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Religione babilonese

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Sin, il dio della lunaSin, il dio della luna
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Introduzione

Religione babilonese Insieme di credenze e di pratiche rituali degli antichi babilonesi. Cosmogonia, cosmologia, dei, demoni, culti e sacerdozi furono quasi interamente mutuati dai sumeri (vedi Religione sumerica), anche se i babilonesi adattarono questo patrimonio ereditario alla loro tradizione etnica e culturale. Così, quando la città di Babilonia divenne il maggiore centro religioso e culturale della regione e il dio Marduk assunse preponderanza nel pantheon babilonese, i sacerdoti vollero giustificare la posizione acquisita dalla nuova divinità e teorizzarono che gli dei sumerici An ed Enlil avessero ufficialmente trasferito il loro potere a Marduk.

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Il pantheon

I babilonesi credevano in un pantheon costituito da esseri invisibili, immortali, di sembianze umane, dotati di poteri soprannaturali, ognuno dei quali sovrintendeva a una piccola parte del cosmo: ciascuna divinità presiedeva agli spazi celesti, terrestri e marini, a ogni corpo celeste, alle entità naturali e anche agli attrezzi del lavoro quotidiano.

Al vertice del pantheon vi era Marduk che, secondo il poema mitologico babilonese noto come Enuma elish, ottenne l’egemonia nel pantheon assieme alla signoria su tutto l’universo quale ricompensa per aver vendicato gli dei sconfiggendo Tiamat, la selvaggia dea del caos, e plasmando il cielo, la Terra e il corso regolato dei pianeti e delle stelle, prima di creare la stirpe umana.

Fra le principali divinità babilonesi figurano anche Ea, dio della saggezza e della magia, Sin, il dio luna, Shamash, il dio sole e della giustizia, raffigurato sulla stele che contiene il codice di Hammurabi, Ishtar, dea dell’amore e della guerra, Adad, dio del vento, della tempesta e dei flutti, e il figlio di Marduk, Nabu, scriba e araldo degli dei. Accanto alle divinità celesti non mancava una schiera di demoni, diavoli e mostri minacciosi e, in numero minore, spiriti buoni e angeli.

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Il culto

Ciascuna delle divinità più importanti aveva un grande tempio in cui era onorata come protettrice della città; nelle città più grandi i templi dedicati alle divinità potevano anche essere numerosi, come a Babilonia, che in epoca caldea (VIII-VI secolo a.C.) ne vantava più di cinquanta.

I riti si celebravano generalmente all’aperto, nel cortile del tempio, mentre la zona interna era riservata al sommo sacerdote e ad altri esponenti del clero e della corte. Nelle grandi città accanto ai templi sorgeva anche una ziggurat, caratteristica torre a gradoni, sormontata da un piccolo santuario.

Il tempio era in primo luogo la casa della divinità, dal culto fortemente ritualizzato. Il clero, organizzato gerarchicamente, comprendeva sommi sacerdoti, addetti ai sacrifici, musici, cantori, maghi e indovini.

Il sacrificio, spesso quotidiano, attraverso il quale la divinità veniva nutrita, prevedeva l’immolazione di animali, con offerta di prodotti della terra e d’incenso, oltre ad acqua, vino e birra; fra le tante feste assumevano particolare importanza i riti della luna nuova e, soprattutto, quelli dell’anno nuovo all’equinozio di primavera, che si svolgevano nell’Akitu, il tempio di Marduk nei dintorni di Babilonia: la festa durava parecchi giorni con sacrifici, cerimonie di espiazione e processioni, fino al momento culminante, quello delle nozze sacre, unione rituale fra il re, rappresentante di Marduk, e la sposa di Marduk, impersonata da una sacerdotessa.

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Credenze

I documenti babilonesi mostrano un popolo che attribuiva grande valore alla bontà, alla verità, alla legge e all’ordine, alla giustizia, alla libertà, alla saggezza, al coraggio e alla lealtà; pietà e compassione erano considerate virtù, e particolare protezione era accordata ai più deboli. Le azioni malvagie erano considerate trasgressioni contro gli dei, punibili dunque solo dagli dei stessi; nessuno, poi, era considerato senza peccato, e si doveva quindi accettare ogni sofferenza come giusta punizione.

L’intensa religiosità dei babilonesi era tuttavia temperata da una visione disincantata della realtà, probabilmente più diffusa di quanto non rivelino le fonti.

Per i babilonesi la morte era il compimento di ciò che si attendeva con timore e disperazione, nella convinzione che lo spirito, liberato dal corpo, sarebbe disceso in un luogo sotterraneo e oscuro, mentre la vita nell’oltretomba si sarebbe esaurita, al massimo, in un pallido riflesso dell’esistenza sulla terra, senza alcuna speranza di ricompensa per i giusti; ogni uomo era inevitabilmente consegnato agli inferi, e non è strano, quindi, che l’opera letteraria babilonese più drammatica e creativa, l’Epopea di Gilgamesh, sia incentrata su una vana ricerca della vita eterna.

Vedi anche Assiria; Lingua accadica; Letteratura assiro-babilonese; Arte mesopotamica; Regno di Babilonia.

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