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Romanzo

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Cervantes: Don Chisciotte della ManciaCervantes: Don Chisciotte della Mancia
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4.5

Russia

In Russia il romanzo divenne un’arma contro la dispotica censura zarista e uno strumento di libera espressione etica, filosofica e politica. Nikolaj Gogol’ attaccò l’istituzione della servitù della gleba e satireggiò i personaggi tipici della provincia e della burocrazia in Le anime morte (1842). Fëdor Dostoevskij affermò che “la natura umana è definita dai suoi estremi”, e sulla base di questo principio divenne nei suoi romanzi un impareggiabile psicologo di personaggi anomali, disperati, esclusi dalla società: Delitto e castigo (1866), L’idiota (1868), I demoni (1871-72) e I fratelli Karamazov (1879-80) ebbero un influsso profondo e duraturo non solo sulla letteratura, ma anche sul pensiero contemporaneo.

Ivan Turgenev, in romanzi come Padri e figli (1862) e Terra vergine (1877), descrisse la condizione di oppressione in cui versavano i ceti contadini e i conflitti generazionali di un paese che già covava in sé i germi della grande rivoluzione del secolo seguente.

Scrittore grandissimo, paragonabile per la forza delle sue rappresentazioni a Dostoevskij, fu Lev Tolstoj, che non ebbe rivali nella rappresentazione degli istinti e degli affetti umani in capolavori assoluti come Guerra e pace (1865-1869) e Anna Karenina (1875-1877), in cui cercò di raggiungere il significato profondo della vita.

4.6

Il romanzo italiano fra Otto e Novecento

Dopo il periodo verista, la letteratura italiana visse un’epoca di profonda crisi della narrativa, la cui tradizione, già debole per motivi storici, venne ulteriormente compromessa dalle scelte antinarrative della letteratura decadente. Ciò nonostante, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo, sempre maggiori furono le influenze delle grandi letterature europee e dei grandi autori d’avanguardia. Già uno scrittore come Gabriele d’Annunzio, che nel Piacere (1889) aveva ancora conservato una relativa linearità d’intreccio, attraverso opere come Trionfo della morte (1894) e Il fuoco (1900) giunse a una vera e propria negazione del romanzo.

Più profondo e più moderno fu il percorso di Luigi Pirandello, che riuscì a equilibrare spinte sperimentali e narratività in un romanzo fondamentale come Il fu Mattia Pascal (1904). Intenzionalmente frammentaria, saggistica e antiromanzesca fu invece un’opera come Uno, nessuno e centomila (1926), cui lo scrittore siciliano affidò il compito di riassumere la propria sconsolata visione del mondo.

Ai margini dell’ufficialità letteraria nazionale, intanto, il triestino Italo Svevo compiva un personalissimo cammino, che lo avrebbe portato nella sua opera narrativa a corrodere dall’interno la tradizione naturalistica, attraverso l’invenzione di eroi inetti che, dopo i romanzi Una vita (1892) e Senilità (1898), avrebbero trovato la loro massima realizzazione in La coscienza di Zeno (1923), libro fondamentale della letteratura europea del Novecento.

Merita di essere ricordato almeno un altro narratore italiano di questo periodo, Federigo Tozzi, il quale, attraverso uno stile solo apparentemente legato ai modelli naturalistici, diede forma a originali rappresentazioni narrative delle dinamiche profonde della psiche umana: una poetica di cui l’espressione più compiuta è probabilmente il romanzo Con gli occhi chiusi (1919).

5

Il primo Novecento: la rivoluzione narrativa

Nuove tematiche a forte connotazione psicologica e filosofica, nonché originalissime tecniche narrative, vennero sviluppate a un livello straordinario di complessità e profondità da quattro scrittori, che segnarono in maniera determinante lo sviluppo della narrativa occidentale nei primi decenni del XX secolo: il francese Marcel Proust, l’irlandese James Joyce, l’ebreo praghese di lingua tedesca Franz Kafka e l’austriaco Robert Musil.

Nei sette volumi che compongono il ciclo romanzesco di Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927), Proust compì una delle più ambiziose imprese della letteratura di tutti i tempi. Nel contesto di una società sottoposta a un profondo cambiamento sociale, che assiste al definitivo declino del mondo aristocratico, egli analizzò minutamente le dinamiche della psicologia amorosa e i meccanismi della memoria, cogliendo insieme la relatività della dimensione temporale e la possibilità per ogni uomo, attraverso gli incontrollabili meccanismi della memoria involontaria, di rivivere l’essenza stessa del proprio passato: un compito che si identifica con la ricerca della verità che è propria della letteratura.

