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Rivoluzione francese

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La caduta di Robespierre

Il conflitto tra il Comitato e gli estremisti si risolse con l’esecuzione di Hébert e altri radicali (24 marzo 1794); pochi giorni dopo (6 aprile) Robespierre fece giustiziare Danton e i suoi seguaci (i cosiddetti “indulgenti”), che cominciavano a chiedere la pace e la fine del Terrore. A causa di tali rappresaglie Robespierre perse l’appoggio di molti giacobini; si diffuse il rifiuto delle eccessive misure di sicurezza imposte dal Comitato e lo scontento generale si trasformò presto in una vera cospirazione: Robespierre, Saint-Just, Couthon e altri 98 loro sostenitori furono arrestati il 27 luglio (corrispondente al 9 termidoro dell’anno II) e giustiziati il giorno seguente.

Sino alla fine del 1794 l’Assemblea fu dominata dal gruppo che aveva rovesciato Robespierre ponendo fine al Terrore: i club giacobini furono chiusi in tutta la Francia, vennero aboliti i tribunali rivoluzionari e abrogati alcuni decreti, tra cui quello che fissava il tetto massimo di prezzi e salari. Richiamati i girondini e altri delegati di destra espulsi, i termidoriani divennero fortemente reazionari, sicché nella primavera del 1795 ripresero tumulti e manifestazioni di protesta, duramente repressi e seguiti da rappresaglie contro i montagnardi. Vedi Terrore Bianco.

Nell’inverno del 1794 l’esercito francese invase i Paesi Bassi austriaci e le Province Unite, poi riorganizzate nella Repubblica Batava. La coalizione antifrancese si sgretolò: con il trattato di Basilea (5 aprile 1795) la Prussia e altri stati tedeschi stipularono la pace con la Francia; il 22 luglio si ritirò la Spagna e quindi solo Gran Bretagna, Sardegna e Austria rimasero in guerra con la Francia. Per quasi un anno però si ebbe una situazione di tregua: la fase successiva fu aperta dalle guerre napoleoniche.

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Il Direttorio

La Convenzione nazionale redasse rapidamente una nuova Costituzione (Costituzione dell’anno III) che, approvata il 22 agosto del 1795, conferiva il potere esecutivo a un Direttorio composto di cinque membri e quello legislativo a due camere, il Consiglio degli Anziani (250 membri) e il Consiglio dei Cinquecento. Il mandato di un membro del Direttorio e di un terzo del corpo legislativo doveva essere rinnovato annualmente a partire dal maggio 1797 e il voto era limitato ai contribuenti residenti da almeno un anno nel proprio distretto elettorale.

La nuova Costituzione si allontanava dalla democrazia giacobina e, non indicando mezzi per risolvere i conflitti tra potere esecutivo e legislativo, pose le premesse per rivalità interne, colpi di stato e un’inefficace gestione degli affari interni.

La Convenzione, sempre anticlericale e antimonarchica nonostante l’opposizione ai giacobini, creò una serie di garanzie contro la restaurazione della monarchia; decretò infatti che il Direttorio e due terzi del corpo legislativo fossero scelti tra i propri membri, suscitando così la violenta insurrezione dei monarchici (5 ottobre 1795). I disordini furono sedati dai soldati guidati dal generale Napoleone Bonaparte (il futuro Napoleone I). Il 26 ottobre cessarono i poteri della Convenzione, sostituita il 2 novembre dal governo previsto nella nuova Costituzione.

Nonostante il contributo di abili statisti quali Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord e Joseph Fouché, il Direttorio dovette fronteggiare subito numerose difficoltà: sul fronte interno, l’eredità di un’acuta crisi finanziaria aggravata da una disastrosa svalutazione (99% circa) degli assignats, lo spirito giacobino ancora vivo tra le classi più povere, il proliferare tra i benestanti di agitatori monarchici che propugnavano la restaurazione; sul fronte internazionale, la questione aperta con il Sacro romano impero e l’assolutismo, costante minaccia alla rivoluzione, che ancora dominava quasi tutta l’Europa. I raggruppamenti politici borghesi, decisi a conservare il potere conquistato, presto scoprirono i vantaggi derivanti dal distogliere le masse dirottandone le energie in questioni militari.

