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Struttura articolo
Con un prodotto interno lordo di 2.153 milioni di dollari USA (2005), pari a 238,30 dollari USA pro capite, il Ruanda è uno dei paesi più poveri del mondo. La situazione economica è aggravata dal problema dell’erosione dei suoli, dalla sovrappopolazione e, in tempi recenti, dall’instabilità politica successiva allo scoppio dei conflitti tribali. L’economia del paese rimane quindi dipendente dagli aiuti e dai finanziamenti dei paesi europei, soprattutto del Belgio, e di organizzazioni internazionali. La popolazione del paese dipende da un’agricoltura di sussistenza, fortemente in dissesto dopo i conflitti tribali e quindi insufficiente al fabbisogno, nonostante occupi il 92% della forza lavoro. Principali prodotti sono manioca, batata, sorgo, granturco, fagioli e caffè, destinato al mercato delle esportazioni, come il tè e il piretro. Esteso è l’allevamento di bovini e caprini, pur se condotto con metodi primitivi. Lo sfruttamento delle risorse minerarie, introdotto dai colonizzatori belgi, poggia sulle riserve di cassiterite, da cui si ricava lo stagno, di tungsteno e di berillio. L’attività estrattiva è tuttavia ostacolata dalla mancanza di capitali e dalle insufficienti reti di comunicazione, fattori che impediscono inoltre di sfruttare gli ingenti depositi di gas naturale presenti nella regione del lago Kivu. L’unità monetaria è il franco del Ruanda, suddiviso in 100 centesimi ed emesso dalla Banca nazionale del Ruanda (1964). Il paese intrattiene rapporti commerciali con la Germania e altri paesi dell’Unione Europea per l’esportazione di caffè e tè, e con il Kenya, il Belgio, la Francia e la Germania per l’importazione di autoveicoli, combustibili, tessili e macchinari. Il Ruanda manca di una rete ferroviaria e le strade nazionali (di cui solo l’8% è asfaltato) si estendono per soli 12.000 km; la maggior parte degli scambi commerciali del paese passa attraverso il porto di Mombasa, in Kenya. Kigali e Kamembe sono sede di due aeroporti internazionali: la compagnia nazionale è l’Air Rwanda.
Colonia tedesca, poi affidato al mandato coloniale del Belgio, il Ruanda conseguì l’indipendenza nel 1962. Sottoposto a un regime autoritario a predominanza hutu dal 1973, il paese fu teatro di un violento scontro civile ed etnico culminato nel 1994 in un vasto massacro di membri della comunità tutsi ma anche nella caduta del regime e nella conquista del potere da parte del Fronte patriottico ruandese (FPR), un’organizzazione politico-militare a predominanza tutsi. Con la Costituzione del 2003 è stato introdotto un sistema politico multipartitico. Il presidente, che è anche capo del governo, è eletto a suffragio universale ogni sette anni. Il Parlamento è bicamerale. La Camera dei deputati, composta da 80 membri, è rinnovata ogni cinque anni (53 membri a suffragio universale, 24 rappresentanti donne dai consigli provinciali, 3 membri da altre istituzioni). Il Senato consta di 26 membri, di cui 12 eletti dai consigli provinciali e 8 nominati dal presidente. Il sistema giudiziario si basa sul diritto civile belga e tedesco e sul diritto consuetudinario. I tribunali di grado più elevato sono la Corte costituzionale e la Corte di cassazione. La pena di morte è stata abolita nel giugno 2007. Le principali forze politiche sono il Fronte patriottico ruandese, il Partito socialdemocratico e il Partito liberale.
Inizialmente abitato dalla popolazione pigmoide dei twa, il territorio del Ruanda fu in seguito occupato dagli hutu, agricoltori provenienti dal bacino del Congo. Nei secoli XIII e XIV i tutsi, pastori di origine camita provenienti dall’Etiopia, sottomisero gradualmente twa e hutu imponendo un sistema feudale (ubuhake) e una classe dominante capeggiata da un monarca assoluto denominato mwami.
Il primo europeo a raggiungere la regione fu nel 1858 il britannico John Hanning Speke, seguito negli anni Ottanta da esploratori tedeschi e missionari protestanti. Nel 1890 il Ruanda diventò insieme al Burundi una colonia tedesca (Ruanda-Urundi), che nel 1920, dopo la sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, venne affidata in mandato coloniale al Belgio. Il Belgio istituì nel paese un’amministrazione indiretta, favorendo l’aristocrazia tutsi. Nel 1931 il re Yuhi IV Musinga venne tuttavia destituito e rimpiazzato con il figlio Mutara III, ritenuto più docile. A partire dal 1934-35, tutsi e hutu furono ufficialmente distinti per etnia, la cui appartenenza veniva riportata sui documenti. Sotto il dominio belga, le missioni protestanti vennero sostituite da quelle cattoliche; lo stesso Mutara si convertì al cattolicesimo, facendosi battezzare nel 1943. Dopo la seconda guerra mondiale, l’amministrazione del Ruanda-Burundi venne riaffidata al Belgio. Negli anni seguenti, insieme ai contrasti tra autorità locali e coloniali, crebbero le rivendicazioni degli hutu, esclusi dal potere. Nel 1957 nacque il Parti du mouvement de l’emancipation du peuple hutu (PARMEHUTU; Movimento per l’emancipazione del popolo hutu). Nel luglio 1959 Mutara morì, in misteriose circostanze, a Bujumbura, senza lasciare eredi. Nel novembre dello stesso anno scoppiò la “rivoluzione sociale” hutu, che si accompagnò a violenze e saccheggi e costrinse all’esilio 200.000 tutsi; anche Kigeli V, il successore di Mutara, fu costretto a lasciare il paese, insieme con tutta l’aristocrazia tutsi.
Nel 1961 fu proclamata la repubblica e nelle elezioni del 1962 il PARMEHUTU ottenne la maggioranza dei seggi all’Assemblea nazionale. Il Belgio concesse l’indipendenza al Ruanda il 1° luglio del 1962; il primo presidente fu Grégoire Kayibanda. Il Parmehutu (rinominato Movimento democratico repubblicano, MDR), dominò la vita politica del paese per i successivi dieci anni. I primi anni di vita del nuovo stato furono caratterizzati dal conflitto etnico. Nel 1963 il tentativo dei tutsi di riprendere il potere scatenò la rappresaglia degli hutu; ma anche tra hutu delle diverse regioni del paese iniziarono a sorgere conflitti.
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