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Lingua italiana

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Introduzione

Lingua italiana Lingua romanza del gruppo orientale, parlata da circa 75 milioni di persone nella maggior parte del territorio italiano. Oltre che in Italia, la lingua italiana è espressione ufficiale nel Canton Ticino in Svizzera e nella Repubblica di San Marino; grazie alle trasmissioni radiotelevisive che raggiungono i loro territori, è diffusa e conosciuta anche in Albania e a Malta, mentre viene ancora parlata come lingua di cultura, pur se in misura sempre più esigua, in Etiopia, in Eritrea e in Somalia, ex colonie italiane. Come seconda lingua, infine, è presente nelle Americhe, in Argentina soprattutto, in Australia e in Europa centrale (Germania, Svizzera), conseguenza degli ingenti flussi migratori verso l'estero di lavoratori italiani, verificatisi nel corso del Novecento.

La sua tradizione scritta è antica e illustre, tanto da porla nel novero delle dieci principali lingue di cultura del mondo, anche se ci furono periodi nel passato in cui venne considerata la maggiore lingua europea. Tuttavia la storia dell'italiano come lingua di comunicazione parlata risale soltanto all'inizio del XX secolo, tanto che fuori dalla Toscana la prima generazione di italofoni puri, cioè di chi ha imparato a parlare l'italiano come prima lingua da bambino e che nella vita di tutti i giorni parla solo italiano e non un dialetto, è probabilmente quella dei nati negli anni Cinquanta.

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Frammentazione dialettale e “questione della lingua”

Caratteristica della situazione italiana è infatti la presenza sul territorio di una quantità rilevante di dialetti, anche strutturalmente molto differenti dalla lingua nazionale, e di numerose varietà regionali, che rendono assai differenziato il panorama linguistico e problematica la trattazione dell'italiano come lingua unitaria. La grande frammentazione linguistica e dialettale dell'Italia risale certamente all'epoca romana, quando il latino parlato, già dotato di differenze anche grandi al suo interno, si mescolò con le lingue delle popolazioni soggette (secondo un fenomeno che in linguistica viene definito effetto di sostrato), dando luogo a 'dialetti del latino' che, ulteriormente influenzati dalle lingue degli invasori germanici (effetto di superstrato), originarono gli odierni dialetti italiani.

La lingua standard moderna, usata nella vita pubblica, nei media e insegnata a scuola, è il risultato delle sistematizzazioni del Cinquecento e poi dell'Ottocento (vedi Questione della lingua). Ha come base il dialetto fiorentino, per via del suo prestigio letterario iniziale, connesso con le opere di Dante, Petrarca, Boccaccio, e della predominante posizione economica di Firenze durante il Medioevo. Nel panorama dei dialetti italiani, inoltre, il fiorentino si è sempre caratterizzato per una particolare conservatività, ossia vicinanza rispetto al latino d'origine. Tuttavia, prima della definitiva accettazione del fiorentino, molte altre varietà furono in concorrenza per acquistare un ruolo egemone: è il caso, in ambito poetico, del siciliano della scuola siciliana. Importanti invece, oltre che sul piano della produzione letteraria, anche su quello della comunicazione quotidiana e funzionale alla pratica economica e politica, furono, tra Duecento e Quattrocento, la koiné lombarda (intesa come l’insieme dei dialetti parlati nell’area padana, dalla Lombardia all’Emilia) e quella genovese. Le condizioni storico-politiche riservarono un ruolo fondamentale anche al veneziano, che accompagnò le vicende della Serenissima Repubblica, e al napoletano, lingua dell'amministrazione del Regno. Tutte queste lingue avrebbero potuto diventare l'italiano standard, anziché esserne considerate delle varianti dialettali, se gli eventi della storia italiana avessero avuto esiti differenti.

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Caratteristiche fonetiche e fonologiche

L'italiano possiede sette vocali in posizione tonica, cioè in sillaba accentata: i, é (e chiusa, come in 'sera'), è (e aperta, come in 'testa'), a, ò (o aperta, come in 'forte'), ó (o chiusa, come in 'molto'), u; e cinque vocali in posizione atona (cioè in una sillaba su cui non cade l'accento) dove si perde la differenza fra i due gradi di apertura di e e o. Una tale distribuzione deriva dal sistema vocalico del latino, che però non conosceva la distinzione fra vocali aperte e chiuse, bensì quella fra brevi e lunghe; lo schema evolutivo fu il seguente:

ī > i; ĭ, ē > é; ĕ > è; ā, ă > a; ŏ > ò; ō, ŭ > ó, ū > u.

