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Nel 1967, con la guerra dei Sei giorni, Israele si impossessò anche della Cisgiordania e di Gaza. I “territori occupati” (così da allora vennero indicate le parti della Palestina che il piano delle Nazioni Unite del 1947 aveva destinato alla creazione dello stato palestinese) videro lo sviluppo di una politica di intensa colonizzazione da parte degli israeliani, ma anche la crescita di un forte movimento di resistenza palestinese. Per diversi anni, la resistenza armata a Israele fu condotta principalmente dai palestinesi della diaspora; essi lanciarono una strategia rivolta a colpire ovunque Israele, utilizzando ogni strumento, sia politico, sia militare. Il quadro si modificò nel 1982, quando Israele, allo scopo di smantellare le basi della guerriglia palestinese, lanciò l’operazione “Pace in Galilea” e invase il Libano, costringendo l’OLP ad abbandonare il paese e a trasferirsi in Tunisia (vedi Quinta guerra arabo-israeliana). Ma a poche ore dalla partenza dei combattenti dell’OLP, le milizie falangiste cristiane di Amin Gemayel, con il beneplacito dell’esercito israeliano, irruppero nei campi profughi di Sabra e Chatila rimasti senza protezione e massacrarono circa 2000 palestinesi, di cui molti bambini, anziani e donne. Il massacro, che destò scalpore in tutto il mondo, impresse un nuovo slancio alla resistenza nei territori occupati, mentre il trasferimento dell’OLP a Tunisi sollecitò la creazione di una leadership interna, distinta da quella di Arafat, anche se a essa collegata. Fu questa che nel 1987, stanca e frustrata da una situazione senza vie di sbocco, lanciò l’intifada, scuotendo profondamente la regione e riproponendo all’attenzione del mondo la questione palestinese.
Agli inizi degli anni Novanta, dopo anni di un tragico conflitto costato a entrambe le parti un pesante tributo di sangue – oltre che una grave crisi economica e il deterioramento delle relazioni internazionali –, israeliani e palestinesi avviarono trattative segrete in Norvegia, sulla base del principio “terra in cambio di pace”, che doveva assicurare ai palestinesi la possibilità di costruire un nuovo stato e agli ebrei di vivere pacificamente entro i confini del proprio. Agli inizi di settembre del 1993 l’OLP modificò il suo statuto, riconoscendo a Israele il diritto all’esistenza, e venne contemporaneamente riconosciuta dalle autorità israeliane come “legittimo rappresentante del popolo palestinese”. Il 13 settembre il leader dell’OLP Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin si incontrarono a Washington, negli Stati Uniti, per firmare una “dichiarazione di principi” (detta “accordi di Oslo”, poiché frutto della lunga negoziazione svoltasi nella capitale norvegese) che stabiliva tempi e modi per avviare l’autonomia palestinese nei territori occupati da Israele, a cominciare da Gaza e Gerico, fino al raggiungimento di uno status definitivo. Il 4 maggio 1994, con la firma al Cairo degli accordi di pace e l’entrata in vigore degli accordi di Oslo, nacque l’Autorità nazionale palestinese (ANP). Con un ulteriore accordo (detto “Oslo II”) firmato il 28 settembre 1995, venne avviata l’autonomia anche nella striscia di Gaza e in alcune altre città della Cisgiordania.
