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India

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India: bandiera e innoIndia: bandiera e inno
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7.5

L’impero Moghul

Nel 1526 Babur, un discendente di Tamerlano e Gengis Khan, invase con le sue truppe l’India e nel giro di pochi anni estese il suo dominio su un vasto territorio che sarebbe diventato il nucleo dell’impero Moghul. Il nipote di Babur, Akbar, fu il più grande sovrano Moghul; il suo dominio, fra il 1556 e il 1605, si estese al Punjab, all’odierno Rajasthan, al Gujarat, al Bengala, al Kashmir e al Deccan. Nell’amministrazione del suo regno Akbar dimostrò una notevole capacità organizzativa, assicurandosi la fedeltà di centinaia di signori feudali; promosse inoltre il commercio, introdusse un equo sistema fiscale e favorì la tolleranza religiosa. L’impero Moghul conobbe il suo massimo splendore culturale sotto Shah Jahan, nipote di Akbar, il cui regno (1628-1658) coincise con l’età d’oro dell’architettura indo-islamica, che trovò la sua massima espressione nel Taj Mahal.

Il periodo di tolleranza religiosa si concluse con l’avvento al trono di Aurangzeb (1658-1707), che portò a termine la conquista del Deccan e ripristinò l’ortodossia islamica. Nei cinquant’anni seguenti la morte di Aurangzeb, l’impero Moghul precipitò nel caos politico, segnato dal rapido declino dell’autorità centralizzata, e si divise in una miriade di piccoli stati.

7.6

La Compagnia delle Indie Orientali

Di questa situazione politica approfittarono i governi europei. Il commercio delle spezie aveva fatto crescere l’importanza economica dell’India fin dal XVI secolo. Al dominio dei portoghesi e poi degli olandesi era subentrato quello dei francesi e degli inglesi, che avevano fondato importanti basi commerciali nel subcontinente indiano. La vittoria dell’Inghilterra sulla Francia assicurò nel 1757 il controllo del Bengala e del Deccan alla Compagnia delle Indie Orientali. La politica della compagnia mirò in seguito al consolidamento e all’estensione di queste acquisizioni. Nel 1773 la Compagnia passò sotto il controllo del governo britannico. La realizzazione della politica britannica in India fu facilitata dal declino ormai irreversibile dell’impero Moghul.

Il ricorso alla forza militare (unito alla corruzione dei governanti locali) fu il principale strumento di colonizzazione dell’India. La mancanza di unità fra i diversi regni e principati indiani favorì l’affermarsi del predominio britannico sull’intero subcontinente e sulle regioni confinanti, in particolare la Birmania (l’attuale Myanmar). Non mancarono tuttavia episodi di resistenza, il più importante dei quali fu la guerra combattuta dai sikh (1845-1849) e terminata con l’annessione del Punjab da parte del governo britannico. L’unico tentativo di alleanza fra i centri del potere indiano fu quello capeggiato dai Marathi e annullato dall’accordo di Salbai (1782). Dopo il Punjab vennero annessi i regni di Satara, Jaipur, Sambalpur, Jhansi e Nagpur, a opera del governatore James Ramsay, decimo conte di Dalhousie.

Le nuove acquisizioni britanniche accrebbero il malcontento della popolazione indiana, che sfociò in una cospirazione su larga scala tra i sepoy, le truppe indiane al servizio della Compagnia delle Indie Orientali. Un’insurrezione generale, nota come Indian Mutiny (“ammutinamento indiano”) o rivolta dei sepoy, scoppiò a Meerut, nei pressi di Delhi, il 10 maggio del 1857. In breve tempo gli ammutinati occuparono Delhi e altri centri strategici. I combattimenti continuarono fino al 1859, ma già nel giugno del 1858 i principali centri dell’insurrezione erano caduti.

Alla rivolta seguì un periodo di brutali rappresaglie da parte delle truppe britanniche. Le autorità giudiziarie della Compagnia delle Indie Orientali arrestarono Bahadur Shah II e lo condannarono all’ergastolo, mettendo fine alla dinastia Moghul. Importante risultato della rivolta fu, nel 1858, il termine dell’amministrazione della Compagnia e il passaggio dei possedimenti indiani sotto il diretto controllo della Corona britannica.

7.7

L’India britannica e il sorgere del nazionalismo

Sotto i governatori britannici l’amministrazione dell’India fu riorganizzata. Furono attuate alcune importanti riforme in materia fiscale, giudiziaria, educativa e sociale; il sistema di opere pubbliche fu enormemente esteso. Il governo britannico ereditò tuttavia, dalla precedente amministrazione, l’insofferenza nei confronti del dominio coloniale e un crescente sentimento nazionalistico; a questi si aggiunse una serie di terribili carestie. Nel 1876 il governo britannico, avallando la proposta di Benjamin Disraeli, proclamò la regina Vittoria imperatrice dell’India.

