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Arafat, Yasser

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Yasser ArafatYasser Arafat
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Introduzione

Arafat, Yasser (Il Cairo 1929 – Parigi 2004), uomo politico e leader militare palestinese, presidente di Al-Fatah, dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e dal 1996 dell’Autorità nazionale palestinese (ANP).

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Il fondatore di Al-Fatah

Anche se alcune sue biografie indicano Gerusalemme come luogo di nascita, Arafat nacque al Cairo da una famiglia della piccola borghesia palestinese emigrata in Egitto nel 1927. Rimasto orfano della madre nel 1933, trascorse i successivi quattro anni a Gerusalemme, ospite di uno zio, e si riunì poi con il padre al Cairo, dove compì gli studi. Avvicinatosi all’associazione islamica dei Fratelli musulmani, nel 1948, dopo la proclamazione dello stato d’Israele, si aggregò a un gruppo di combattenti palestinesi, assistendo alla disfatta delle forze dei paesi arabi intervenute contro Israele e alla dispersione della popolazione palestinese. Rientrato al Cairo, intraprese gli studi di ingegneria, intensificando nel contempo la sua militanza nei gruppi nazionalisti arabi e partecipando ad azioni di guerriglia contro le forze britanniche nella zona del canale di Suez. Eletto alla guida dell’Associazione degli studenti palestinesi, si unì all’esercito egiziano nella crisi di Suez del 1956.

Nel 1957, la crescente pressione del regime di Gamal Abd el Nasser sulle organizzazioni palestinesi lo indusse a trasferirsi in Kuwait, dove costituì una società di costruzioni continuando però l’attività politica clandestina. Nell’autunno del 1957 fondò infatti con altri fuoriusciti il primo gruppo di guerriglieri palestinesi chiamati fedayn (cioè “votati”, a una causa o alla morte) e nel 1959 l’organizzazione Al-Fatah, di cui prese la guida con il nome di battaglia di “Abu Ammar”.

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Il presidente dell’OLP

Diventato uno dei principali leader politici della scena palestinese, Arafat ottenne i primi importanti riconoscimenti in seno al mondo arabo e nel 1962 partecipò, accanto ai capi di stato e di governo di tutto il mondo, alla cerimonia di proclamazione dell’indipendenza dell’Algeria, dove l’anno seguente Al-Fatah poté aprire la sua prima rappresentanza ufficiale. In seguito Arafat intensificò i suoi viaggi clandestini in Palestina e il 1° gennaio 1965, dopo diversi rinvii dovuti a contrasti in seno ad Al-Fatah (oltre che alla scarsezza di armi e di mezzi), proclamò la lotta armata, tentando di coinvolgere le leadership arabe in uno scontro generale contro Israele.

Dopo l’ulteriore sconfitta dei paesi arabi nella guerra dei Sei giorni (1967) e l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza da parte dell’esercito ebraico, Arafat sostenne la necessità di proseguire la guerriglia contro Israele. Nel 1968, Arafat e la sua organizzazione Al-Fatah, opponendosi energicamente all’attacco israeliano a Karamah (in Giordania, sede di uno dei principali santuari della guerriglia palestinese), diventarono il simbolo della riscossa araba.

Nel 1969 Arafat prese in mano la direzione dell’OLP, il cui obiettivo strategico divenne la creazione dello stato palestinese; si intensificarono nel contempo le incursioni della guerriglia palestinese all’interno del territorio israeliano, provocando severe rappresaglie e mettendo a repentaglio la stabilità delle leadership arabe, soprattutto quelle della Giordania, della Siria e del Libano da cui partivano gli attacchi dei fedayn. Alla fine dell’anno, Arafat venne accolto a Rabat, al quinto vertice della Lega araba, con gli onori di un capo di stato, ma la spirale di violenza innescata dalle azioni terroristiche della guerriglia palestinese portò a un grave deterioramento dei rapporti tra OLP e paesi arabi. Le tensioni raggiunsero il culmine in Giordania (dove i palestinesi avevano organizzato autonomamente la loro comunità, diventando una sorta di “stato nello stato”), sfociando nel 1970 nel violento scontro del “settembre nero”, che si protrasse fino al giugno 1971, quando tutte le milizie dell’OLP furono costrette a lasciare il paese.

