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Rivoluzione francese

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La Costituzione

Sin dai suoi primi giorni l’Assemblea si dedicò alla redazione della Costituzione, nel cui preambolo, noto come Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (26 agosto 1789), i delegati formularono gli ideali rivoluzionari condensati poi nell’espressione “liberté, égalité, fraternité”. Era la solenne proclamazione delle libertà fondamentali dell’individuo (di pensiero, di parola e di stampa), dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge senza distinzioni di ceto e dei principi democratici (divisione dei poteri, sovranità popolare, diritto all’istruzione).

Nel frattempo il popolo, affamato e in fermento per le voci di una cospirazione monarchica, assediò inferocito il palazzo di Versailles (5-6 ottobre), costringendo la famiglia reale a riparare a Parigi con l’aiuto di La Fayette. L’episodio spinse alcuni conservatori, membri della Costituente, a seguire il re e a dare le dimissioni. L’obiettivo iniziale di una monarchia costituzionale venne mantenuto, anche se tra i membri dell’Assemblea cominciò a prevalere un certo radicalismo.

Lo stato venne riorganizzato all’inizio del 1790: le province furono abolite e sostituite da dipartimenti dotati di organi amministrativi elettivi locali; i titoli nobiliari furono soppressi; si istituì il processo davanti alla giuria per atti criminali e si prospettarono fondamentali modifiche alle leggi. Alla crisi finanziaria l’Assemblea fece fronte con la confisca dei beni della Chiesa e quindi con l’emissione degli assignats (“assegnati”), ossia buoni del tesoro utilizzabili per l’acquisto del patrimonio ecclesiastico.

La questione religiosa, intrecciata con quella finanziaria, fu al centro del dibattito nell’Assemblea, concluso nel luglio del 1790 con la Costituzione civile del clero che limitò notevolmente il potere della Chiesa cattolica: preti e vescovi sarebbero stati eletti da particolari assemblee e retribuiti dallo stato, al quale essi dovevano giurare fedeltà, mentre quasi tutti gli ordini monastici dovevano essere soppressi.

Nei quindici mesi trascorsi fra l’accettazione della prima stesura della Costituzione e il suo completamento mutarono tuttavia gli equilibri di forze all’interno del movimento rivoluzionario, soprattutto a causa del clima di scontento e di sospetto diffuso tra le classi prive del diritto di voto, sempre più tentate da soluzioni radicali. Questa tendenza, stimolata in tutta la Francia dai giacobini e a Parigi dai cordiglieri, si acuì alla notizia dei contatti tra la regina Maria Antonietta e il fratello, l’imperatore Leopoldo II d’Asburgo, che, come quasi tutti i regnanti d’Europa, aveva accolto i réfugiés e non nascondeva la propria ostilità di fronte agli avvenimenti francesi. Il sospetto popolare sulle attività della regina e sulla complicità del re trovò conferma il 21 giugno, quando la famiglia reale tentò di lasciare la Francia e fu catturata a Varennes.

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La crescita del radicalismo

Il 17 luglio del 1791 i repubblicani di Parigi si riunirono al Campo di Marte chiedendo la deposizione del sovrano. All’ordine di La Fayette, politicamente affiliato ai foglianti (monarchici moderati), la Guardia nazionale aprì il fuoco disperdendo i dimostranti. Lo spargimento di sangue acuì la frattura tra repubblicani e borghesia. Dopo aver sospeso Luigi XVI dalle sue funzioni, la maggioranza moderata della Costituente, temendo ulteriori disordini, reintegrò il re nella speranza di contenere le spinte radicali ed evitare l’intervento straniero.

Il 14 settembre Luigi XVI giurò di appoggiare la Costituzione emendata. Due settimane dopo, con l’elezione della nuova legislatura autorizzata dalla Costituzione, l’Assemblea costituente fu sciolta. Nel frattempo, Leopoldo II e Federico Guglielmo II, re di Prussia, avevano emanato una dichiarazione congiunta contenente minacce di intervento armato contro la rivoluzione (27 agosto 1791).

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L’Assemblea legislativa

La Carta costituzionale della Francia fu approvata dopo lunghe discussioni il 4 settembre del 1791; il 14 settembre il re giurò di rispettarla. Basando il diritto di suffragio sulla proprietà, la Costituzione limitò l’elettorato alla borghesia e alle classi più elevate. Il potere legislativo fu conferito a un’Assemblea composta da 745 membri da eleggere a suffragio indiretto. Sebbene il re detenesse il potere esecutivo, gli furono imposte rigide limitazioni: il suo veto aveva esclusivamente effetto sospensivo e all’Assemblea spettava il controllo sulla sua condotta negli affari esteri.

