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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
L’11 febbraio 1945 nel paese fu proclamata una Repubblica popolare. Il regime comunista diede inizio a una massiccia campagna di epurazione contro gli oppositori. Le proprietà private furono confiscate, tutti gli impianti industriali e minerari furono nazionalizzati e venne varata una radicale riforma agraria. La politica estera albanese fu inizialmente caratterizzata da relazioni alquanto tese con la Grecia e da una salda alleanza con la Iugoslavia. Dopo la rottura tra la Iugoslavia e l’Unione Sovietica, nel 1948, l’Albania si schierò con quest’ultima. Nel 1949 il paese fu ammesso al COMECON. Nel 1954 Hoxha affidò il governo del paese al suo stretto collaboratore Mehmet Shehu, conservando per sé la guida del Partito del lavoro. Nel 1955 l’Albania divenne membro del patto di Varsavia, ma i suoi rapporti con il blocco sovietico iniziarono a deteriorarsi subito dopo, quando Hoxha si oppose alla destalinizzazione avviata a Mosca. Nel 1961 il paese si accostò alla Cina di Mao Zedong, causando un raffreddamento delle relazioni con i paesi del blocco sovietico e la sospensione degli aiuti economici. Nel dicembre di quell’anno Mosca interruppe le relazioni diplomatiche con Tirana, seguita dagli altri regimi comunisti europei. L’Albania si ritrovò così del tutto isolata in Europa e legata strettamente alla Cina, dipendendo pressoché esclusivamente dai suoi aiuti economici. Agli inizi degli anni Settanta, il riorientamento della politica estera cinese avviato con la cosiddetta “diplomazia del ping pong” (vedi Ping pong: Il ping pong e la politica estera) causò la crisi fra Tirana e il governo di Pechino. Nel 1978 i rapporti tra i due paesi vennero del tutto interrotti. Hoxha, arroccato su posizioni staliniste ortodosse, adottò una politica ancor più isolazionista e autarchica, indurendo ulteriormente il già severo regime comunista. Temendo nemici esterni e interni, Hoxha disseminò il paese di bunker di cemento; nel 1981 il primo ministro Shehu (in seguito accusato di spionaggio) fu trovato morto nella sua casa, forse ucciso da agenti di Hoxha oppure indotto al suicidio.
Nel 1985, alla morte di Hoxha, Ramiz Alia, già capo dello stato in qualità di presidente del Presidium dell’Assemblea del popolo (dal 1982), assunse anche la leadership del Partito del lavoro. Ormai prossimo al crollo, il regime albanese seguì con preoccupazione l’ondata di democratizzazione che attraversò l’Europa orientale alla fine degli anni Ottanta. Fu solo dopo le vaste manifestazioni che attraversarono il paese nel 1990, le prime fughe di cittadini albanesi all’estero e le forti pressioni occidentali, che la leadership albanese pose fine alla buia parentesi comunista e introdusse nel paese riforme democratiche. Nel 1991 l’Albania iniziò a riallacciare normali rapporti diplomatici con i paesi occidentali. Il Partito socialista, erede del Partito del lavoro, si aggiudicò le prime elezioni legislative, costituendo un governo che durò tuttavia solo alla fine dell’anno.
Nel marzo 1992 le nuove elezioni parlamentari diedero la maggioranza al Partito democratico (a sua volta fondato da esponenti del passato regime); il mese successivo il Parlamento elesse alla presidenza della repubblica Sali Berisha. Diviso profondamente per linee claniche più che politiche, con il nord ghego schierato in maggioranza per i democratici di Berisha e il sud tosco con quello socialista, il paese assistette a una sorda lotta per il potere. Approfittando dell’ampia maggioranza ottenuta, Berisha tentò di liquidare definitivamente le opposizioni. Nel 1993 molti tra gli esponenti socialisti che avevano avuto ruoli importanti nel passato regime, tra cui Ramiz Alia e Fatos Nano, furono accusati di corruzione e condannati a pesanti condanne. Per rafforzare il suo potere, nel 1994 propose una riforma costituzionale, che venne tuttavia bocciata da un referendum popolare. In un quadro politico fortemente deteriorato, le elezioni legislative del maggio-giugno 1996 ebbero come esito la vittoria del Partito democratico del presidente Berisha, ma cinque partiti di opposizione (tra cui il Partito socialista) ne chiesero l’annullamento accusando il governo di intimidazioni e di brogli. Il malcontento nei confronti di Berisha esplose all’inizio del 1997, in seguito al colossale crack di alcune società finanziarie (probabilmente colluse con il potere politico), che bruciò i risparmi di decine di migliaia di albanesi. La situazione si rivelò drammatica soprattutto nel sud del paese, dove insorsero insieme comitati di salute pubblica e bande armate. In una