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Sudan

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Sudan: bandiera e innoSudan: bandiera e inno
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7.6

Il regime di Nimeiri

Nel 1969 un nuovo colpo di stato portò al potere il colonnello Gaafar Nimeiri, che instaurò una dittatura di ispirazione nasseriana. Nel 1973 una nuova Costituzione istituì la Repubblica democratica del Sudan. Inizialmente Nimeiri cercò l’appoggio dell’Unione Sovietica e della Libia, ma in seguito si avvicinò agli Stati Uniti, all’Arabia Saudita all’Egitto, che sostenne – unico paese dell’area arabo-musulmana – nelle sue trattative con Israele culminate negli accordi di Camp David (1978). Il nuovo regime lanciò una campagna repressiva contro il movimento islamista dei Fratelli musulmani e il partito Umma, e negoziò un cessate il fuoco con la guerriglia del Sud, al quale nel 1972 venne accordata una limitata autonomia. Nel 1971 un tentativo di colpo di stato diede il pretesto a Nimeiri per scagliarsi contro il Partito comunista sudanese, il più forte dell’Africa, i cui membri furono arrestati a migliaia.

Nel 1983 Nimeiri venne rieletto per la terza volta alla guida del paese. Ormai indebolito, fu tuttavia costretto a chiedere il sostegno alle forze islamiste, alle quali concesse in cambio la riforma del sistema giudiziario e l’applicazione della shariah (vedi Islam: La shariah e i riti), provocando il malcontento del Sud cristiano; la guerriglia del Sud, riunitasi nell’Esercito popolare di liberazione sudanese (EPLS) di John Garang, riprese la lotta armata, anche per contrastare un progetto di divisione amministrativa in tre parti della regione. L’aggravarsi della crisi economica provocò violente rivolte anche nel Nord e nel 1984 venne proclamata la legge marziale. Una violenta rivolta popolare scoppiata a Khartoum nell’aprile del 1985, in seguito all’esecuzione di un religioso musulmano, portò a un nuovo colpo di stato e alla caduta di Nimeiri.

7.7

Il regime di El-Bashir

Dopo un anno di transizione, Sadeq El-Mahdi, pronipote del Mahdi e leader del partito Umma, costituì un governo civile di coalizione che non riuscì ad affrontare i gravi problemi del paese né a far cessare la guerriglia. Nel giugno del 1989 l’esercito riprese il potere sotto la guida di Omar Hassan El-Bashir, che si appoggiò al Fronte nazionale islamico di Hassan El-Turabi. Sospeso il Parlamento, il regime applicò la shariah con rinnovato vigore; nel Sud si intensificò la guerriglia, che si sarebbe fermata solo nel 1995 con la proclamazione di un nuovo cessate il fuoco. Nei primi anni Novanta, alle devastazioni della guerra civile si aggiunsero i problemi generati da una pesante carestia e da un’ondata di profughi in fuga dall’Etiopia.

Nel 1993 El-Bashir sciolse la giunta militare per istituire un governo composto in parte da civili. Sul piano internazionale il regime sudanese sprofondò nell’isolamento. Al degrado delle relazioni con i paesi arabi moderati, causato dall’approvazione dell’invasione irachena del Kuwait, seguì nel 1993 l’accusa degli Stati Uniti di fomentare il terrorismo islamista. Più volte ammonito per le violazioni dei diritti umani perpetrate nei confronti della popolazione cristiana del Sud (dove dal 1983 il conflitto aveva causato più di un milione di vittime e quattro milioni di profughi), nel 1995 il regime sudanese venne accusato di complicità con gli autori dell’attentato contro il presidente egiziano Hosni Mubarak ad Addis Abeba. Nello stesso periodo Khartoum diede ospitalità al leader fondamentalista islamico Osama Bin Laden e a migliaia di suoi seguaci.

Le elezioni svoltesi nel marzo del 1996 riconfermarono al potere El-Bashir, mentre Hassan El-Turabi fu nominato presidente del Parlamento; nello stesso anno le Nazioni Unite imposero al paese sanzioni diplomatiche e chiesero la consegna dei terroristi implicati nell’attentato a Mubarak.

Nel 1997 l’opposizione, raccolta nell’Alleanza nazionale democratica, sferrò una violenta offensiva militare nel Nord del paese. Di fronte all’impossibilità di affrontare militarmente una situazione sempre più deteriorata, il regime si divise: il presidente El-Bashir si dichiarò favorevole a una trattativa con le forze di opposizione e con la guerriglia del Sud, mentre El-Turabi sostenne la continuazione dello scontro militare.