L’Assemblea legislativa, riunitasi il 1° ottobre, era composta da nuovi membri (poiché i costituenti si erano dichiarati ineleggibili alla legislatura successiva) ed era divisa in fazioni (dette “club”) le cui idee politiche erano ampiamente divergenti. La più moderata era quella dei foglianti, sostenitori della monarchia costituzionale prevista nella Costituzione del 1791; al centro si collocava la maggioranza (detta “Pianura”), senza un programma preciso, ma compatta nell’opposizione ai repubblicani, seduti a sinistra, distinti in girondini, che chiedevano la trasformazione della monarchia costituzionale in repubblica federale, e montagnardi (giacobini e cordiglieri, che occupavano i seggi più in alto, quelli appunto della “Montagna”), che propugnavano una repubblica fortemente centralizzata.

Prima che queste differenze provocassero una grave frattura interna allo schieramento, i repubblicani riuscirono a far approvare alcune leggi importanti e severe misure contro gli ecclesiastici che rifiutavano il giuramento di fedeltà.

Il veto del re a tali proposte creò una crisi che portò al potere i girondini, guidati da figure di prestigio quali Jacques-Pierre Brissot e l’ex marchese di Condorcet. I nuovi ministri, nonostante l’opposizione di Maximilien de Robespierre, capo dei giacobini, adottarono un atteggiamento ostile verso Federico Guglielmo II e Francesco II d’Asburgo (succeduto al padre Leopoldo II sul trono imperiale il 1° marzo 1792), principali protettori dei réfugiés e sostenitori della ribellione dei signori feudali alsaziani contro il governo rivoluzionario.

La volontà di guerra si diffuse rapidamente sia tra i monarchici, che speravano di restaurare l’Ancien Régime, sia tra i girondini, che volevano un trionfo decisivo sulle forze reazionarie nazionali ed estere. Il 20 aprile 1792 l’Assemblea legislativa dichiarò guerra all’Austria, affidandone la direzione al ministro Charles-François Dumouriez.

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La lotta per la libertà

A causa degli errori commessi dagli alti comandi francesi, perlopiù monarchici, l’Austria riportò numerose vittorie nei Paesi Bassi austriaci. La conseguente invasione della Francia fece cadere il ministero Roland (13 giugno) e nella capitale scoppiarono disordini culminati nell’attacco al Palazzo delle Tuileries (20 giugno), la residenza reale. L’11 luglio i regni di Sardegna e di Prussia entrarono in guerra contro la Francia e scattò l’emergenza nazionale; furono inviati rinforzi agli eserciti e a Parigi si raccolsero volontari da tutto il paese, tra cui il contingente di Marsiglia che arrivò cantando la Marseillaise.

Lo scontento popolare nei confronti dei girondini, raccoltisi intorno al monarca, aumentò la tensione, che degenerò in insurrezione aperta quando il duca di Brunswick, che comandava l’esercito austro-prussiano, minacciò di distruggere la capitale in caso di attentati contro la famiglia reale. Gli insorti assaltarono le Tuileries, massacrando le guardie del re, che si rifugiò nella sala dell’Assemblea legislativa; il sovrano fu sospeso e imprigionato, il governo parigino deposto e sostituito da un Consiglio esecutivo provvisorio dominato dai montagnardi di Georges Danton, che ben presto assunsero il controllo dell’Assemblea legislativa e indissero elezioni a suffragio universale maschile per istituire una nuova Convenzione costituente.

Tra il 2 e il 7 settembre del 1792 oltre mille sospetti traditori furono processati sommariamente e giustiziati nei cosiddetti “massacri di settembre”, dettati dalla paura di presunti complotti per rovesciare il governo rivoluzionario. Il 20 settembre l’avanzata prussiana fu bloccata a Valmy. Il giorno seguente si riunì la nuova Convenzione nazionale, che proclamò l’abolizione della monarchia e la nascita della Prima Repubblica. Sebbene le principali fazioni, montagnardi e girondini, non avessero altri programmi comuni, non si sviluppò alcuna opposizione al “decreto della Gironda”, che prometteva l’aiuto francese a tutti i popoli oppressi d’Europa, principio che di fatto avrebbe dato luogo a future annessioni.

Mentre le truppe conseguivano nuove vittorie, conquistando Magonza, Francoforte sul Meno, Nizza, la Savoia e i Paesi Bassi austriaci, cresceva il conflitto all’interno della Convenzione, con la Pianura che oscillava tra i girondini conservatori e i montagnardi radicali, capeggiati da Robespierre, Marat e Danton. Fu approvata infine la proposta della Montagna di processare Luigi XVI per tradimento: il 15 gennaio del 1793 il re fu dichiarato colpevole e il 21 gennaio ghigliottinato, evento che provocò la reazione immediata delle Corti europee.

La mancanza di unità dei girondini durante il processo al re danneggiò il loro prestigio, e la loro influenza in seno alla Convenzione diminuì, anche in conseguenza delle sconfitte francesi contro l’Inghilterra e le Province Unite olandesi (1° febbraio 1793) e contro la Spagna (7 marzo), quest’ultima entrata con alcuni stati minori nella coalizione controrivoluzionaria. All’inizio di marzo la Convenzione approvò la coscrizione di 300.000 uomini, arruolati nei vari dipartimenti. Sfruttando la resistenza opposta dai contadini della Vandea, i monarchici e il clero li spinsero alla rivolta, dando inizio a una guerra civile che si diffuse rapidamente nei dipartimenti vicini.

