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Ai persiani si sostituirono i greci (dopo che Alessandro Magno, nel 333 a.C., ebbe conquistato la regione) e a questi i Tolomei d’Egitto e i Seleucidi di Siria, che tentarono di imporre cultura e religione ellenistiche. Nel II secolo a.C., guidati dai Maccabei, i giudei si ribellarono e instaurarono uno stato indipendente (141-63 a.C.), che durò fino a quando Roma conquistò la Palestina e ne fece una provincia governata da re ebrei. Durante il regno (37-4 a.C.) di Erode il Grande nacque Gesù. Dopo le due rivolte giudaiche contro la romanizzazione della regione (la prima nel 66-67, a seguito della quale i romani distrussero Gerusalemme, e la seconda, nel 131-135, guidata da Simon Bar Kokeba) la Palestina fu chiamata Syria Palaestina e Gerusalemme Aelia Capitolina; in questo periodo ebbe inizio la diaspora ebraica.
L’editto di Milano, emanato dall’imperatore romano Costantino il Grande nel 313 d.C., favorì la diffusione del cristianesimo in Palestina; la regione divenne quindi il centro del pellegrinaggio cristiano. Il dominio romano d’Oriente, interrotto da una breve occupazione persiana (614-629), terminò del tutto quando gli arabi presero Gerusalemme nel 638. Gerusalemme divenne la terza città santa dell’Islam: in origine fu scelta come qibla (la direzione verso cui si rivolgono i musulmani nell’atto della preghiera), poiché si riteneva che Maometto fosse asceso al cielo nei pressi del tempio di Salomone, dove in seguito venne eretta la Cupola della Roccia. I musulmani non imposero la loro religione e passò più di un secolo prima che la Palestina si convertisse all’Islam. A cristiani ed ebrei fu concessa autonomia e fu garantita loro la libertà di culto. Sotto gli Omayyadi e gli Abbasidi e, in misura minore, sotto i Fatimidi, la Palestina visse un periodo di prosperità. L’intolleranza religiosa dei Selgiuchidi, invece, provocò la reazione degli stati europei (vedi Crociate), che istituirono il Regno latino di Gerusalemme. Caduta sotto il dominio dei mamelucchi durante il XIII secolo, la Palestina visse due secoli di declino.
L’impero ottomano sconfisse i mamelucchi nel 1517 e, con qualche interruzione, governò la Palestina fino al 1917-18. Il paese fu diviso in distretti (sangiaccati), amministrati perlopiù da palestinesi arabizzati. Alle comunità cristiane ed ebree fu concessa una notevole autonomia. Fino al XVI secolo la Palestina conobbe un periodo di grande sviluppo economico e sociale, condividendo in seguito il declino dell’impero ottomano. Nell’Ottocento iniziò la penetrazione europea della regione, rivolta alla ricerca di materie prime e di nuovi mercati. Caduta nel 1831 sotto il dominio dell’Egitto di Muhammad Alì, la Palestina tornò nel 1840 all’impero ottomano grazie all’intervento delle potenze europee. Verso il 1880, per opera di imprenditori tedeschi ed ebrei, fece la sua comparsa nella regione la prima industria moderna.
Verso la fine del XIX secolo, il diffondersi dell’antisemitismo in Europa (in particolare in Russia, ma anche in altri paesi, come ad esempio in Francia con l’affare Dreyfuss) spinse un numero sempre maggiore di ebrei a trasferirsi in Palestina. La colonizzazione ebraica della Palestina fu incoraggiata e sostenuta dal movimento sionista soprattutto dopo il 1896, anno in cui Theodor Herzl pubblicò il libro Lo stato ebraico. Alla vigilia della prima guerra mondiale, la comunità ebraica in Palestina contava circa 57.000 membri (su una popolazione complessiva di circa 700.000 abitanti). I continui arrivi e il massiccio acquisto di terre da parte degli ebrei allarmarono la popolazione araba. Durante la prima guerra mondiale, all’approssimarsi del definitivo tramonto dell’impero ottomano, la Palestina venne coinvolta con tutto il Medio Oriente nei giochi delle grandi potenze europee. L’obiettivo di Gran Bretagna, Francia e Russia era quello di spartirsi la regione una volta battuto l’impero ottomano. Nel contempo, la Gran Bretagna promise l’indipendenza agli arabi (in cambio di una loro partecipazione al conflitto), ma anche, con la dichiarazione di Balfour (1917), un “focolare nazionale” in Palestina al movimento sionista. La Gran Bretagna si ritrovò così a dover conciliare le contraddittorie promesse fatte agli arabi e agli ebrei, e mentre il movimento sionista spingeva per un’immigrazione su grande scala, gli arabi, nel timore di essere estromessi dalla Palestina, contestavano la promessa fatta dai britannici agli ebrei. Nel 1922, ottenuto il mandato coloniale dalla Società delle Nazioni, la Gran Bretagna cercò di porre un freno all’immigrazione ebraica, riconfermando tuttavia il suo sostegno al progetto di costruzione del “focolare”. Negli anni Venti si ebbero i primi violenti scontri tra le due comunità. Con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo in Germania, l’affluenza degli ebrei in Palestina aumentò infatti considerevolmente, determinando l’intensificarsi degli scontri e l’esplosione di una serie di rivolte della popolazione araba (1936-1939). Con la seconda guerra mondiale ormai alle porte, nel 1939 la Gran Bretagna tentò di porre un freno all’immigrazione ebraica e all’acquisto di terre da parte degli ebrei. Il conflitto tra ebrei e arabi, placatosi durante la seconda guerra mondiale, riprese con virulenza nel 1945, quando il flusso degli ebrei scampati alla Shoah verso la Palestina crebbe enormemente. La situazione nella regione diventò così incandescente che nell’aprile del 1947 la Gran Bretagna – le cui forze erano sottoposte a violenti attacchi da parte delle milizie ebraiche – rinunciò al mandato e delegò il problema alle Nazioni Unite.
Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò un piano che suggeriva la spartizione della Palestina e la fondazione di due stati (uno ebraico e uno arabo) distinti, destinando la città di Gerusalemme e i luoghi santi a un’amministrazione internazionale. La proposta dell’ONU non ebbe seguito; mentre i paesi arabi la rifiutarono, il 14 maggio 1948 gli ebrei proclamarono lo stato d’Israele, scatenando il primo di una serie di violenti scontri (vedi Guerre arabo-israeliane). Il primo conflitto (che significativamente gli ebrei chiamarono “guerra d’indipendenza” e i palestinesi al-nakba, “la catastrofe”) si concluse con la vittoria degli israeliani, che occuparono anche parte del territorio destinato ai palestinesi, mentre la Cisgiordania e Gerusalemme Est furono annesse alla Transgiordania e la striscia di Gaza fu posta sotto amministrazione militare egiziana. Nella guerra oltre 780.000 palestinesi vennero costretti ad abbandonare le proprie case e i propri beni e a rifugiarsi nei paesi arabi vicini, dove conservarono la propria identità e vivo il desiderio di tornare in patria; si delineò così una “questione nazionale palestinese” destinata a restare a lungo irrisolta e ad alimentare un violento conflitto nella regione. Tra i palestinesi in esilio crebbe il sentimento nazionalista e nacquero vari movimenti politici e militari, tra cui Al Fatah di Yasser Arafat; nel 1964, per rendere più efficace la loro azione, alcune di queste organizzazioni diedero vita all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).
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