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, l’India fu attraversata da un crescente fermento sociale e politico. L’élite intellettuale indiana, in parte formatasi in Occidente, introdusse nel paese alcuni aspetti del pensiero europeo e il nazionalismo indiano cominciò a rappresentare una seria minaccia per i britannici. Nei decenni seguiti alla rivolta dei sepoy erano sorte diverse associazioni anticolonialiste e nazionaliste, tra cui la più influente era il Congresso nazionale indiano, fondato nel 1885.

7.8

Il movimento di protesta di Gandhi

Dopo la prima guerra mondiale la lotta politica si intensificò. In risposta alla ripresa dell’attivismo nazionalista, il Parlamento britannico approvò le leggi Rowlatt che sospesero i diritti civili e introdussero la legge marziale nelle zone dove si erano verificati tumulti e rivolte, provocando un’ulteriore ondata di violenza e disordini. In quest’epoca di agitazioni Mohandas K. Gandhi, un riformatore sociale e religioso di fede induista, conosciuto tra i suoi seguaci con il nome di Mahatma (in sanscrito “grande anima”), invitò il popolo indiano a rispondere alla repressione britannica con la resistenza passiva (Satyagraha).

Dopo il massacro di Amritsar la lotta nazionalista si estese e si radicalizzò, poggiando soprattutto sulla politica di non cooperazione perseguita da Gandhi a partire dal 1920, che invitava a boicottare le merci, le corti di giustizia, le istituzioni scolastiche britanniche, a non cooperare alla vita politica e a rinunciare ai titoli britannici eventualmente detenuti. A giudizio delle autorità britanniche, quelle intraprese da Gandhi erano attività sediziose e, tra il 1922 e il 1942, il leader indiano fu più volte incarcerato.

L’ondata di nazionalismo, che aveva ricevuto un notevole impulso dopo il primo arresto di Gandhi, raggiunse uno stadio critico nella primavera del 1930. Il 12 marzo, in seguito al rifiuto britannico di concedere all’India lo status di dominion (colonia con diritto di autogoverno), Gandhi annunciò che si sarebbe messo alla testa di una violazione di massa del monopolio governativo del sale. Questa fu compiuta, dopo una lunga marcia, presso il golfo di Khambhat, dove l’acqua del mare venne fatta bollire per ricavarne il sale. In tutta l’India vennero compiute azioni analoghe con un’efficacia e un impatto simbolico molto profondi. All’arresto di Gandhi seguirono manifestazioni e tumulti a Calcutta, a Delhi e in altre città, per far fronte ai quali il governo ricorse ad arresti di massa; prima di novembre vennero incarcerati circa 27.000 nazionalisti indiani.

Nel marzo del 1931 il governo britannico concordò una tregua con Gandhi, rilasciato alcuni mesi prima insieme ad altri prigionieri politici, tra cui Jawaharlal Nehru, segretario del Congresso nazionale indiano e suo più stretto compagno di lotta. Nel frattempo la Lega musulmana, temendo un futuro dominio degli induisti, aveva avanzato la richiesta di privilegi speciali all’interno dell’eventuale dominion. Ne risultò una grave controversia, che sfociò in veri e propri scontri tra induisti e musulmani in molte comunità del paese. Ad aggravare i conflitti interni si aggiunsero gli effetti della Grande Depressione, che mise in ginocchio l’economia indiana.

Nel 1935 il Parlamento britannico approvò il Government of India Act (Legge sul governo dell’India), che istituiva organi legislativi autonomi nelle province dell’India britannica e prevedeva la protezione della minoranza musulmana. La legge istituiva inoltre un’assemblea legislativa nazionale bicamerale e un organo esecutivo dipendente dal governo britannico. Seguendo l’orientamento di Gandhi, il popolo indiano approvò queste misure, che entrarono in vigore il 1° aprile 1937; ciononostante, molti membri del Congresso nazionale indiano continuarono a richiedere la completa indipendenza del paese.

7.9

La seconda guerra mondiale

Allo scoppio della seconda guerra mondiale il viceré dell’India, Victor Hope, dichiarò guerra alla Germania in nome dell’India. Questo passo, intrapreso in conformità con la Costituzione del 1937 ma senza consultare la leadership indiana, diede nuovo impulso alle richieste di autonomia.

Il movimento di disobbedienza civile riprese nell’agosto del 1942. Gandhi, Nehru e migliaia di sostenitori furono arrestati e il Congresso nazionale indiano fu dichiarato illegale. Approfittando della situazione interna indiana, e con l’aiuto del nazionalista estremista Subhas Chandra Bose, i giapponesi intensificarono le operazioni militari tentando nel marzo 1944 l’invasione dell’India, lungo un fronte di 322 km al confine con la Birmania, venendo però respinti dalle truppe anglo-indiane.

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