Rispetto a questa evoluzione normale, che è tipica di molte lingue romanze, l'italiano presenta poi qualche esito particolare, come ad esempio il dittongamento di u e o latine, che in sillaba aperta passarono a ie, uo: così si ebbe pede (m) > 'piede' (e non 'pede', come ci si aspetterebbe), oppure bona (m) > 'buona' (e non 'bona').

L'italiano dispone poi di un sistema a 21 consonanti: le occlusive p, t, b, d, k (scritto c davanti ad a, u, o; ch davanti a i, e), g (”duro”, scritto g davanti ad a, u, o; gh davanti a i, e), le fricative f, v, s (sorda come in 'sole'), s (sonora come in 'rosa' ), sc (come in 'scena'); le affricate z (sorda, come in 'azione'), z (sonora, come in 'zero'), c ('dolce', scritto c davanti a i, e; ci davanti a, u, o), g (”dolce”, scritto g davanti a i, e; gi davanti ad a, u, o); le nasali n, m, gn (come in 'ragno'); le laterali l, gl (come in 'raglio'), la vibrante r. Inoltre esistono le semivocali i (come in 'ieri') e u (come in 'uomo').

La corrispondenza fra alfabeto e struttura consonantica non è sempre perfetta (i 21 suoni differenti sono indicati tramite 16 lettere), anche se lontana dall'approssimazione di altre lingue come l'inglese o il francese. L'impianto consonantico rispecchia in gran parte quello latino, anche se evoluzioni particolari si sono avute per determinati gruppi consonantici (ad esempio, il latino non conosceva il suono c di 'cesto', o gl di 'aglio' o sc, o gn: tutte queste consonanti sono sorte in seguito a complesse evoluzioni fonetiche verificatesi nel periodo che va dal IV all'VIII secolo d.C.).

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Caratteristiche morfologiche

La morfologia dell'italiano si caratterizza per la presenza di due declinazioni: la prima segue il modello di 'lup-o/lup-i' per il maschile e 'cas-a/cas-e' per il femminile; la seconda si comporta ugualmente nel maschile e nel femminile, come in 'dottor-e/dottor-i' (maschile) e 'lepr-e/lepr-i' (femminile). Un piccolo gruppo di nomi maschili presenta la serie '-a/-i' ('poeta/poeti'). Alcuni nomi sono indeclinabili, in genere monosillabi o tronchi ('pietà', 're') e altri sono caratterizzati da un doppio plurale (in '-i' e in '-a') per indicare quantità plurali o collettive: ad esempio 'labbro/labbri/labbra', 'muro/muri/mura'.

Anche gli aggettivi partecipano di queste declinazioni: ad esempio 'alto/alti/alta/alte' segue la prima, ma 'forte/forti', equivalente per maschile e femminile, segue la seconda. La declinazione pronominale distingue in alcune forme tra la funzione di soggetto e di complemento ('io/me/mi', 'tu/te/ti', 'egli/lui/lo'). Vedi Genere; Numero.

Per quanto riguarda il verbo, l'italiano dispone di quattro (talvolta considerate tre) coniugazioni, terminanti in '-are', '-ere' atono (come in 'crédere'), '-ere' tonico (come in 'vedére'), '-ire'. Caratteristiche del verbo italiano sono la grande ricchezza di modi e tempi e la presenza di tempi semplici (come 'vidi') e perifrastici, composti con il participio passato (come 'ho visto').

Altro tratto peculiare dell'italiano, che per abbondanza e vitalità trova pochi confronti nelle lingue europee, è la notevole ricchezza di parole derivate tramite l'impiego dei suffissi, siano questi aggiunti a nomi ('libr-one'), ad aggettivi ('bell-occio'), ad avverbi ('poch-ino') o a verbi ('rid-acchiare').

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