La sconfitta del generale Dumouriez a Neerwinden (18 marzo), la guerra civile e l’avanzata delle forze straniere in Francia portarono a una frattura tra i girondini e i montagnardi, che sostenevano la necessità di un’azione radicale in difesa della rivoluzione.

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Il Terrore

Il 6 aprile la Convenzione istituì un nuovo organo esecutivo della Repubblica, il Comitato di salute pubblica, e riorganizzò il Comitato di sicurezza generale e il Tribunale rivoluzionario, inviando inoltre funzionari nei singoli dipartimenti per sorvegliare l’applicazione della legge e requisire uomini e armi. Il conflitto tra girondini e montagnardi si acuì; nuovi tumulti scoppiati a Parigi, organizzati da estremisti radicali, costrinsero la Convenzione a ordinare l’arresto di 29 delegati e di due ministri girondini, così che da quel momento prevalse la fazione radicale del governo parigino.

Il 24 giugno l’Assemblea promulgò una nuova Costituzione ancora più democratica (detta Costituzione dell’anno I), che però non entrò mai in vigore perché il testo fu completamente riformulato dai giacobini, passati il 10 luglio alla direzione del Comitato di salute pubblica.

Tre giorni dopo, il radicale giacobino Jean-Paul Marat fu assassinato da Charlotte Corday, simpatizzante girondina; l’indignazione pubblica accrebbe notevolmente l’influenza giacobina. Il 27 luglio Robespierre entrò nel Comitato e ben presto ne assunse la guida: coadiuvato da Louis de Saint-Just, Lazare Carnot, Georges Couthon e altri, ricorse a misure estreme per schiacciare qualunque tendenza controrivoluzionaria. I poteri del Comitato vennero rinnovati mensilmente dall’Assemblea nel periodo noto come “il Terrore” (aprile 1793 - luglio 1794).

In campo militare, la Repubblica dovette affrontare le potenze nemiche che avevano ripreso l’offensiva su tutti i fronti: Magonza era stata riconquistata dai prussiani, numerose città francesi erano cadute o si trovavano sotto assedio, gli insorti cattolici o monarchici controllavano buona parte della Vandea e della Bretagna, mentre Caen, Lione, Marsiglia e Bordeaux erano nelle mani dei girondini. Una nuova coscrizione chiamò alle armi tutta la popolazione maschile abile, 750.000 uomini che furono divisi in quattordici armate.

All’interno, l’opposizione veniva repressa duramente dal Comitato: il 16 ottobre 1793 fu giustiziata la regina Maria Antonietta e, due settimane dopo, ventun girondini; migliaia di monarchici, ecclesiastici, girondini e altri, accusati di attività o simpatie controrivoluzionarie, furono processati e mandati al patibolo, per un totale di 2639 esecuzioni, di cui più della metà tra giugno e luglio del 1794.

Il tribunale di Nantes condannò a morte oltre 8000 persone in tre mesi e in tutta la Francia si eseguirono quasi 17.000 pene capitali che, sommate ai morti nelle prigioni sovraffollate e malsane e ai rivoltosi uccisi sul campo, portarono le vittime del Terrore a circa 40.000. Non si fecero distinzioni: nobili, ecclesiastici, borghesi e soprattutto contadini e operai furono condannati come renitenti alla leva, disertori, ribelli o responsabili di altri crimini. Fu avviata una campagna di scristianizzazione, culminata con l’abolizione del calendario gregoriano, sostituito dal calendario repubblicano, che fu istituito nel 1793 ma reso retroattivo a partire dal 22 settembre 1792.

Il Comitato di salute pubblica di Robespierre tentò di riformare la Francia secondo i concetti di umanitarismo, idealismo sociale e patriottismo; nello sforzo di istituire una “repubblica della virtù”, si enfatizzò la devozione alla nazione e alla vittoria, combattendo corruzione e ribellione. Il 23 novembre del 1793 il governo municipale di Parigi (la prima Comune, detta anche “Comune rivoluzionaria”), presto seguito in tutta la Francia, effettuò la chiusura delle chiese, dando inizio alla predicazione di una religione rivoluzionaria nota come “culto della Dea Ragione”. Ciò accrebbe la divisione tra i giacobini, guidati da Robespierre, e i seguaci dell’estremista Jacques-René Hébert, che costituivano una forza notevole alla Convenzione e nel governo parigino.

Frattanto, la campagna contro la coalizione antifrancese raccoglieva vittorie e respingeva gli invasori; contemporaneamente il Comitato di salute pubblica schiacciava le insurrezioni di monarchici e girondini.

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