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Causalità In filosofia, relazione tra una causa e il suo effetto. Il filosofo greco Aristotele, nel primo libro della Fisica, individuò quattro tipi di cause: materiale, formale, efficiente e finale. La causa materiale è ciò di cui un oggetto è costituito, ad esempio il marmo o il bronzo per una statua; la causa formale è il modello a cui qualcosa si conforma, come la struttura architettonica per una casa; la causa efficiente è la forza attiva nella produzione dell’oggetto, ad esempio l’energia fisica degli operai; la causa finale è il fine o il motivo per il quale l’oggetto è prodotto, come ad esempio il fine dell’abitazione. Di esse la più importante per Aristotele era la seconda, in quanto la causa formale di qualcosa consiste nell’essenza di un certo oggetto, essendo ciò per cui qualcosa è quello che è. I principi delineati da Aristotele avrebbero influenzato la storia del pensiero lungo i secoli. In particolare, la filosofia scolastica medievale avrebbe dato un assoluto rilievo al problema di dimostrare l’esistenza di una causa prima, identificata in Dio quale artefice della creazione. Il concetto di causalità fu peraltro sottoposto a una serrata critica nell’antichità dai filosofi scettici Enesidemo (II secolo a.C.) e Sesto Empirico e, nel Medioevo, da Guglielmo di Occam: a livelli diversi questi filosofi argomentarono che non si può stabilire un legame necessario tra la causa e l’effetto o risalire da un certo fenomeno alla sua causa nascosta.
Fra le diverse nozioni di causa elaborate da Aristotele, il pensiero moderno, a partire dal filosofo francese Cartesio, avrebbe conservato quasi esclusivamente il concetto di “causa efficiente”, rielaborandola in una prospettiva di carattere meccanicistico. In altri termini, i filosofi naturali del XVII e del XVIII secolo concepivano la causalità come una relazione necessaria fra grandezze fisiche in movimento, esprimibile attraverso una legge matematica. Tuttavia, continuava a riproporsi una nozione metafisica di causalità: lo stesso Cartesio affermava che “solo Dio può essere la causa della sua idea connaturata alla mia mente”, mentre Baruch Spinoza asseriva che Dio, l’unica sostanza che esaurisce in sé tutta la realtà, è causa di sé, vale a dire che la sua essenza implica l’esistenza. Il filosofo empirista David Hume sottopose il principio classico di causalità a una contestazione decisiva; egli negò che la relazione di causa ed effetto consistesse in una relazione necessaria, riconducendola invece a una costruzione ipotetica della mente originata dall’abitudine, spiegabile mediante la teoria dell’associazione fra le idee. In altri termini, il fatto che all’evento A segua l’evento B non può essere dimostrato a partire da A, ma solo constatato empiricamente o previsto in base all’abitudine a osservare una certa successione di eventi. La posizione di Hume indusse Immanuel Kant a considerare la causa una categoria dell’intelletto. Kant riteneva che il mondo oggettivamente conoscibile fosse il prodotto di un’attività sintetica dell’intelletto che unificava il molteplice delle nostre sensazioni; di Hume egli accettava il principio che nessuna regolarità empirica potesse fondare una legge universale e necessaria, ma riteneva che la causalità possedesse i requisiti di universalità e di necessità, in quanto costituisce una categoria mediante cui il nostro intelletto pensa la relazione tra i fenomeni sensibili: in altre parole, la nostra mente non può conoscere gli eventi della natura se non in base al principio per cui “ogni cambiamento nella natura dipende da una causa”. Nel pensiero contemporaneo, con la crisi del modello meccanicistico nella spiegazione dei fenomeni fisici, il problema della causalità ha perso in parte il rilievo centrale che aveva avuto in passato: si sono avanzate, ad esempio, concezioni di tipo statistico delle leggi scientifiche, si è introdotto un modello indeterministico e probabilistico nella fisica, si è affermato che le leggi scientifiche non stabiliscono relazioni causali oggettive tra i fenomeni, ma descrivono solamente sequenze uniformi di eventi che devono essere sempre nuovamente verificate dagli osservatori.
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