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Influenza

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Vaccinazione antinfluenzale

L’esistenza di ceppi di virus dell’influenza diversi e capaci di produrre rapidamente forme mutanti, rende difficoltosa la messa a punto di un vaccino permanente che possa adattarsi a tutti i pazienti e che possa essere praticato a tutta la popolazione, in modo da garantire un’immunità definitiva a questa patologia. Infatti, il contagio da parte di un ceppo virale determina nell’organismo una risposta immunitaria e la produzione di antigeni specifici per quel ceppo; questi non sono in grado di riconoscere ceppi virali diversi e, quindi, non possono proteggere l’individuo dall’infezione al momento di nuove epidemie influenzali. In altri termini, si dice che i differenti ceppi virali non determinano un’immunità crociata.

Ogni anno il Ministero della Salute promuove campagne di vaccinazione antinfluenzale, che si svolgono all’inizio della stagione invernale. Ciascun vaccino ha una composizione differente da quello precedente, e viene preparato tenendo conto delle osservazioni di tipo epidemiologico e sierologico dell’anno precedente, coordinate in 82 paesi dalla rete per la sorveglianza dell’influenza, e delle linee-guida diffuse dall’Organizzazione mondiale per la sanità (OMS). Il vaccino può contenere virus interi inattivati oppure solo antigeni (neuroaminidasi ed emoagglutinina) presenti sulla superficie del rivestimento del virus; il vaccino di tipo split-virus contiene invece particelle virali frammentate, ed è adatto soprattutto ai bambini.

La vaccinazione è consigliata ad alcune categorie particolari, tra cui: i soggetti al di sopra dei 64 anni; coloro che svolgono un’attività lavorativa a contatto con malati o addetti ai servizi pubblici di interesse collettivo; bambini reumatici soggetti a sindrome di Reye; individui con malattie metaboliche, dell’apparato circolatorio, urinario e respiratorio; malati di fibrosi cistica, malattie da malassorbimento, malattie congenite che comportano una compromissione del sistema immunitario.

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Pandemie di influenza

Nel corso della storia si sono verificate gravi pandemie di influenza, cioè epidemie estremamente gravi e diffuse, che hanno determinato la morte di milioni di individui. Dal XVI secolo si possono contare almeno 31 pandemie, le più recenti delle quali sono state la gravissima “spagnola” del 1918 (che causò 22 milioni di morti), l’influenza detta “asiatica” del 1957 e l’influenza “Hong Kong” del 1968. Queste gravi forme influenzali vengono attribuite alla periodica comparsa di ceppi mutanti del virus di tipo A particolarmente patogeni. Le complicazioni delle forme pandemiche possono comprendere edema dei polmoni, con possibile blocco respiratorio o emorragia e morte, e collasso da brusca diminuzione della pressione sanguigna.

Nel tentativo di migliorare la previsione delle epidemie influenzali, della virulenza di un determinato ceppo e della relativa risposta nell’organismo umano, nel marzo 2003 l’Università della California ha presentato uno specifico modello matematico; questo tiene conto di molteplici fattori, come la diffusione della malattia e le caratteristiche genetiche dei diversi ceppi virali negli ultimi vent’anni. Il modello cerca di spiegare per quale motivo, con cadenza ciclica, si verifichino pandemie gravi di influenza – come avvenne nel caso della “spagnola”; inoltre, ha dimostrato che il numero di ceppi virali non aumenta, come ci si aspetterebbe considerando che se ne formano rapidamente di nuovi, ma resta più o meno costante. Quando l’organismo è in fase di guarigione da un attacco influenzale, è temporaneamente immune all’attacco di un secondo ceppo. I ceppi virali quindi entrano in competizione tra loro per colpire individui ancora suscettibili di infettarsi, e uno solo riesce a sopravvivere.

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