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Introduzione; La teologia come scienza; Fonti della teologia; L’importanza delle Scritture; Tradizione e Magistero; Il metodo teologico; I settori della teologia; La teologia cristiana antica; La teologia cristiana nel Medioevo; La Riforma protestante; La teologia moderna e contemporanea
Teologia Termine derivato dal greco che significa “discorso intorno a Dio”: in senso generale definisce quindi l’insieme delle conoscenze che hanno Dio e la religione per oggetto. Nell’ambito delle religioni il termine designa l’articolazione coerente delle affermazioni riguardanti una specifica fede religiosa. All’interno del cristianesimo il termine è utilizzato per indicare il sapere che scaturisce dalla fede, cioè i sistemi attraverso i quali la fede cristiana ha inteso comunicare e argomentare la verità della rivelazione. Situandosi sempre nella storia e nella società, recependo, criticando e nello stesso tempo influenzando la filosofia, la teologia non si presenta mai come univoca: essa suppone sempre una pluralità di voci, di prospettive, di contesti di riferimento. La storia cristiana (e quella delle religioni) ne è ampia dimostrazione. La teologia esprime dunque l’esigenza e la consapevolezza della possibilità di un plausibile e rigoroso discorso su Dio che pure non ne comprometta l’alterità e irriducibilità. Al contrario, proprio accentuando gli aspetti di inconoscibilità e di trascendenza di Dio la teologia ha assunto storicamente anche una veste “negativa”, insistendo sulla radicale distanza fra gli attributi del finito e quelli dell’infinito divino e proponendo come unica strada quella della continua negazione di ogni limite connesso alla parola e al concetto.
Diversi teologi, da san Tommaso d’Aquino, la cui riflessione si colloca all’apice della filosofia scolastica del XIII secolo, al teologo svizzero del XX secolo Karl Barth, hanno affermato che la teologia è una scienza: lo è, in quanto chi la studia e la pratica fa uso del proprio senso critico e di procedure intellettuali comuni nel lavoro scientifico, ma essa differisce radicalmente dalle scienze naturali e sociali, dal momento che l’oggetto della sua indagine non può essere sottoposto a controllo sperimentale. Tommaso diede inizio al suo sistema fornendo cinque prove dell’esistenza di Dio; Barth segnò l’esordio della sua riflessione esponendo la rivelazione di Dio o comunicazione di sé (la parola di Dio), poiché riteneva che solo in tal modo si potesse evitare il rischio di accostarsi a Dio rendendolo un mero “oggetto” di indagine (vedi anche Teologia dialettica). I seguaci di Barth affermarono che qualsiasi scienza procede partendo da assunti e che il presupposto di un Dio che comunica se stesso è il corretto punto di partenza per la teologia; per i tomisti, invece, il rigore intellettuale richiede che il teologo esordisca con l’interrogazione sull’esistenza di Dio. In entrambi i casi, comunque, la teologia deve occuparsi tanto delle facoltà di conoscenza umane quanto di Dio. Barth affermò addirittura che la teologia dovrebbe possedere più correttamente il nome di “teoantropologia”, non essendo l’argomento su cui essa verte Dio in sé, ma piuttosto la relazione tra divino e umano.
Nel cristianesimo, ma anche nell’ebraismo e nell’Islam, l’origine di ogni riflessione teologica è ancorata all’idea di rivelazione. Non procede dunque da un’astratta esigenza di Dio, ma dalla risposta a un appello che suscita la fede. In questa chiamata Dio rivela sé e la sua volontà così che l’intelligenza, mentre si applica all’esplicitazione e all’approfondimento dei contenuti della rivelazione, rimane all’interno di un orizzonte fissato proprio da questi limiti. In tal senso la teologia, pur presentandosi come sapere critico della fede, ne rimane all’interno, generandosi e radicandosi nella fede. Fede e teologia si rivelano correlativi, in una circolarità che fece dire a sant’Agostino “credo ut intelligam” (credo per poter comprendere) e “intelligo ut credam” (comprendo per poter credere).
Numerose religioni possiedono testi sacri, che vengono comunemente ritenuti opera dei fondatori o dei loro primi discepoli. La Torah, a lungo attribuita a Mosè, il Nuovo Testamento (vedi Bibbia), in gran parte attribuito ai discepoli di Gesù, il Corano, attribuito a Maometto, le voluminose opere sacre dell’induismo e del buddhismo sono tutti esempi di trasmissione scritta delle rivelazioni. Presso ogni singola tradizione la rilevanza teologica dei testi sacri è variabile: per cristiani, ebrei e musulmani la Scrittura possiede quell’autorità di parola rivelata da Dio che non è presente nell’induismo e nel buddhismo. Comunque, laddove esistono, le Scritture costituiscono una fonte irrinunciabile per la teologia.
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