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    Immanuel Kant ... VITA Immanuel Kant nacque a Konigsberg, nella Prussia orientale, nel 1724, da una famiglia di modeste condizioni economiche.

  • IMMANUEL KANT

    la funzione regolativa delle idee la terza formulazione dell'imperativo categorico il finalismo come esigenza della nostra mente il postulato della liberta'

  • www.immanuelkant.it

    Immanuel Kant ... DER KRITIK DER REINEN VERNUNFT 14 marzo 2008 ore 11.30 Università Cattolica di Milano (aula G016bis)

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Kant, Immanuel

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Immanuel KantImmanuel Kant
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Introduzione

Kant, Immanuel (Königsberg, oggi Kaliningrad 1724-1804), filosofo tedesco; fu uno dei pensatori più influenti dell’epoca moderna. Nato da genitori seguaci del pietismo, studiò presso il Collegium Fridericianum e frequentò poi l’Università di Königsberg, dove seguì i corsi di fisica, logica e matematica.

Dopo la morte del padre fu costretto ad abbandonare la carriera accademica e si guadagnò da vivere come precettore privato. Nel 1755, grazie all’aiuto di un amico, poté conseguire il dottorato, ottenendo in breve l’incarico di professore straordinario di matematica e filosofia all’Università di Königsberg. Nei successivi quindici anni, partendo dalle posizioni di Christian Wolff e di Gottfried Leibniz, Kant tenne dapprima lezioni di fisica e matematica, ampliando gradatamente il campo dei suoi interessi fino a coprire quasi tutti i rami della filosofia.

In questa prima fase della sua vita Kant scrisse numerosi trattati su vari argomenti scientifici, in particolare su questioni di geofisica. La sua più importante opera scientifica è la Storia universale della natura e teoria del cielo (1755), nella quale avanzò l’ipotesi della formazione dell’universo da una nebulosa in moto rotatorio, congettura che in seguito venne sviluppata indipendentemente dall’astronomo francese Pierre-Simon de Laplace.

Sebbene le lezioni accademiche e le opere scritte durante questo periodo consolidassero la sua reputazione di filosofo, egli non ottenne una cattedra all’università fino al 1770, anno in cui scrisse la dissertazione De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis e fu nominato professore ordinario di logica e metafisica. Durante i ventisette anni successivi proseguì l’attività di insegnamento accademico e attirò a Königsberg numerosi studenti.

Le sue opinioni in campo religioso, che si fondavano sul razionalismo piuttosto che sulla rivelazione, lo condussero a un conflitto con il governo prussiano e nel 1794 il re Federico Guglielmo II gli proibì di tenere lezioni pubbliche o di scrivere intorno ad argomenti religiosi. Kant obbedì formalmente all’ordine per tre anni, fino alla morte del sovrano; dopodiché si considerò libero da qualsiasi obbligo. Morì il 12 febbraio del 1804.

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La “Critica della ragion pura”

Dopo un periodo che gli studiosi chiamano “precritico”, in cui meditò sia sui testi dei filosofi dell’empirismo – in particolare sull’opera di David Hume – sia sul pensiero dei razionalisti come Gottfried Leibniz, Kant elaborò la chiave di volta della sua filosofia nella Critica della ragion pura (1781). Nell’opera egli esaminò i fondamenti e i limiti della conoscenza umana per delineare un approccio epistemologico capace di legittimare razionalmente le conquiste della scienza moderna.

In modo simile ad alcuni filosofi precedenti, Kant differenziò le modalità del pensiero in giudizi analitici e giudizi sintetici. Un giudizio analitico è una proposizione nella quale il predicato è contenuto nel soggetto, come nell’asserzione: “i corpi sono estesi”. La verità di questo tipo di proposizioni che, rispettando il principio di identità, sono universali e necessarie, è evidente: asserire il contrario sarebbe autocontraddittorio. Tali giudizi sono quindi definiti “analitici”, perché la verità è scoperta grazie all’analisi del concetto stesso, ma sono anche considerati infecondi sul piano conoscitivo, in quanto non estendono il sapere.

