli anni Novanta, aveva trasferito all’estero un’enorme fortuna. Secondo le stime ufficiali i disoccupati rappresentavano il 20% della forza lavoro attiva e una persona su tre viveva al di sotto della soglia di povertà.

Per fronteggiare la grave crisi economica e per ottenere un prestito di 20 miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale, il nuovo governo di centrosinistra adottò a sua volta una politica di austerità, riformando il sistema delle pensioni e congelando la spesa pubblica delle province fino al 2005. I provvedimenti del governo furono severamente contestati dai sindacati, che nel novembre del 2000 bloccarono il paese con uno sciopero generale di 36 ore.

Nel marzo del 2001 De la Rúa chiamò al ministero dell’Economia, concedendogli poteri speciali, Domingo Cavallo, già ministro di Menem. A distanza di un anno dalle elezioni, la coalizione che aveva portato alla presidenza il radicale De la Rúa si sfaldò. Contro il rimpasto governativo – e soprattutto contro la strategia economica delineata da Cavallo – si pronunciò infatti il FREPASO, che abbandonò la coalizione. Accusato di corruzione, in giugno l’ex presidente Menem fu posto agli arresti domiciliari.

Durante l’estate la crisi argentina si acuì, nonostante il drastico piano di risanamento lanciato da Cavallo, che istituì un taglio del 13% a stipendi e pensioni. Nella provincia di Buenos Aires, gli stipendi dei dipendenti pubblici vennero pagati con buoni governativi (i cosiddetti patacones), anziché in denaro; chiusero le Aerolineas Argentinas, la compagnia di bandiera passata, durante la presidenza Menem, sotto il controllo della spagnola Iberia; a settembre le entrate fiscali diminuirono del 14%, mentre crollavano la produzione industriale, il consumo interno e le esportazioni.

A ottobre, nelle elezioni di medio termine per il rinnovo del Senato e della metà dei seggi della Camera, la coalizione di centrosinistra subì una severa sconfitta e De la Rúa perse la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Ad avvantaggiarsi della crisi del centrosinistra furono i peronisti del Partito giustizialista, che vinsero in 18 province su 23. Ma le urne espressero soprattutto un voto di protesta; un quinto delle schede scrutinate risultarono bianche o nulle e il 26% degli elettori si astenne del tutto (una quota elevatissima, se si considera che in Argentina il voto è obbligatorio).

A dicembre, sull’orlo della bancarotta, l’Argentina sospese i pagamenti dei rimborsi dovuti alle istituzioni finanziarie internazionali. In seguito a questa decisione, il Fondo monetario internazionale bloccò l’erogazione di un nuovo prestito già accordato al paese. Per far fronte alla gravissima situazione, il ministro Cavallo propose ulteriori tagli alla spesa pubblica e impose un limite (corralito) al prelievo di denaro liquido dai depositi bancari, causando moti di protesta in tutto il paese. Il 19 dicembre centinaia di migliaia di persone scesero in piazza; a Buenos Aires un’immensa manifestazione circondò la Casa Rosada chiedendo le dimissioni del governo. In molte città argentine la folla saccheggiò i supermercati e si scontrò violentemente con la polizia; 35 persone, in gran parte giovani, caddero sotto i colpi sparati dalla polizia e dai proprietari dei negozi assaltati. Mentre il ministro Cavallo lasciava il suo incarico, il presidente De la Rúa impose lo stato d’assedio, prima di dimettersi a sua volta, incalzato dalla folla, il 20 dicembre.

Il 23 dicembre il Congresso nominò alla presidenza il peronista Adolfo Rodríguez Saá, che costituì un nuovo governo includendovi diversi esponenti politici coinvolti in gravi casi di corruzione. Il 29 nuove manifestazioni percorsero le città e a Buenos Aires vennero assaltati il Congresso e la sede del governo. Dopo le dimissioni di Rodríguez Saá, il 2 gennaio del 2002 il Congresso nominò un nuovo presidente, Eduardo Duhalde, il candidato peronista battuto dal radicale De la Rúa nelle precedenti elezioni presidenziali. Duhalde formò un governo di unità nazionale con l’intento di porre fine al modello economico seguito dall’Argentina nell’ultimo decennio e annunciò la moratoria sul debito estero e l’abbandono della parità tra il peso e il dollaro.

7.18

La società argentina e la crisi

Nel febbraio 2002 il governo Duhalde sospese la parità peso-dollaro, imponendo la conversione forzata in dollari dei depositi e dei crediti; in pochi mesi il cambio con il dollaro raggiunse la quota di 4 a 1. In marzo l’Argentina raggiunse un accordo con il Fondo monetario internazionale per la ripresa dei pagamenti dei rimborsi e per la concessione di un nuovo prestito.

