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Arafat, Yasser

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Yasser ArafatYasser Arafat
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L’esilio di Tunisi

Sebbene lontano dalla Palestina, Arafat conservò la guida dell’OLP, affermandovi la sua linea moderata e pragmatica. Riprese così a tessere la tela diplomatica nel complesso terreno delle relazioni arabe, riallacciando i rapporti con la Giordania e l’Egitto. Arafat trovò sulla sua strada molti ostacoli: innanzitutto Israele, che attraverso i suoi servizi segreti assestò colpi mortali alla dirigenza di Al-Fatah e dell’OLP, tentando anche di sopprimere il leader palestinese con un raid aereo sul suo quartier generale di Tunisi nell’ottobre 1985; la Siria, che dopo aver tentato di eliminarlo fisicamente, gli scagliò contro le milizie sciite di Amal nella cosiddetta “guerra dei campi”, che imperversò per ventotto mesi, tra il 1985 e il 1987, nei campi profughi in Libano; la Giordania, che nel 1987 tentò di escludere l’OLP e Arafat da eventuali trattative di pace con Israele.

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Dall’intifada agli accordi di Oslo

Nel dicembre 1987 nei territori palestinesi occupati scoppiò l’intifada, detta anche la “rivolta delle pietre”. Nel marzo del 1988, accolto con tutti gli onori nella conferenza straordinaria della Lega araba ad Algeri, Arafat tornò improvvisamente a calcare da protagonista la scena politica mediorientale. In luglio, con la rinuncia definitiva della Giordania a ogni rivendicazione sui territori della Cisgiordania, l’OLP diventò il rappresentante “unico e legittimo” della popolazione palestinese dei territori occupati. In novembre, Arafat portò l’OLP a compiere un’ulteriore importante svolta strategica; l’accettazione della risoluzione 242 delle Nazioni Unite del 1967 (con l’implicito riconoscimento dello stato d’Israele) e la rinuncia a forme di lotta terroristiche aprirono infatti la strada alla trattativa internazionale sulla questione palestinese.

Schieratosi con Saddam Hussein nella guerra del Golfo (1991), Arafat rimase nuovamente isolato, ma l’impegno assunto dagli Stati Uniti nei confronti dei paesi arabi rilanciò il dialogo, che si aprì ufficialmente a Madrid nell’ottobre 1991 per proseguire a Washington. La trattativa vera e propria si svolse però in gran segreto in Norvegia, tra il 1992 e il 1993, fra rappresentanti di Israele e dell’OLP in stretto contatto con Arafat. Nel settembre 1993, Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin sottoscrissero a Washington i cosiddetti “accordi di Oslo”, in cui, in seguito al reciproco riconoscimento, OLP e Israele si impegnavano, sulla base del principio “territori in cambio di pace”, ad avviare un processo rivolto alla costituzione in Palestina di uno stato palestinese accanto a quello israeliano. Gli accordi prevedevano l’istituzione di un’Autorità nazionale palestinese (ANP), cui veniva affidato il governo della Striscia di Gaza e di alcune città della Cisgiordania.

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Il premio Nobel per la Pace

Gli accordi furono accolti con soddisfazione sia in Palestina sia in Israele, ma incontrarono anche forti resistenze. Entrambi i leader furono tacciati di tradimento e sottoposti ad aspre critiche dalle fazioni più nazionaliste, che ostacolarono con tutti i mezzi il processo di pace. Nel febbraio 1994, un estremista religioso israeliano irruppe nella moschea di Hebron sparando all’impazzata sui fedeli raccolti in preghiera, uccidendone 29 e ferendone 125; nei mesi successivi, un’ondata di attentati rivendicati dall’organizzazione integralista palestinese Hamas causò 38 morti e 160 feriti tra gli israeliani.

Nel luglio 1994 Arafat fece ritorno in Palestina dopo 25 anni, accolto da una folla entusiasta, per assumere la presidenza dell’ANP. Alla fine dello stesso anno, il leader palestinese condivise con Rabin e Shimon Peres il premio Nobel per aver riportato “la pace e la cooperazione” in Medio Oriente.

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Il presidente dell’ANP

Arafat si recò per la prima volta in Israele, in forma privata e segreta, verso la metà del novembre 1995, per portare le sue condoglianze alla vedova di Yitzhak Rabin, ucciso agli inizi del mese da un estremista ebreo al culmine di una violentissima campagna di denigrazione scatenata dal Likud e dai partiti della destra religiosa.

Nel gennaio 1996 il leader palestinese fu eletto a capo dell’esecutivo del Consiglio nazionale palestinese con l’88% dei voti dei palestinesi dei territori occupati. Dopo le elezioni legislative israeliane del maggio 1996, clamorosamente perse dai laburisti, il processo di pace israelo-palestinese entrò in una fase di stallo e Arafat venne fatto segno da crescenti critiche; nel contempo si intensificò la violenza, con una serie di attentati nelle città israeliane e violente rappresaglie nei territori palestinesi. Grazie alla mediazione del presidente statunitense Bill Clinton e del re Hussein di Giordania, nell’ottobre 1998 Arafat firmò con il nuovo premier israeliano Benjamin Netanyahu gli accordi di Wye Mills Plantation, che riprendendo parzialmente gli accordi di Oslo impegnavano Israele a ritirare entro un anno le proprie truppe dal 13% del territorio della Cisgiordania e l’ANP a preparare un piano di sicurezza per impedire nuovi attentati. Gli accordi vennero tuttavia sostanzialmente disattesi dalle autorità israeliane (che incoraggiarono l’insediamento di nuove colonie ebraiche nei territori occupati), anche quando alla guida del governo israeliano, nel maggio 1999, succedette il laburista Ehud Barak.

Sempre più criticato, anche all’interno della stessa Al-Fatah, per la modestia delle conquiste raggiunte, ma anche per la grave crisi economica dei territori e la corruzione diffusa nell’amministrazione palestinese, Arafat compì un ulteriore tentativo di rilanciare il processo di pace incontrando Barak nell’estate 2000 a Camp David, dove le trattative si arenarono dopo due settimane di colloqui infruttuosi. Nel gennaio 2001, le delegazioni israeliana e palestinese si rincontrarono in Egitto, giungendo vicine a un accordo, che non vide tuttavia alcuno sviluppo per l’affermarsi, nelle successive elezioni di febbraio, di Ariel Sharon.

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Prigioniero a Ramallah

Lo scoppio della seconda intifada nel settembre 2000 e la ripresa di un violentissimo scontro tra israeliani e palestinesi assegnarono ad Arafat un ruolo sempre più marginale. Accusato dalla nuova amministrazione statunitense di George W. Bush di incoraggiare il terrorismo (e dagli israeliani di servirsene), Arafat non poté che assistere impotente alla rioccupazione militare dei territori sotto la sua autorità, venendo egli stesso assediato, dal dicembre 2001, nel quartier generale della Muqaata di Ramallah, più volte da allora colpito dall’artiglieria israeliana. Minacciato di espulsione e di morte, sottoposto a forti pressioni interne e internazionali, nella primavera del 2003 fu costretto a cedere parte dei suoi poteri nominando un primo ministro. Arafat visse nei pochi locali integri della Muqaata fino ai primi di novembre del 2004, quando in seguito a un malore venne trasferito in un ospedale a Parigi, dove morì pochi giorni dopo. Onorato al Cairo da capi di stato e di governo di tutto il mondo, Arafat fu poi sepolto a Ramallah, nel cortile della Muqaata, compianto da decine di migliaia di palestinesi.

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