Ulisse (1922) di Joyce riprende il modello narrativo dell’Odissea di Omero, anche se la sua azione è circoscritta a quanto accade nell’arco di una sola giornata nella Dublino contemporanea. Una delle caratteristiche più originali della scrittura di Joyce è l’impiego sistematico delle tecniche del monologo interiore e del flusso di coscienza, attraverso le quali l’autore rappresenta, per così dire, “in presa diretta” lo scorrere incessante e spesso informe dei pensieri, delle percezioni, delle associazioni mentali consapevoli e inconsapevoli dei personaggi.

Un peso decisivo nell’evoluzione delle tecniche romanzesche spetta anche a Franz Kafka, che in romanzi come Il processo (1925) e Il castello (1926) piegò tecniche della narrativa fantastica a rappresentazioni costruite con minuziosa verosimiglianza e allo stesso tempo caratterizzate da un angosciante senso dell’assurdo e da inquietanti trasfigurazioni oniriche: le private ossessioni psicologiche dell’autore si trasformano in densi simboli del destino umano, in un mondo privo di dei e oppresso da misteriose, incombenti presenze superiori.

Anche l’incompiuto, colossale romanzo di Robert Musil intitolato L’uomo senza qualità (1930-1933, ma altri quattordici capitoli già rivisti dall’autore furono pubblicati dopo la sua morte, avvenuta nel 1942) è uno dei grandi capolavori della letteratura del Novecento. Mescolando narrazione e riflessione saggistica, Musil sconvolse le tradizionali tecniche romanzesche, costruendo una grande metafora dell’aspirazione dell’uomo alla totalità, e insieme dell’impossibilità di raggiungere una verità che non sia provvisoria e parziale.

5.1

Germania e Austria

Relativamente più vicine ai modelli romanzeschi dell’Ottocento sono le opere del tedesco Thomas Mann, fra cui I Buddenbrook (1901), La montagna incantata (1924) e Doctor Faustus (1947): romanzi in cui si trovano insieme analisi psicologica e rappresentazione simbolica dei grandi temi culturali e filosofici dell’Europa moderna. Fra gli autori di lingua tedesca di questo periodo si ricorda anche Hermann Hesse, scrittore d’ispirazione filosofica, autore di romanzi come Siddharta (1922), destinato a diventare un piccolo ma duraturo mito fra i giovani di tutto l’Occidente, e Il lupo della steppa (1927).

Ancora più importante è uno scrittore dallo stile espressionistico come Alfred Döblin: il suo romanzo Berlin Alexanderplatz (1929) è sicuramente uno dei capolavori della letteratura europea fra le due guerre. Sopravvissuti, come Musil, alla disintegrazione dell’impero austroungarico, Hermann Broch e Joseph Roth rappresentarono con differente sensibilità nei loro romanzi lo sfaldarsi della vita spirituale e della civiltà europea.

5.2

Gran Bretagna

I primi decenni del Novecento furono anni di profonda e decisiva evoluzione del romanzo. Virginia Woolf sviluppò le tecniche del monologo interiore e della cosiddetta prospettiva ristretta (dove il racconto è costruito dal punto di vista dei personaggi che vivono le vicende rappresentate) in romanzi come La signora Dalloway (1925) e Gita al faro (1927).

Erede per molti versi di Henry James, ma anche della tradizione ottocentesca, fu Edward Morgan Forster, che rappresentò i conflitti tra ceti sociali e culture diverse in romanzi d’ambiente ricchi di ironia e simbolismo, come Casa Howard (1910) e Passaggio in India (1924).

L’esempio di Henry James ebbe grande influsso sugli scrittori di lingua inglese di questo periodo: tra gli altri spicca l’originale personalità di Joseph Conrad, di origine polacca, che navigò per vent’anni in Estremo Oriente su navi britanniche, prima di concepire romanzi dall’avvincente forza narrativa, ma al contempo densi di simboliche evocazioni: Lord Jim (1900), Cuore di tenebra (1902) e Nostromo (1904). Conrad si colloca però, sia per temperamento sia per atteggiamento filosofico, ai margini della letteratura inglese a lui contemporanea.

In quegli anni si stavano diffondendo rapidamente le scoperte della psicoanalisi, che gettava una nuova luce sulle motivazioni profonde dell’apparente irrazionalità dei comportamenti umani. In particolare, un romanzo come Figli e amanti (1913) di David Herbert Lawrence sembrò offrire una sorta di prova narrativa della fondatezza del concetto freudiano di complesso di Edipo; Lawrence si dedicò in seguito soprattutto all’esplorazione della dimensione psicologica e sensuale della femminilità, nei romanzi L’arcobaleno (1915), Donne in amore (1920) e L’amante di Lady Chatterley (1928).

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