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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
L’indipendenza raggiunta nel 1975 dalle vicine colonie portoghesi dell’Angola e del Mozambico (uniche fino ad allora, insieme alla Rhodesia, a sostenere il regime razzista di Pretoria) fece aumentare le pressioni della comunità internazionale per una normalizzazione della situazione sudafricana. Gravissimi incidenti scoppiarono nel 1976 in seguito al massacro di centinaia di persone da parte delle forze di polizia nel corso di una manifestazione di protesta di studenti del ghetto di Soweto contro l’uso obbligatorio dell’afrikaans. L’episodio ebbe un fortissimo impatto sull’opinione pubblica internazionale, rafforzando il fronte favorevole a imporre sanzioni economiche al Sudafrica. Sul fronte interno provocò un aumento di consenso dell’ANC, che organizzò imponenti manifestazioni di protesta in tutto il paese; la risposta del regime razzista fu brutale, culminando nel 1977 con l’assassinio del fondatore del Movimento di coscienza nera Stephen Biko, morto in cella per i maltrattamenti subiti dopo l’arresto. Nel 1978 il primo ministro Balthazar J. Vorster si dimise e fu sostituito da Pieter Willem Botha. Questi cercò di salvaguardare il sistema dell’apartheid, introducendo tuttavia alcune riforme costituzionali e ammettendo nel Parlamento membri meticci e di razza asiatica. Nel 1984 una nuova Costituzione ribadì il divieto per la popolazione di colore di partecipare al processo politico nazionale, suscitando una nuova ondata di manifestazioni di protesta alle quali il governo oppose lo stato di emergenza e la censura. Nello stesso anno il vescovo anglicano Desmond Tutu, uno dei grandi avversari della segregazione razziale, venne insignito del premio Nobel per la pace.
Verso la metà degli anni Ottanta gli Stati Uniti e la Comunità Europea decisero infine di imporre sanzioni economiche e diplomatiche contro il regime di Pretoria. Nel 1989 a Botha successe alla guida del paese Frederik Willem De Klerk. Di concerto con le potenze occidentali, questi avviò delle trattative segrete con Nelson Mandela. Nel febbraio del 1990 De Klerk revocò la trentennale messa al bando dell’ANC, liberando il suo leader Mandela. Dopo lunghi e complessi negoziati, il 13 novembre 1993 Mandela e De Klerk firmarono gli accordi di transizione al regime democratico. Le prime elezioni libere della storia del Sudafrica si svolsero nell’aprile del 1994 e sancirono la netta affermazione dell’ANC. Mandela assunse la carica di presidente e la guida di un governo di unità nazionale, facendosi promotore di una politica di riconciliazione. Nello stesso anno il paese venne riammesso nel Commonwealth. Nel maggio 1996 il Sudafrica si diede una nuova carta costituzionale, approvata nel 1997. Nel giugno di quell’anno il National Party di De Klerk abbandonò il governo di unità nazionale, lasciando all’ANC il compito di guidare il paese. Nell’ottobre 1998 la Commissione per la verità e la riconciliazione nazionale, insediata nel 1996 sotto la presidenza del vescovo Desmond Tutu, concluse i suoi lavori; la relazione finale mise in luce i crimini perpetrati dal regime dell’apartheid, condannando anche gli episodi delittuosi di cui si erano resi protagonisti l’ANC e l’Inkatha. La Commissione avviò in seguito la valutazione di settemila richieste di perdono, respingendo la proposta di un’amnistia globale, avanzata soprattutto dalle forze politiche legate al passato regime segregazionista. I lavori della commissione furono accompagnati da tensioni e polemiche, ma favorirono l’instaurarsi di un clima di dialogo tra le diverse comunità del paese.
Nel 1998, Mandela e De Klerk, i due protagonisti dell’abolizione dell’apartheid, abbandonarono la guida dei rispettivi partiti, l’ANC e il National Party. Nelle elezioni legislative del giugno 1999 l’ANC, favorito anche dalla frammentazione dell’opposizione, ottenne il 66% dei suffragi e 266 seggi al Parlamento, mancando di un solo seggio la maggioranza di due terzi necessaria per cambiare la Costituzione. Le elezioni segnarono il passaggio del potere nelle mani di Thabo Mbeki, il quale, unico candidato, in giugno venne eletto per acclamazione alla presidenza del paese. Il nuovo governo tentò di favorire l’integrazione, promuovendo al contempo lo sviluppo della comunità nera. Allo scopo di favorire la formazione di un’imprenditorialità di colore, il governo lanciò un piano, chiamato Black Empowerment, che si avvalse dei proventi della privatizzazione di imprese statali e della collaborazione di grandi imprese private. La situazione economica, migliorata durante il 1999, non consentì tuttavia al governo di affrontare energicamente i grandi problemi sociali (soprattutto disoccupazione e criminalità) che continuavano ad affliggere il paese e in particolare la comunità nera. Nonostante il notevole miglioramento nelle relazioni tra l’ANC e l’Inkatha Freedom Party, scontri tra i membri dei due movimenti si verificarono nelle province del Capo e del KwaZulu-Natal. Nel luglio del 2000 si svolse a Durban la tredicesima conferenza sull’AIDS. Voluta da Mandela, la conferenza portò all’attenzione internazionale la disputa giudiziaria che da quattro anni opponeva trentanove multinazionali farmaceutiche al governo sudafricano, citato in giudizio nel 1997 per aver autorizzato, con il Medicine Act, la produzione interna e l’acquisto di “copie” a basso costo di medicinali protetti da brevetto, al fine di assicurare le cure fondamentali alle centinaia di migliaia di persone colpite dal virus. Accogliendo l’appello di Mandela (che raccolse in pochi mesi centinaia di migliaia di firme in tutto il mondo e incontrò il consenso di importanti organizzazioni internazionali, tra cui Médecins sans Frontières e Amnesty International), le multinazionali ritirarono la denuncia nell’aprile 2001. Al nuovo Sudafrica venne riconosciuto un importante ruolo internazionale; nel 2001 ospitò la conferenza dell’ONU sul razzismo e nel 2002 il summit internazionale sullo sviluppo sostenibile. Il paese fece valere il suo peso diplomatico nelle crisi della regione e assunse la guida del NEPAD (Nuovo partenariato per lo sviluppo africano) e dell’Unione africana.
Gravato dalla difficile eredità dell’apartheid, il paese non riesce ancora a fronteggiare efficacemente la povertà, la disoccupazione e la diffusione dell’AIDS, che colpiscono soprattutto la comunità nera. Nonostante un diffuso malcontento, nelle elezioni legislative dell’aprile 2004 l’ANC ottiene il 70% dei suffragi e 279 dei 400 seggi del Parlamento sudafricano; Thabo Mbeki è confermato alla presidenza del paese.
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