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Gravidanza e parto Termini usati per indicare, rispettivamente, il periodo dello sviluppo del feto all’interno del corpo materno e l’insieme di eventi (travaglio) che ne determinano l’espulsione e la nascita.
La gravidanza inizia quando uno spermatozoo maschile feconda la cellula uovo femminile e l’ovulo fecondato si impianta nella parete interna dell’utero, nella cui cavità si sviluppa. La gravidanza normale nella donna dura circa 39 settimane (o 280 giorni, cioè dieci mesi lunari) dall’inizio dell’ultima mestruazione. Poiché la gravidanza modifica l’equilibrio ormonale della donna, uno dei suoi primi sintomi è la mancata comparsa del flusso mestruale. Altre manifestazioni sono indolenzimento e tensione del seno; affaticamento; nausea; ipersensibilità olfattiva; aumento dello stimolo a urinare; cambiamenti di umore; aumento di peso. Attorno alla dodicesima settimana di gestazione molti di questi sintomi scompaiono e vengono sostituiti da altri. Ad esempio, di solito il seno si ingrossa, i capezzoli si scuriscono; talvolta possono comparire macchie brune sul volto (cloasma gravidico). Il segno più evidente della gravidanza è l’aumento di peso che, in base alle raccomandazioni della maggior parte dei medici, al termine della gravidanza non dovrebbe superare i 9-12 kg. Le gestanti, ossia le donne che hanno una gravidanza in corso, dovrebbero stare particolarmente attente a non fare uso di farmaci, a meno che non siano stati prescritti da un medico che sia a conoscenza dello stato di gravidanza. È inoltre necessario che esse evitino di sottoporsi a esami radiologici; inoltre, dovrebbero astenersi dal fumo e dal consumo di bevande alcoliche. Tali restrizioni tendono a proteggere lo sviluppo del feto che, in particolare nel corso dei primi mesi, potrebbe essere particolarmente danneggiato dai fattori citati. Infatti, i primi mesi risultano decisivi per la formazione del cervello, delle braccia, delle gambe e degli organi interni (vedi Feto; Sviluppo). Esistono alcuni esami di diagnosi prenatale che possono essere eseguiti per accertare la presenza di anomalie genetiche. Le indagini più comuni sono l’amniocentesi e l’esame dei villi coriali.
Nel corso della gravidanza possono verificarsi alcune complicazioni. Tra queste, rara ma potenzialmente mortale, è la gravidanza extrauterina o ectopica, nella quale l’ovulo fecondato si impianta fuori dall’utero, nell’addome o in una tuba di Falloppio. La gravidanza ectopica si manifesta con un dolore intenso e improvviso all’addome verso la settima o ottava settimana di gestazione. Se non si procede rapidamente a un intervento chirurgico, la gravidanza ectopica può causare gravi emorragie interne e, talvolta, anche la morte della donna. L’aborto spontaneo, che si presenta nel 15% delle gravidanze, si verifica, nella maggior parte dei casi, fra la quarta e la dodicesima settimana. Se una donna, che ha motivo di credersi incinta, avverte forti crampi addominali o ha un sanguinamento vaginale, deve contattare immediatamente un medico. La tossiemia, o gestosi gravidica, è un’altra complicazione potenzialmente grave dell’ultima fase della gravidanza. Si manifesta con ipertensione arteriosa, rapido aumento di peso, edema (soprattutto ai piedi) e presenza di proteine nell’urina (proteinuria). Se non trattata, la gestosi può peggiorare in pre-eclampsia, in cui si manifestano anche altri sintomi, come vomito e problemi addominali, e in eclampsia, cioè in una condizione estremamente grave in cui nella donna compaiono convulsioni e coma e che può sfociare nella morte del nascituro e della madre. Di solito, quando viene diagnosticata una grave gestosi, si induce al più presto la nascita del bambino, come misura di protezione sia di questo sia della madre. I disturbi associati alla gestosi scompaiono dopo il parto. Un mancato o inadeguato trattamento delle complicazioni gravidiche costituisce un grave problema sanitario soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove, a un più alto numero di gravidanze per donna rispetto ai paesi occidentali, non corrispondono assistenza e misure igienico-sanitarie adeguate, né, in molti casi, l’accesso ai farmaci; la gestosi, di conseguenza, rappresenta ancora una frequente causa di morte prematura del feto o della stessa gestante.
Dallo studio condotto da Ananth Karumanchi del Centro medico Beth Israel Deacones di Boston (USA) e pubblicato nel marzo del 2003, la pre-eclampsia, che colpisce il 5% delle gestanti, sarebbe correlata a valori elevati di una proteina detta sFlt1 (forma solubile del tipo fms della tirosinachinasi-1). Il gruppo di ricerca statunitense ha studiato l’espressione dei geni nel tessuto della placenta, cioè i tipi di proteine sintetizzati per effetto della regolazione genica in questo importante organo di comunicazione tra madre e feto. La somministrazione della proteina sFlt1 a femmine di topi gravide ha determinato l’insorgenza dei sintomi della pre-eclampsia, evidenziando una relazione di causa-effetto. La proteina sFlt1 fa parte del gruppo dei fattori di crescita angiogenici, tra cui il fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF) e il fattore placentare di crescita (PIGF), che promuovono lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni; una diminuzione dei livelli di questi fattori, mediata dalla sFlt1, interferisce con il buon funzionamento dei vasi e favorisce l’insorgenza della pre-eclampsia.
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