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Tecnologia

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Novecento: si alza in volo il nuovo secoloNovecento: si alza in volo il nuovo secolo
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La tecnologia appropriata

Negli anni Sessanta del Novecento assunse rilievo l’idea di una tecnologia “appropriata”, in quanto sviluppata nel rispetto delle esigenze, delle risorse, dell’ambiente e degli stili di vita delle persone che ne faranno uso. Uno strenuo sostenitore di questa impostazione fu l’economista statunitense di origine tedesca Ernst Friedrich Schumacher (1911-1977), il quale nel 1973, nella sua opera Small Is Beautiful. Economics As If People Mattered (edizione italiana: Piccolo è bello, 1978), parlò di una “tecnologia dal volto umano” ricorrendo all’espressione “tecnologia intermedia”.

Schumacher si basava sulla convinzione di Mohandas Gandhi secondo cui i poveri del mondo possono trarre aiuto non dalla produzione di massa, bensì dalla produzione da parte delle masse. La sua ricetta della tecnologia intermedia è che essa deve sfruttare il meglio della conoscenza e dell’esperienza moderna, mirare al decentramento, essere compatibile con le leggi dell’ecologia, moderata nell’uso delle risorse limitate e studiata per servire l’uomo anziché ridurlo a semplice operatore di macchine. Vedi anche Globalizzazione.

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Tecnologia e società

È chiaro che l’impatto della tecnologia sulla società non è mai stato profondo e importante come ai nostri giorni. Sono in molti, governi compresi, a ritenere che l’incentivazione dello sviluppo tecnologico debba essere una priorità nazionale, visto il suo ruolo fondamentale nella costruzione della ricchezza e dello sviluppo economico di un paese. La tecnologia, inoltre, accresce la competitività industriale e la qualità della vita di una nazione.

L’idea che i prodotti tecnologici siano indice di progresso è profondamente radicata in molte società: spesso però si dimentica che la tecnologia può seguire una “doppia vita”, nel senso che può svilupparsi secondo le intenzioni di chi l’ha generata, ma può anche portare a risultati indesiderati e talvolta non previsti. La tecnologia può essere un prezioso alleato nella fase iniziale della realizzazione di una società industriale, ma non bisognerebbe perdere di vista la progressiva valutazione dei risultati, trasformando lo sviluppo tecnologico in un processo fine a se stesso. Le attuali condizioni sociali non felici di gran parte della popolazione dei paesi sviluppati sono anche una conseguenza del forsennato ricorso alle tecnologie avanzate in tutti i settori della produttività e dei servizi.

Invero la sostituzione dell’uomo con macchine, capaci di eseguire il medesimo compito con costi e in tempi inferiori, è iniziata oltre due secoli fa, quando i sistemi meccanizzati furono introdotti nell’agricoltura, e prosegue ancora oggi con l’automazione di un numero sempre maggiore di mansioni nelle fabbriche, negli uffici, nei luoghi pubblici, negli ospedali. Questo inevitabile mutamento ha portato indubbi benefici, riducendo notevolmente i costi della manodopera e permettendo un notevole aumento della produttività, ma ha causato una drastica riduzione dei posti di lavoro e ha contribuito all’aumento della disoccupazione.

Recenti studi, tuttavia, non avvalorano più di tanto l’idea che il cambiamento tecnologico sia la sola causa di disoccupazione: la tecnologia infatti ha in sé le capacità di creare più posti di lavoro di quanti ne distrugga.

Un quadro chiaro è difficile da ottenere su periodi brevi, perché le aziende hanno bisogno di tempo per imparare a usare in modo efficace le nuove tecnologie e sostituire le strutture di gestione obsolete. Nondimeno, sono in rapida crescita professioni quali il programmatore, l’analista di sistemi, il gestore di rete, l’architetto di database, l’operatore di computer e il tecnico addetto alla riparazione dei sistemi elettronici. Purtroppo tali considerazioni non implicano necessariamente che, ad esempio, coloro i quali vengono rimossi dalle loro vecchie mansioni possano rapidamente reinserirsi nelle nuove aree del mercato del lavoro, né che queste ultime siano in grado, sul lungo periodo, di creare un numero di posti di lavoro tale da riuscire ad assorbire la domanda di un intero paese.

Si sostiene spesso che l’informatica si dimostrerà il più potente fattore di cambiamento della società e dell’economia odierne. La cosiddetta “rivoluzione digitale”, grazie alla quale l’informazione, sotto forma di testo, suono o video, può essere convertita in e da cifre binarie (bit) e trasmessa su reti globali, sta nondimeno già trasformando interi settori quali le telecomunicazioni, il giornalismo e l’editoria.

I progressi nella tecnologia delle comunicazioni a fibre ottiche hanno reso estremamente più rapida la trasmissione delle informazioni, mentre lo sviluppo degli schermi piatti ha svincolato i computer dalle scrivanie. Questi elementi hanno contribuito all’integrazione dell’informatica e della tecnologia delle comunicazioni.

Un cambiamento sociale di siffatte proporzioni comporta nuove opportunità, ma anche grosse problematiche, una delle quali è come evitare che si instauri una società divisa tra “chi possiede” e “chi non possiede” le informazioni a livello sia nazionale sia internazionale. Altre problematiche investono la proprietà e la sicurezza delle informazioni: il cyberspazio è la nuova frontiera in cui devono essere riconsiderati i principi e le prassi giuridiche attuali.

Date le complesse modalità in cui la tecnologia interagisce con la società e con la vita degli individui, è comprensibile che la percezione che se ne ha sia profondamente influenzata dalla natura delle esperienze personali. In generale, non è molto sviluppata la comprensione della tecnologia e vi è un riconoscimento globalmente diffuso tra i cittadini dell’esigenza di un maggior grado di “alfabetizzazione tecnologica”. In molti paesi l’inserimento della tecnologia tra le materie della scuola dell’obbligo è una recente acquisizione, finalizzata a migliorare la comprensione e la pratica di questo importante aspetto della società moderna.

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