Dopo l’assassinio di Rabin – avvenuto nel novembre 1995 per mano di un estremista religioso israeliano – e l’avvento al potere in Israele della destra nazionalista di Benjamin Netanyahu, il processo di pace subì una battuta d’arresto. I negoziati sullo statuto definitivo dei territori occupati, ufficialmente aperti nel maggio del 1996, furono in realtà disertati dal governo israeliano, che nello stesso tempo – condizionato dalla componente religiosa estremista, contraria a qualsiasi trattativa – favorì l’insediamento di nuove colonie nei territori destinati ai palestinesi. Nel 1998 Arafat e Netanyahu, con la mediazione del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e del re giordano Hussein, si incontrarono a Wye Plantation, nel Maryland, nel tentativo di rilanciare il dialogo. I maggiori ostacoli non riguardavano tuttavia la costituzione dello stato palestinese, data per certa e imminente, quanto la differenza di vedute su altre, importanti questioni: lo status di Gerusalemme, il futuro delle colonie israeliane nei territori occupati e il rientro dei profughi palestinesi. Su quest’ultimo problema in particolare le posizioni israeliane e palestinesi apparivano inconciliabili. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi della Palestina in Medio Oriente (UNRWA), nel giugno 1998 i profughi palestinesi ammontavano a circa 3.500.000, così sparsi: 1.500.000 circa in Giordania, 365.000 nel Libano, 365.000 in Siria, 770.000 nella striscia di Gaza, 550.000 in Cisgiordania; di essi, il 30% (quindi più di un milione) viveva nei campi profughi, in condizioni di assoluta precarietà. Secondo le autorità palestinesi vi era ancora un milione di profughi non computato dall’UNRWA, di cui alcune migliaia nello stesso stato israeliano. I palestinesi rivendicavano per tutti i profughi il diritto di tornare nelle proprie case (cioè in quelle abbandonate in seguito ai vari conflitti e inglobate nel territorio israeliano), oppure un compenso per la loro perdita. Le autorità israeliane ritenevano queste cifre esagerate, e non erano comunque disposte a riconoscere ai profughi il “diritto al ritorno”.
Il voto israeliano del maggio 1999 e la formazione del nuovo governo guidato dal laburista Ehud Barak riaccesero nei palestinesi la speranza di una svolta positiva nel processo di pace. Le aspettative palestinesi furono tuttavia deluse dalla decisione di Barak di rinviare a sua volta il ritiro dai territori occupati e di chiedere ulteriori modifiche agli accordi. I successivi incontri tra governo israeliano e autorità palestinese non ebbero alcun esito. Alla fine dell’estate del 2000 la sterile attività diplomatica israelo-palestinese venne travolta dallo sviluppo di un nuovo violento conflitto nei territori occupati. A provocarlo fu la visita compiuta da Ariel Sharon – da sempre ostile agli accordi di Oslo – in uno dei luoghi più sacri di Gerusalemme (quello che per i musulmani è la Spianata delle Moschee e per gli ebrei è il Monte del Tempio). Volta a ribadire l’appartenenza di tutta Gerusalemme allo stato israeliano, la visita sollevò una dura protesta e violenti disordini, durante i quali diversi palestinesi caddero sotto il fuoco delle forze di polizia israeliane. A Gaza e in Cisgiordania scoppiò la “seconda intifada”, o “intifada Al-Aqsa”; lo scontro che ne seguì causò immani distruzioni e centinaia di vittime. Nonostante gli appelli rivolti alle due leadership dalla comunità internazionale, dopo la vittoria dello stesso Sharon nelle elezioni straordinarie del febbraio 2001, il conflitto si fece sempre più aspro, culminando in aprile nella momentanea occupazione da parte dell’esercito israeliano della striscia di Gaza (dal 1994 passata sotto l’autorità dell’Amministrazione palestinese). Nel maggio 2001 il rapporto di una commissione guidata dall’ex senatore statunitense George Mitchell, che suggeriva un immediato cessate il fuoco e una sospensione della colonizzazione ebraica dei territori occupati al fine di “ricreare la fiducia” tra le due parti, fu respinto dal governo israeliano. Per tutta l’estate la vita delle città israeliane fu sconvolta da una tragica serie di attentati terroristici condotti da commando suicidi palestinesi, mentre la Cisgiordania e la striscia di Gaza, prese in una strettissima morsa dall’esercito israeliano, furono sottoposte a un incessante bombardamento. A ottobre, in risposta all’uccisione di un suo dirigente avvenuta durante l’estate, un commando del Fronte popolare di liberazione della Palestina (FPLP) tese un mortale agguato a Rehavam Zeevi, ministro del Turismo e importante esponente della destra israeliana. Nelle settimane successive, mentre l’esercito israeliano intensificava gli attacchi nei territori palestinesi e la politica di “esecuzioni mirate” a danno dei dirigenti delle principali organizzazioni dell’intifada (compresa l’OLP di Arafat), Hamas, la componente più radicale della resistenza palestinese, portò l’attacco nel cuore di Israele con una serie di devastanti attentati suicidi. Alla fine di novembre gli Stati Uniti inviarono una nuova missione in Medio Oriente. Tra il 2 e il 3 dicembre le città di Gerusalemme e di Haifa furono colpite da due gravi attentati che causarono 31 morti e più di duecento feriti. Il giorno seguente il governo israeliano ordinò un attacco aereo su Gaza, Ramallah e altri villaggi palestinesi. Pochi giorni dopo l’aviazione israeliana bombardò la Muqaata, il quartier generale di Arafat a Ramallah. Per il leader palestinese iniziò un umiliante assedio, destinato a protrarsi a lungo, mentre tra la popolazione palestinese si andò affermando la strategia radicale di Hamas e del Jihad islamico, condivisa ormai anche da ampi settori di Al Fatah.