Il primo trimestre registrò una forte caduta del prodotto interno lordo (circa il 16% rispetto al primo trimestre 2001) e un’impennata dell’inflazione (42%). La disoccupazione e la povertà raggiunsero livelli drammatici, crescendo infatti, secondo i dati ufficiali, rispettivamente al 24% e al 52%. Sul paese si affacciò lo spettro della fame, che colpì alcune province più povere, mietendo diverse vittime soprattutto tra i bambini.

La grave situazione economica e sociale alimentò un forte malcontento ma anche la nascita di una straordinaria organizzazione di base. La società civile si sostituì per molti aspetti allo stato, evitandone il definitivo crollo. Nelle città principali comparvero “assemblee di quartiere”, che oltre a organizzare la protesta contro il governo con marce e cacerolazos (rumorosi concerti eseguiti percuotendo le cacerolas, cioè le pentole), diedero anche vita a scuole e a mercati, dove la merce veniva direttamente barattata o scambiata con buoni spendibili nell’ambito del mercato stesso. Molte fabbriche fallite furono occupate dalle maestranze, che ripresero a produrre beni destinati al mercato interno. Comparvero anche movimenti di disoccupati che animarono folte manifestazioni e violenti scontri con la polizia; per la principale forma di lotta adottata – blocco del traffico e degli ingressi degli uffici pubblici e delle imprese private – vennero chiamati piqueteros (da picchetto).

La protesta ebbe tuttavia pochi riflessi sul piano politico. Il paese espresse infatti un rifiuto per tutti i partiti politici, considerati in blocco responsabili della grave situazione; “que se vayan todos” (“che se ne vadano tutti”), fu lo slogan più urlato nelle manifestazioni.

7.19

La “rivoluzione” di Néstor Kirchner

Le elezioni presidenziali del maggio 2003 furono l’occasione per un nuovo drammatico scontro politico, svoltosi prevalentemente in seno al Partito giustizialista, che non riuscì a esprimere un candidato comune. Carlos Menem, ricomparso, dopo le vicissitudini giudiziarie, sulla scena politica argentina con l’intenzione di riconquistare la presidenza del paese, superò il primo turno con il 24,4%, ma, sfavorito dai sondaggi, abbandonò la corsa cedendo la presidenza al secondo arrivato, Néstor Carlos Kirchner, membro dello stesso partito. Le elezioni registrarono il più alto tasso di astensione della storia argentina e sancirono il tracollo dell’Unione civica radicale, tradizionalmente seconda forza del paese dopo i peronisti, il cui candidato raccolse solo il 2,3% dei voti.

Deciso a prendere le distanze dalla politica degli anni Novanta, Kirchner avviò una strategia mirata a conquistarsi il consenso della popolazione; tra i primi provvedimenti adottati da Kirchner vi furono l’allontanamento degli ufficiali coinvolti nella dittatura militare e la destituzione dei personaggi implicati negli scandali di corruzione. Con un atto clamoroso, nel marzo 2004 chiese, in nome dello stato, le scuse al paese per le ferite inferte dalla dittatura militare, destinando a un “museo della memoria” i locali della famigerata ESMA, la Scuola di meccanica della Marina, dove la dittatura militare allestì uno dei principali centri di tortura e sterminio delle opposizioni. Sul piano internazionale, Kirchner si distaccò progressivamente dagli Stati Uniti, in favore di più stretti rapporti politici ed economici con i paesi del Mercosur, con i quali condusse una lotta comune in seno all’Organizzazione mondiale per il commercio e nei negoziati per l’estensione degli accordi NAFTA all’America latina. Ricontrattando il debito con il Fondo monetario internazionale, riuscì a ridare respiro all’economia del paese, che riprese sorprendentemente a crescere, seppur tra gravi problemi.

Tra i risultati sorprendenti ottenuti da Kirchner, non secondario fu quello del ripristino di relazioni tra la società civile e la politica, profondamente compromesse dalla corruzione e dall’arbitrio che avevano caratterizzato le precedenti amministrazioni. La situazione economica e sociale dell’Argentina rimase critica, ma il paese riuscì in breve tempo ad abbattere il suo debito con il Fondo monetario internazionale, estinguendolo completamente nel gennaio 2006. Nel marzo 2005 il presidente Kirchner propose anche un piano per la restituzione del debito contratto dal paese con i cosiddetti “bond argentini” nei confronti degli investitori internazionali (98 miliardi di dollari), ottenendo alcuni consensi ma anche molti rifiuti. In giugno, la Corte suprema annullò la legge che aveva concesso l’amnistia ai responsabili di violazioni dei diritti umani durante la dittatura militare.

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