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L’ascesa di Napoleone

A circa cinque mesi dall’insediamento, il Direttorio aprì la prima fase (marzo 1796 - ottobre 1797) delle guerre napoleoniche. Tre colpi di stato, le sconfitte militari nell’estate del 1799, oltre a difficoltà economiche e fermento sociale, misero in grave pericolo la supremazia politica borghese. Gli attacchi della sinistra culminarono nel complotto del riformatore radicale François-Noël Babeuf, che chiedeva la distribuzione di terre e ricchezze. Il tradimento di un complice fece fallire l’insurrezione e Babeuf fu giustiziato il 28 maggio del 1797.

Un colpo di stato rovesciò il Direttorio (9 novembre 1799, corrispondente al 18 brumaio dell’anno VIII nel calendario repubblicano) e Napoleone Bonaparte, idolo popolare grazie alle sue recenti vittoriose campagne militari, salì al potere come Primo console, chiudendo il periodo “rivoluzionario”. Il parziale fallimento della rivoluzione fu compensato dal suo dilagare in quasi tutta l’Europa.

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Cambiamenti portati dalla rivoluzione

Il risultato immediato della rivoluzione fu l’abolizione della monarchia assoluta e dei privilegi feudali (vedi Feudalesimo): la servitù, i tributi e le decime furono soppressi; i grandi possedimenti vennero frazionati e si introdusse un principio equo di tassazione. Con la redistribuzione delle ricchezze e dei terreni, la Francia divenne il paese europeo con il maggior numero di piccoli proprietari terrieri indipendenti. A livello sociale ed economico, furono aboliti l’incarceramento per debiti e il diritto di primogenitura nell’eredità terriera, e venne introdotto il sistema metrico decimale.

Napoleone portò a compimento alcune riforme avviate durante la rivoluzione: istituì la Banca di Francia, che era banca nazionale semi-indipendente e agente governativo in materia di valuta, prestiti e depositi pubblici; instaurò l’attuale sistema scolastico, centralizzato e laico; riorganizzò l’università e fondò l’Institut de France; stabilì l’assegnazione delle cattedre in base a esami aperti a tutti, senza distinzioni di nascita o di reddito.

La riforma delle leggi provinciali e locali fu incorporata nel Codice napoleonico (1804), che rispecchiava molti principi introdotti dalla rivoluzione: uguaglianza dei cittadini davanti alla legge; proibizione della detenzione arbitraria oltre il terzo giorno dall’arresto; regolarità processuale, che prevedeva un consiglio di giudici e una giuria; la presunzione di innocenza dell’accusato fino a prova contraria e il diritto alla difesa.

In tema di religione, i principi di libertà di culto e di stampa, enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, portarono a una maggiore libertà di coscienza e al godimento dei diritti civili per protestanti ed ebrei. Furono inoltre gettate le basi per la separazione tra Stato e Chiesa.

Gli esiti teorici della Rivoluzione francese si condensano nei principi di “liberté, égalité, fraternité”, che diventarono il vessillo per le riforme liberali in Francia e in Europa nel XIX secolo e sono tuttora i fondamenti della democrazia. Storici revisionisti, tuttavia, attribuiscono alla Rivoluzione francese risvolti meno positivi, traducibili in un sistema fortemente centralizzato e spesso totalitario, e in un concetto di guerra applicata su larga scala per coinvolgere intere nazioni. Altri tendono a sminuire la lotta di classe come elemento motore della rivoluzione, e a sottolineare l’importanza di fattori politici, culturali e ideologici.

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