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Introduzione; L’intuizione nella filosofia antica e medievale; L’intuizione nella filosofia moderna; L’intuizione nella filosofia contemporanea
Il pensatore tedesco Immanuel Kant distinse fra un’intuizione sensibile, che consiste nell’esperienza diretta di un certo fenomeno, di natura solo passiva, e un’intuizione intellettuale che sarebbe invece propria di un ipotetico intelletto divino, il quale crea l’oggetto nel momento stesso in cui lo concepisce. L’intuizione sensibile non si esaurisce nella semplice intuizione empirica, relativa cioè ai molteplici dati della sensibilità (i colori, i suoni, le impressioni tattili), ma possiede anche due proprie forme a priori (lo spazio e il tempo), relative ai rapporti di coesistenza e di successione in cui i dati della sensibilità si dispongono nel nostro spirito.
I filosofi idealisti tedeschi attribuirono anche all’uomo un’intuizione intellettuale, e la intesero come “l’immediata coscienza che io agisco e di ciò che faccio” (Johann Gottlieb Fichte), ovvero come quel “produrre che ha per oggetto se stesso” (Friedrich Schelling), e che è proprio del nostro spirito. Pertanto, essi concepirono l’intuizione come un atto dell’Io, o soggetto assoluto, che conosce se stesso.
Nella filosofia contemporanea il problema dell’intuizione diventa centrale nella fenomenologia di Edmund Husserl, in cui si analizza l’intuizione di essenze. Henri Bergson concepisce invece l’intuizione come una conoscenza irrazionale. Egli procede contrapponendo istinto e intelligenza, e pensando l’intuizione come la forma più pura dell’istinto. L’intelligenza è adeguata alla considerazione degli oggetti materiali e spaziali, ma non può afferrare l’essenza della vita o della coscienza, che è essenzialmente durata temporale e che è colta solamente nell’intuizione, definita da Bergson come la “simpatia che ci trasporta all’interno di un oggetto per coincidere con quello che esso ha di unico”.
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