Trasferitosi in Libano, Arafat riprese il controllo dell’OLP e, isolando le organizzazioni più estremiste (riunite nel “fronte del rifiuto” a qualsiasi negoziato con Israele), impresse al suo programma una svolta storica; nel 1974 egli infatti accennò per la prima volta alla possibilità di rinunciare a una parte della Palestina e alla disponibilità a partecipare a un’eventuale trattativa di pace. In questo modo Arafat ottenne molti consensi internazionali e il riconoscimento dell’OLP come “legittimo rappresentante del popolo palestinese” da parte dei paesi non allineati e della Lega araba. Nell’ottobre 1974 l’OLP venne riconosciuto come “movimento di liberazione nazionale” dalle stesse Nazioni Unite; nel novembre successivo, Arafat venne invitato ufficialmente a partecipare al dibattito dell’Assemblea generale dell’ONU sulla “questione palestinese”, che si concluse con il riconoscimento del diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, all’indipendenza nazionale e alla sovranità.

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Tra lotta armata e diplomazia

Nonostante i successi diplomatici e i sostegni, anche materiali, ottenuti da Arafat, nella seconda metà degli anni Settanta i cambiamenti avvenuti nel quadro mediorientale allontanarono la soluzione del problema palestinese. Nel Libano, diventato dopo il “settembre nero” il principale rifugio dei profughi palestinesi e base operativa dell’OLP, nel 1975 scoppiò la guerra civile. I palestinesi, schierati con le fazioni di sinistra e musulmane del paese, furono pesantemente coinvolti nello scontro e nell’agosto 1976 subirono più di 2000 perdite nel massacro perpetrato dalle milizie cristiano-maronite e siriane nel campo profughi di Tell el-Zaatar. Nel 1977 in Israele andò al potere, per la prima volta dalla creazione dello stato ebraico, la destra nazionalista, contraria al ritiro dai territori occupati nel 1967 e alla costituzione di uno stato palestinese. Nel novembre dello stesso anno il presidente egiziano Anwar al-Sadat si recò a Gerusalemme e nell’estate del 1978 stipulò gli accordi di Camp David con Israele, spaccando il fronte arabo. All’interno della resistenza palestinese, le organizzazioni più intransigenti, già contrarie all’indirizzo impresso da Arafat all’OLP, trassero nuova linfa dalla rivoluzione islamica del gennaio 1979 in Iran.

Arafat si convinse invece dell’impossibilità di pervenire a una soluzione della questione palestinese attraverso la lotta armata e della necessità di continuare a percorrere la strada della trattativa politica, approfondendo le relazioni esistenti e cercando nuovi alleati, anche nella stessa Israele. La nuova offensiva diplomatica fu tuttavia ostacolata nel 1980 dall’aggravarsi della crisi libanese, che nel 1982 culminò nell’operazione “Pace in Galilea” lanciata da Israele in Libano con l’obiettivo di liquidare la resistenza palestinese e lo stesso Arafat, che sfuggì diverse volte alla morte durante l’assedio di Beirut. Il 30 agosto, in seguito a una convulsa trattativa internazionale, Arafat venne costretto a lasciare il Libano, insieme con migliaia di fedayn, e a trasferirsi a Tunisi; pochi giorni dopo, le milizie falangiste cristiane, sotto lo sguardo delle forze israeliane di Ariel Sharon, irruppero negli indifesi campi profughi di Sabra e Chatila sterminando più di 2000 civili palestinesi, in gran parte donne, vecchi e bambini.

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