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Introduzione; La rapida ascesa; Le polemiche ; Il ritorno sul ring; Il “re” di Kinshasa; Il declino; Un simbolo generazionale
Muhammad Alì Nome adottato, dopo la sua conversione alla religione musulmana, da Cassius Clay (Louisville, Kentucky 1942), pugile statunitense, il primo a conquistare per tre volte il titolo mondiale dei pesi massimi. Venne avviato alla boxe intorno alla metà degli anni Cinquanta da Joe Martin, un poliziotto istruttore di pugilato: da dilettante Clay disputò ben 103 incontri, perdendone solo 5. Dopo aver vinto il titolo dei mediomassimi nel 1960 alle Olimpiadi di Roma, passò professionista.
Nel 1962 superò un impegnativo test battendo Archie Moore. Nel 1963 venne messo ko dall’inglese Henry “Twin” Cooper, al termine della quarta ripresa: una sospensione del match, chiesta per un sospetto strappo rilevato nel guantone, consentì a Clay di riprendersi e di mettere al tappeto l’avversario nel corso della ripresa seguente. Nel 1964 vinse il titolo dei pesi massimi dopo appena venti combattimenti, battendo il 25 febbraio, a Miami Beach, Sonny Liston. La rivincita, nel maggio dell’anno seguente, entrò nella leggenda della boxe per il formidabile colpo del ko, sferrato da Clay nel corso primo round, tanto veloce nell’esecuzione che molti spettatori non riuscirono neppure a vederlo. Sconfitto da Bob Foster, vicesceriffo di Albuquerque, superò ancora una volta, in una sanguinosa rivincita, Henry Cooper il 21 maggio 1966 a Londra, a Highbury, lo stadio calcistico dell’Arsenal gremito di folla. L’arbitro britannico George Smith interruppe il combattimento al sesto round: Cooper, che si era battuto tanto valorosamente da mettere in serie difficoltà l’avversario, alla fine del quarto round grondava sangue dal volto ferito in più punti. La forza di Clay tuttavia non stava tanto nella violenza dei suoi pugni, quanto nella straordinaria agilità nel muoversi sul ring e nella capacità di sorprendere l’avversario con attacchi repentini. Per molti il match del novembre del 1966 contro Cleveland Williams, all’Astrodome di Houston, coincise con il massimo stato di forma fisica e di qualità tecnica di Clay, che da quel momento iniziò ad autoproclamarsi, con la sua naturale istrionica arroganza, The Greatest, “Il più grande”.
Dal 1964 si unì al gruppo religioso dei Black Muslims e cambiò il suo nome da Cassius Clay a Muhammad Alì, per sottolineare la sua appartenenza all’identità culturale e religiosa africana, in aperta polemica con una società americana ancora fortemente condizionata da discriminazioni razziali nei confronti dei neri. Nel 1967 si rifiutò, per motivi religiosi, di prestare servizio nell’esercito americano in guerra nel Vietnam, dichiarandosi obiettore di coscienza; la decisione gli costò la condanna a cinque anni di carcere come renitente e l’annullamento del titolo di campione del mondo. Ricorso immediatamente in appello, Alì, pur non scontando la pena, restò lontano dal ring per ben due anni.
Alì tornò sul ring nel 1970 e ottenne, dopo pochi incontri, il diritto di sfidare il campione dei massimi in carica, Joe Frazier: nel marzo del 1971, al Madison Square Garden di New York, i due pugili si affrontarono in quello che fu da molti definito “il match del secolo”, ma che in realtà fu il primo di una lunga serie che negli anni Settanta vide Alì impegnato nella conquista o nella difesa del titolo. In questa occasione Alì uscì sconfitto, finendo al tappeto alla quindicesima ripresa. La rivincita con Frazier avvenne solo all’inizio del 1974, in un incontro dalla borsa ricchissima, ma non valido per la conquista del titolo. Precedentemente Alì aveva dovuto subire, nel 1973, una sconfitta da un allora quasi sconosciuto ex marine, Ken Norton, che gli aveva anche provocato la frattura della mascella.
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