I giudizi sintetici, invece, sono le proposizioni cui non si può giungere grazie alla pura analisi razionale, ad esempio l’asserzione: “i corpi sono pesanti”. In questo caso il giudizio è fecondo, poiché il predicato “pesanti” amplia la nostra conoscenza relativa al soggetto “i corpi”, ma non è universale e necessario, in quanto dipende dall’esperienza. Tutte le proposizioni che risultano dall’esperienza sensibile sono pertanto dette “sintetiche”.

Nella Critica della ragion pura Kant afferma che è possibile formulare giudizi sintetici a priori (ad esempio, “ogni cambiamento ha una causa”), ossia giudizi fecondi dal punto di vista conoscitivo, ma nel contempo universali e necessari. Questa posizione filosofica è comunemente nota con il nome di “criticismo trascendentale”.

Descrivendo il modo in cui questo tipo di giudizio è possibile, Kant distinse tra i “fenomeni” (dal greco phainómenon “ciò che appare”), vale a dire gli “oggetti per noi”, in quanto sono conosciuti dall’uomo e si collocano nel mondo dell’esperienza sensibile, e le “cose in sé”, cioè gli oggetti considerati a prescindere dalle modalità in cui appaiono e sono esperiti dal soggetto conoscente. I fenomeni, l’unica porzione di realtà conoscibile, consistono propriamente nella sintesi o unione fra il materiale grezzo delle nostre sensazioni e le forme a priori (cioè non desunte dall’esperienza) della nostra intuizione: lo spazio e il tempo.

Kant asserì che, oltre allo spazio e al tempo, esiste anche un determinato numero di concetti a priori del nostro intelletto, che denominò “categorie”. Egli ripartì le categorie in quattro gruppi: quelle concernenti la quantità, che sono unità, pluralità e totalità; quelle concernenti la qualità, che sono realtà, negazione e limitazione; quelle concernenti la relazione, che sono causalità e azione reciproca, e quelle concernenti la modalità, che sono possibilità e impossibilità, esistenza e non esistenza, e necessità.

Le forme a priori e le categorie trovano la loro applicazione nel campo dell’esperienza, dando luogo a un sapere scientifico, cioè universale e necessario. Quando invece non sono applicate ai fenomeni, le categorie danno luogo alle “idee” della ragione (ad esempio: l’anima, la libertà, Dio), cui non può corrispondere alcun oggetto nell’esperienza e che non producono alcuna conoscenza effettiva. Ne deriva per Kant l’impossibilità di elevare la metafisica al rango di una scienza. Essa rimane solo un’aspirazione dell’animo umano.

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Etica

Nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785) e nella Critica della ragion pratica (1788) Kant delineò un sistema etico nel quale alla ragione è attribuita l’autorità suprema in campo morale. Egli riteneva che le azioni di qualunque tipo dovessero fondarsi su un dovere dettato dalla pura ragione e che nessuna azione, compiuta per convenienza o in mero ossequio alla legge o alla consuetudine vigente, potesse essere considerata morale.

Kant descrisse due tipi di prescrizioni impartite dalla ragione: l’imperativo ipotetico, che impone un determinato corso dell’azione per raggiungere un fine specifico, e l’imperativo categorico, il quale impone un corso di azioni che deve essere seguito a cagione della sua correttezza e necessità. L’imperativo categorico è il fondamento della moralità e fu enunciato da Kant in questi termini: “Agisci come se la massima della tua azione dovesse diventare, per mezzo della tua volontà, una legge universale”.

Le posizioni etiche di Kant sono la conseguenza logica del suo credere nella fondamentale libertà dell’individuo, la quale, se rimane indimostrabile nel campo scientifico, trova nondimeno la sua legittimità da un punto di vista morale. Egli considerò la libertà essenzialmente come autonomia, ossia come capacità della nostra volontà di legiferare razionalmente e da se stessa in campo morale.

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Estetica

Nella Critica del giudizio (1790) Kant intese fornire un’indagine intorno alla nostra capacità di giudizio estetico (o “gusto”). Il giudizio estetico, pur fondandosi sul sentimento, è però contraddistinto da una peculiare universalità, seppure di tipo soggettivo, per la quale quando diciamo che un certo oggetto è “bello” siamo consapevoli di oltrepassare il piano di ciò che è soltanto “piacevole” (e relativo a ciascun individuo), per affermare invece qualcosa che può essere condiviso, in linea di principio, da tutti.

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