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Introduzione; Opere; Metodi d’indagine; Metafisica; Logica; Fisica, o filosofia naturale; Biologia; Psicologia ; Etica e politica; Retorica; Poetica; Influenza di Aristotele
Nella definizione di Aristotele, la retorica è “il potere di scoprire per tutte le questioni ciò che è suscettibile di persuadere”. La retorica si lega alla risoluzione pragmatica di un problema preciso: si rivolge infatti a un vasto pubblico che deve essere convinto ricorrendo ai “luoghi comuni” e alle figure dette appunto “retoriche”, cioè atte a persuadere. Nell’opera omonima, composta intorno al 329 a.C., Aristotele riconosce tre generi di retorica: quella deliberativa, cioè relativa a un giudizio su una situazione futura, serve a mostrare se una cosa sarà utile o dannosa; quella giudiziale, cioè relativa a un affare passato, serve ad accusare o a difendere; quella dimostrativa, che prende le mosse dall’osservazione di fatti contemporanei, deve favorirne l’elogio o il biasimo. L’oratore, per convincere il suo uditorio, può utilizzare diverse tecniche, tra cui l’entimema (sillogismo nel quale una delle due premesse è taciuta e la sua esistenza viene dedotta dall’ascoltatore dalla verosimiglianza del resto del ragionamento) e l’esempio (che fa inferire generalizzazioni a partire da premesse probabili particolari). Aristotele espone quindi le questioni concernenti il carattere e la credibilità dell’oratore e le quattordici passioni ed emozioni che animano l’uditorio, che sviluppa lungamente. Per essere persuasivo, infatti, il retore deve prendere in considerazione la psicologia e i diversi punti di vista possibili del pubblico, cioè i “luoghi comuni” (tópoi), dei quali è necessario stendere una lista per utilizzarli e abbracciare la totalità di una questione.
Così come la retorica, esaminata nell’omonimo scritto aristotelico, è considerata estremamente importante per la prassi politica e la vita quotidiana del cittadino, la Poetica, di cui possediamo un solo libro rispetto ai due di cui si componeva originariamente, presenta la visione dell’arte (in particolare dell’arte tragica) dello stagirita. L’arte è considerata un’imitazione della natura secondo verosimiglianza, che arreca diletto e nel contempo trasmette conoscenza. L’arte tragica, in particolare, mette in scena le passioni umane, lasciando comunque trapelare un ordine razionale nel susseguirsi degli eventi. Lo spettatore, per via della verosimiglianza del materiale tragico, è spinto a immedesimarsi nella vicenda fino a ottenere la “catarsi”, un liberatorio distacco dalle passioni rappresentate, che interviene nel momento in cui si coglie la razionalità celata negli eventi. Proprio per questo valore conoscitivo la poesia è “più filosofica” della storia. Aristotele è anche noto per aver formulato la dottrina delle “tre unità” della tragedia (di luogo, di tempo e di azione), che hanno dominato incontrastate la storia della drammaturgia fino al XX secolo.
Nella tradizione filosofica occidentale gli scritti di Aristotele furono tramandati soprattutto grazie all’opera di Alessandro di Afrodisia, Porfirio e Boezio. Durante il IX secolo d.C. alcuni studiosi arabi diffusero le opere di Aristotele nel mondo islamico in traduzione araba; Averroè è il più noto fra gli studiosi e commentatori arabi di Aristotele. Nel XIII secolo, proprio a partire da queste traduzioni, l’Occidente latino rinnovò il proprio interesse per gli scritti di Aristotele e san Tommaso d’Aquino trovò in essi un fondamento filosofico per il pensiero cristiano. L’influenza della filosofia aristotelica è stata enorme e ha perfino contribuito a forgiare il linguaggio e il senso comune della modernità: la sua dottrina del motore immobile quale causa finale ha esercitato un ruolo fondamentale in ogni sistema di pensiero basato su una concezione teleologica dei fenomeni naturali e per secoli il termine “logica” fu sinonimo di “logica aristotelica”. Si può dire che Aristotele abbia contribuito in modo determinante a costituire frammenti dispersi nelle discipline sistematiche e nei saperi metodologicamente ordinati quali l’Occidente li intende. Nel XX secolo nuove interpretazioni del metodo aristotelico favorirono una riscoperta della sua rilevanza per la cosmologia, la pedagogia, la critica letteraria e la teoria della politica.
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