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Introduzione; Il rivoluzionario; Il dirigente; Il dittatore; Il leader internazionale; Lo stalinismo
Stalin Pseudonimo di Josif Vissarionovič Džugašvili (Gori, Georgia 1879 - Mosca 1953), uomo politico sovietico, capo dello stato (1924-1953), la cui storia personale si identificò per oltre trent’anni con quella dell’URSS. Con il suo peso politico e militare, Stalin fece dell’Unione Sovietica la seconda potenza mondiale; la sua azione e la sua influenza furono determinanti per la diffusione del modello comunista e impressero il loro segno nell’Europa postbellica.
Nato in una famiglia di umili condizioni, da genitori che parlavano solo georgiano, Stalin (che in russo significa “uomo d’acciaio”) si distinse per meriti scolastici e riuscì a ottenere una borsa di studio per il seminario teologico di Tbilisi. Le lettura di alcuni testi proibiti – come Il Capitale di Karl Marx – e la frequentazione di deportati politici, all’epoca molto numerosi in Georgia, lo portarono presto ad abbracciare le dottrine marxiste e ad abbandonare il seminario. La sua carriera politica ebbe inizio nel 1899, quando si iscrisse al Partito operaio socialdemocratico russo e fece opera di propaganda presso i ferrovieri di Tbilisi. Ricercato dalla polizia per attività rivoluzionarie, venne arrestato nel 1902: trascorse più di un anno in prigione e quindi fu esiliato in Siberia, da dove fuggì nel 1904. Fra il 1902 e il 1913 venne arrestato otto volte, e per sette volte fu condannato all’esilio, riuscendo sistematicamente a fuggire. Il periodo di confino più lungo fu l’ultimo, che durò dal 1913 al 1917. Negli ultimi anni della Russia zarista (1905-1917) Stalin si impegnò nel lavoro di partito all’interno dell’ala bolscevica, dando prova di notevoli capacità organizzative: partecipò agli scioperi del 1908 e fornì un grande contributo alla formazione dei primi soviet operai e contadini. Nel 1912 Lenin lo chiamò a Pietrogrado (ora San Pietroburgo) a far parte del Comitato centrale del partito; l’anno seguente diresse per breve tempo il nuovo giornale del partito, la “Pravda” (Verità) e, su richiesta di Lenin, scrisse la sua opera principale, Il marxismo e la questione nazionale, nella quale espresse le proprie teorie politiche. Dopo i moti rivoluzionari del febbraio 1917, Stalin ritornò a Pietrogrado, dove, assieme a Kamenev, riprese la direzione della “Pravda”. Entrambi, all’interno del partito, si dimostrarono favorevoli a una politica di moderazione e di cooperazione con il governo provvisorio appena insediatosi, ma la loro linea fu sconfessata dalle cosiddette “Tesi di aprile” di Lenin; anche se Stalin ebbe un ruolo significativo nella sollevazione armata di ottobre, infatti, non venne mai ricordato come un eroe della Rivoluzione del 1917.
All’interno del nuovo governo provvisorio, Stalin venne nominato da Lenin commissario delle minoranze etniche; svolse il proprio lavoro con grande impegno e contemporaneamente rafforzò la propria posizione all’interno del partito. Dal 1919 fu commissario all’ispettorato operaio e contadino, e nel 1922 ottenne la carica di segretario generale nel nuovo Partito comunista russo (bolscevico). Quando Stalin approfittò di questo ruolo amministrativo per esercitare un maggiore peso politico, si trovò per la prima volta in aperto conflitto con Lenin. Nel suo testamento politico, Lenin esprimeva le proprie perplessità sulla persona di Stalin, sull’uso arbitrario che questi faceva del potere e sulle sue ambizioni personali, che rischiavano di scavalcare gli interessi generali del partito; lo accusò inoltre di essere “troppo rozzo” e ne chiese l’estromissione. Con abili manovre, Stalin riuscì però a occultare il testamento di Lenin.
Dopo la morte di Lenin la guida del paese era nelle mani di una trojka composta da Stalin, Zinov’ev e Kamenev. All’interno del partito, il principale oppositore di Stalin era Lev Trotzkij, che propugnava la teoria della “rivoluzione permanente” contraria a quella staliniana della “costruzione del socialismo in un solo paese”. Nel 1927, forte dell’appoggio di Zinov’ev e Kamenev, Stalin riuscì a isolare Trotzkij, ma poco dopo fece un brusco voltafaccia e si schierò con Nikolaj Bucharin e Aleksej Rykov contro i suoi ex alleati; Trotzkij, Zinov’ev e Kamenev costituirono allora la cosiddetta “ala di sinistra”. Con un’abile propaganda, illustrando la propria interpretazione dei principi di Lenin, Stalin riuscì a far prevalere le sue posizioni e a sconfiggere i rivali. Tra il 1927 e il 1928 Trotzkij e Zinov’ev vennero espulsi: nel 1929 Stalin era ormai unanimemente riconosciuto come l’unico successore di Lenin e divenne il leader incontrastato dell’Unione Sovietica. Alla fine degli anni Venti, per risollevare la disastrosa situazione economica del paese, Stalin varò la politica dei cosiddetti “piani quinquennali”, che trasformò un paese sostanzialmente agricolo in una grande potenza industriale. Si crearono nuove industrie pesanti, che sfruttavano gli immensi giacimenti minerari della Siberia, vennero fondate migliaia di scuole per preparare nuovi tecnici e debellare la piaga dell’analfabetismo, e si procedette alla collettivizzazione delle campagne con l’istituzione di grandi aziende agricole collettive (kolchoz) e statali (sovchoz); la terra fu espropriata ai contadini e milioni di persone furono obbligate a trasferirsi per coltivare terreni da bonificare o rimasti fino ad allora incolti. Fu così liquidata la classe dei piccoli e medi proprietari terrieri (kulaki), condizionando l’andamento dell’agricoltura per molti anni a venire. A metà degli anni Trenta Stalin iniziò una vasta campagna di epurazione politica, nota come “grande purga”: gli arresti e le deportazioni nei campi di lavoro colpirono più di otto milioni di persone accusate di complotto e di deviazionismo ideologico. Gli ex rivali Zinov’ev, Kamenev e Bucharin furono giudicati all’interno di processi sommari e condannati a morte con l’accusa di aver commesso crimini contro lo stato. La vecchia classe dirigente fu di fatto sostituita da uomini nuovi. In tutto il paese si instaurò un clima di terrore, fomentato anche dall’azione della polizia segreta, la temibile NKVD, che diventerà in seguito KGB.
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