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Ruanda

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Ruanda: bandiera e innoRuanda: bandiera e inno
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6.3

Il regime di Habyarimana

Nel luglio del 1973 Kayibanda fu deposto da un colpo di stato che portò al potere il generale Juvénal Habyarimana, un hutu del nord. Sia il Parlamento che l’MDR furono sciolti. Nel 1975 Habyarimana fondò un suo partito, il Mouvement révolutionnaire national pour le développement (MRDN; Movimento rivoluzionario nazionale per lo sviluppo), dominato dagli hutu del nord. Nel 1978 fu approvata una nuova Costituzione che istituiva un regime a partito unico e il presidente Habyarimana fu riconfermato in carica per altri cinque anni. Dopo aver scongiurato il pericolo di un colpo di stato nel 1980, fu rieletto nel 1983 e nuovamente nel 1988. La seconda repubblica riconfermò il predominio della maggioranza hutu, favorendo al contempo, grazie al sostegno dei paesi occidentali e di associazioni cattoliche, lo sviluppo agricolo del paese.

Verso la fine degli anni Ottanta, il regime di Habyarimana venne scosso da una profonda crisi economica e politica. L’opposizione tutsi in esilio, riunitasi nel frattempo nel Front patriotique rwandais (FPR; Fronte patriottico ruandese), tentò di approfittare della situazione penetrando con le sue milizie dall’Uganda. Nel 1990, il Belgio, la Francia e alcuni paesi dell’Africa centrale intervennero militarmente per respingere un attacco del FPR. Per cercare di arrestare la crisi, nel 1991 venne approvata una nuova Costituzione che introduceva il multipartitismo e, in seguito a un accordo di pace con l’FPR siglato nell’agosto del 1993 in Tanzania, fu nominato un primo ministro con il compito di formare un governo di transizione. Nell’ottobre dello stesso anno, per sostenere il processo di pace, le Nazioni Unite inviarono in Ruanda un contingente di caschi blu sotto le insegne della UNAMIR (United Nations Assistence Mission for Rwanda)

6.4

Il genocidio

Nell’aprile del 1994, Habyarimana trovò la morte in un misterioso incidente aereo insieme con il presidente burundese Cyprien Ntaryamira, anch’egli hutu. Ne seguì un’improvvisa ondata di violenze in cui bande di estremisti hutu (le cosiddette Interahamwe, cioè “coloro che combattono insieme”), fomentate e organizzate dal regime, seminarono il terrore e la morte nel paese. Il sistematico genocidio, che causò la morte di centinaia di migliaia di tutsi ma colpì brutalmente anche l’opposizione hutu, si svolse sotto gli occhi della comunità internazionale, che tuttavia non intervenne. Alcuni paesi occidentali, e in particolare la Francia, continuarono anzi a sostenere economicamente il regime hutu a massacro iniziato.

Nel luglio 1994, in seguito a una nuova offensiva, l’FPR ebbe il sopravvento sulle milizie hutu e conquistò Kigali. Temendo la rappresaglia dei tutsi, un’immensa ondata di profughi sconfinò in Tanzania e nello Zaire, formando enormi accampamenti nei pressi della città di Goma, dove scoppiarono presto epidemie di colera. Nonostante la successiva dichiarazione di cessate il fuoco, gli esuli hutu si rifiutarono di rientrare nel paese.

6.5

Una difficile transizione

A Kigali si costituì un governo di unità nazionale con una forte presenza militare, presieduto dall’hutu Pasteur Bizimungu; dal governo venne escluso l’MRDN, ritenuto responsabile del genocidio dei tutsi. Nel novembre del 1994 fu istituito ad Arusha, in Tanzania, un Tribunale internazionale per i crimini nel Ruanda. Nel novembre 1995, un incontro tra i capi di stato della regione, presieduto dall’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, rinnovò l’auspicio di un ritorno in patria dei rifugiati. I rientri furono comunque rari, resi difficili dalla critica situazione politica dell’intera area e dal forte controllo esercitato sui campi profughi dalle milizie estremiste hutu, contro le quali nel 1996 il governo ruandese lanciò una vasta operazione militare.

Nel 1997 il paese sostenne insieme con l’Uganda la ribellione di Laurent-Désiré Kabila contro Mobutu, raggiungendo in seguito con le nuove autorità della Repubblica democratica del Congo (RDC) un accordo per lo smantellamento dei campi profughi e il rimpatrio forzato degli hutu. Accampando motivi di sicurezza, il regime ruandese occupò militarmente un’ampia regione della RDC, scatenando una violenta caccia contro le milizie hutu.

La situazione politica del paese continuò a essere afflitta dal conflitto interetnico e da un forte contrasto tra le componenti del governo provvisorio e in particolare tra Bizimungu e il leader dell’FPR Paul Kagame. Le libertà politiche, formalmente garantite, vennero di fatto impedite e continuò l’epurazione degli hutu dall’esercito e dall’amministrazione dello stato. Il rientro di circa un milione di profughi hutu, che spesso trovarono villaggi e terre occupati dai tutsi, determinò nel paese una situazione caotica e violenta, che il regime fronteggiò con una brutale repressione.

Nell’agosto 1998 il Tribunale penale internazionale di Arusha emise la prima sentenza di condanna contro l’ex primo ministro Jean Kambanda, riconosciuto responsabile di genocidio. Nello stesso mese il paese entrò nel conflitto della vicina RDC, sostenendo l’offensiva dei tutsi banyamulenge contro le truppe di Kabila. Le truppe ruandesi stabilirono in seguito il loro controllo su un’ampia porzione di territorio del Kivu, da cui si ritirarono in parte solo nel 2002.

Nel marzo 2000 Bizimungu fu costretto alle dimissioni e sostituito alla presidenza da Kagame; accusato di attività eversive, l’anno seguente venne posto agli arresti e nel 2004 venne condannato a 15 anni di prigione.

6.6

Sviluppi recenti

Nel maggio 2003 è promulgata una nuova Costituzione, in cui è espressamente vietato l’incitamento all’odio razziale. Ad agosto Kagame è eletto alla presidenza del paese. A ottobre, in elezioni viziate da molte irregolarità, il Fronte patriottico ruandese si aggiudica la stragrande maggioranza dei seggi del Parlamento.

Nel luglio 2005 vengono rilasciati 36.000 detenuti, di cui molti coinvolti nel genocidio del 1994.

Agli inizi del 2006 il governo ruandese ridisegna il volto amministrativo del paese, diminuendo il numero delle province da dodici a cinque in modo da creare aree etnicamente più omogenee.

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