Agli inizi del 2002 cadde nel vuoto un nuovo appello di Arafat alla comunità internazionale per un tempestivo intervento in Palestina. Accusato dal governo israeliano e dagli Stati Uniti di non fare alcuno sforzo per fermare l’ondata di violenza, Arafat vide anche indebolirsi la sua influenza tra i palestinesi. Il 15 marzo 2002 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con un voto storico, approvò una risoluzione degli Stati Uniti che menzionava esplicitamente la creazione di uno stato palestinese. Durante il vertice della Lega araba che si aprì il 27 marzo a Beirut, il principe ereditario saudita Abdallah formalizzò una proposta di pace che prevedeva l’applicazione delle risoluzioni dell’ONU e quindi il ritiro delle forze israeliane da tutti i territori occupati, compresa Gerusalemme Est, in cambio del riconoscimento dello stato di Israele da parte del mondo arabo. Le iniziative diplomatiche, tra le quali una nuova missione statunitense, non ebbero tuttavia alcun esito, né riuscirono a fermare il conflitto. In risposta a una serie di attacchi suicidi, che provocarono decine di morti e centinaia di feriti tra la popolazione israeliana, Sharon lanciò l’operazione “Muraglia di difesa”. In pochi giorni vennero totalmente occupate tutte le città dell’Autorità palestinese e il quartier generale di Arafat a Ramallah venne in buona parte distrutto dall’artiglieria e dalle ruspe dell’esercito israeliano. Gli scontri si moltiplicarono in tutti i territori palestinesi, senza risparmiare la popolazione civile. Le città di Betlemme, Tulkarem, Qalqiliya, Nablus furono teatro di una violentissima battaglia, che vide l’intervento dell’aviazione israeliana. Il 2 aprile le truppe israeliane posero sotto assedio la chiesa della Natività a Betlemme. L’offensiva israeliana si abbatté con particolare violenza sulla città di Jenin, dove il campo profughi venne quasi totalmente distrutto, sollevando proteste in tutto il mondo. Una nuova missione diplomatica, condotta dal segretario di stato statunitense Colin Powell, si concluse a metà aprile con un nulla di fatto. Nell’operazione “Muraglia di difesa” trovarono la morte centinaia di persone, in maggioranza civili, e migliaia furono i feriti; inoltre, le strutture militari e civili dell’Amministrazione autonoma palestinese vennero in gran parte distrutte. In giugno il governo israeliano diede il via alla costruzione di un muro di separazione tra il territorio dello stato ebraico e la Cisgiordania, destinato a svilupparsi per centinaia di chilometri e a circondare tutta la città di Gerusalemme, compresa la parte araba. Nonostante i tentativi di ripresa del dialogo, lo scontro non si fermò; in settembre l’esercito di Israele sferrò un’ulteriore offensiva in Cisgiordania e Gaza, intensificando la stretta intorno al quartier generale di Arafat.
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