7.8

La svolta moderata

La situazione del paese rimase sostanzialmente bloccata, non essendo nessuna delle forze in campo in grado di prevalere sulle altre. Il Sudan fu inoltre coinvolto nella generale instabilità della regione orientale africana e nel 1998 intervenne militarmente nella Repubblica democratica del Congo a sostegno del regime di Laurent-Désiré Kabila. Nel 1998 El-Turabi riavviò le trattative con la guerriglia, che pervennero, nell’aprile del 1999, a una nuova tregua.

Le profonde divisioni in seno al regime condussero a un aspro scontro tra El-Bashir ed El-Turabi, che si concluse con la vittoria del primo. Sciolto il Parlamento a dicembre e proclamato lo stato d’emergenza, El-Bashir nominò un nuovo governo centrale e nuovi governatori delle regioni; prese inoltre le distanze dagli islamisti e privò El-Turabi di ogni potere. Con un’energica campagna diplomatica volta a migliorare le relazioni internazionali del paese, El-Bashir riuscì a ottenere il sostegno di diversi stati arabi e africani (tra cui l’Egitto, la Libia, l’Arabia Saudita, l’Eritrea e l’Uganda) e quello di diversi paesi dell’Unione Europea, attratti dalle ingenti risorse petrolifere del paese.

Rafforzata la posizione interna, nel 2000 El-Bashir lanciò un’ulteriore offensiva contro le opposizioni e, soprattutto, contro quella islamista di El-Turabi. Rieletto incontrastato alla presidenza del paese a dicembre, nel gennaio 2001 avviò un negoziato con l’EPLS di John Garang; in febbraio, con l’arresto di El-Turabi, fu avviata una campagna di repressione contro il movimento islamista.

Con la condanna del terrorismo pronunciata da El-Bashir dopo l’attacco subito dagli Stati Uniti l’11 settembre 2001, il regime sudanese intensificò la sua svolta moderata. Grazie a questa presa di posizione, il Sudan ottenne la revoca delle sanzioni imposte dall’ONU nel 1996. Khartoum riavviò inoltre le relazioni con gli Stati Uniti, accogliendo in novembre il rappresentante della diplomazia di Washington. In luglio, con la mediazione delle diplomazie egiziana e libica, ripresero i negoziati tra il governo e la guerriglia dell’EPLS, che il 20 luglio 2002 sottoscrissero gli accordi di Machakos, con i quali veniva formalmente sancita la fine della guerra civile nel sud del paese. Gli accordi prevedevano un governo provvisorio, con Garang alla vicepresidenza, di sei anni, passati i quali nel sud si sarebbe svolto un referendum per l’indipendenza; l’EPLS accettava in cambio l’applicazione della legge islamica nel nord del paese.

Nel febbraio 2003 scoppiò la crisi del Darfur, dove un movimento guerrigliero si sollevò in armi contro il governo rivendicando a sua volta una maggiore autonomia. Nel gennaio 2004 il governo di Khartoum lanciò una violenta offensiva nella regione, causando estese distruzioni e decine di migliaia di morti; centinaia di migliaia di persone si rifugiarono nel Ciad per sfuggire alle violente scorrerie delle milizie arabe janjawid, che in marzo vennero accusate dall’ONU di perseguire un genocidio nella regione. Nello stesso mese, accusato di complotto contro lo stato, venne nuovamente arrestato El-Turabi, liberato solo pochi mesi prima.

7.9

Sviluppi recenti

Nel gennaio 2005 i rappresentanti del governo e dell’EPLS firmano a Nairobi (Kenya) un accordo definitivo di pace, che conferma sostanzialmente i precedenti accordi di Machakos. In marzo le Nazioni Unite minacciano sanzioni al paese per i crimini commessi dalle sue truppe nel Darfur. In luglio viene liberato El-Turabi. In agosto muore in un incidente aereo John Garang, leader dell’ELPS e nuovo vicepresidente; scoppiano violenti disordini nella capitale e in altre città del paese, che causano circa 130 vittime. A Garang succede alla guida dell’EPLS e alla vicepresidenza del paese il suo braccio destro Salva Kirr Mayardit. In settembre si insedia a Khartoum il nuovo governo; il mese successivo nel sud del paese si insedia il governo autonomo.

Nel maggio 2006 il governo di Khartoum sigla un accordo con il principale gruppo guerrigliero del Darfur, il Movimento di liberazione del Sudan; altre fazioni respingono tuttavia l’accordo. In agosto il Sudan respinge una risoluzione dell’ONU che richiede il dispiegamento di una forza di pace in Darfur, tornando sulla sua decisione in dicembre.

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