situazione di assoluta anarchia, iniziò l’esodo della popolazione albanese verso le coste italiane. Il numero dei rifugiati in Italia superò le 13.000 unità, costringendo il governo italiano a misure drastiche di contenimento, sfociate nel drammatico incidente che causò l’affondamento di un peschereccio albanese in cui morirono circa ottanta persone. Le trattative avviate tra il governo albanese (in cui venne cooptato il socialista Bashkim Fino) e il governo italiano, e tra questo e i vari organismi internazionali, al fine di giungere a una normalizzazione e a una pacificazione nazionale, ebbero come esito la cosiddetta “operazione Alba”: nell’aprile del 1997 un contingente militare internazionale di 6000 uomini sotto il comando italiano sbarcò in Albania con il compito di portare aiuti umanitari e di sovrintendere al processo di ricostruzione nazionale e a nuove elezioni, tenutesi nel mese di giugno. La vittoria dei socialisti fu duramente contestata da Berisha, che con il suo partito condusse un sistematico boicottaggio dei lavori parlamentari; alla presidenza del paese venne eletto Rexhep Meidani, anch’egli membro del Partito socialista. Dopo pochi mesi di relativa calma, lo scontro tra governo e opposizione riprese forza, sfociando, nell’estate 1998, prima nell’abbandono del Parlamento da parte del Partito democratico e poi, a settembre, in una violenta rivolta dei sostenitori di Berisha, che per diverso tempo conservarono il controllo su ampie parti del Nord dell’Albania. La rivolta di settembre non fu tuttavia causata semplicemente dallo scontro interno al paese, ma anche dalla situazione del Kosovo. Alleato fin dalla sua fondazione dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UÇK), Berisha rimproverava al governo socialista di non sostenere la causa degli albanesi della vicina provincia serba. Nelle successive trattative con il governo, Berisha pretese e ottenne le dimissioni del primo ministro Fatos Nano (che fu sostituito da Pandeli Maiko, un giovane membro del Partito socialista) e respinse la nuova Costituzione, approvata da un referendum svoltosi in novembre ma boicottato dall’opposizione. In un clima di incerta stabilità e di gravissima crisi economica, a partire dall’estate del 1998 l’Albania fu coinvolta dagli sviluppi del conflitto in Kosovo, diventando rifugio per centinaia di migliaia di profughi e il retroterra delle offensive dell’UÇK.
Confidando in una rapida integrazione del paese nelle strutture militari, politiche ed economiche occidentali, durante l’operazione militare “Allied Force” (marzo-aprile 1999) l’Albania mise a disposizione della NATO tutto il suo territorio. Il paese continuò a essere afflitto da una grave instabilità, dovuta all’estrema fragilità del sistema politico e istituzionale e all’aspro contrasto tra governo e opposizione, ma anche alla diffusione di una forte criminalità organizzata, spesso strettamente intrecciata ai partiti e alle strutture dello stato. Il conflitto nazionalista che negli anni Novanta aveva ridisegnato la geografia dei Balcani, aveva infatti trasformato l’Albania in uno dei nodi principali dei traffici internazionali delle armi, della droga, del denaro sporco e di ogni sorta di tratta (clandestini, prostitute, schiavi). Questa situazione si rifletté pesantemente sull’economia del paese, dipendente in misura crescente dai proventi delle attività criminali, oltre che dalle rimesse degli emigrati (circa il 15% della popolazione) e dagli aiuti internazionali. A causa dei forti contrasti interni al Partito socialista, nell’autunno del 1999 il primo ministro Pandeli Maiko fu costretto a lasciare sia la guida del partito (assunta da Fatos Nano), sia quella del governo, alla quale fu chiamato il vicepremier Ilir Meta. Tra il 24 giugno e l’8 luglio del 2001 nel paese si svolsero le elezioni legislative, nelle quali i socialisti ottennero il 42% dei suffragi e 73 dei 140 seggi parlamentari. Ilir Meta fu confermato alla guida del governo. La coalizione Unione per la vittoria, capitanata dal Partito democratico di Sali Berisha, ottenne il 37,1% dei suffragi e 46 seggi; contestando il risultato delle elezioni, l’Unione si rifiutò tuttavia di partecipare ai lavori parlamentari, animando dall’esterno una durissima opposizione. Un Nuovo partito democratico nato da una scissione del partito di Berisha diventò così, con soli 6 seggi, il principale partito di opposizione parlamentare.
Al culmine di un aspro scontro interno al Partito socialista, alla fine di gennaio 2002 il primo ministro Ilir Meta fu costretto a lasciare la guida del governo, che venne affidata a Pandeli Maiko. A febbraio, in vista dell’apertura dei negoziati con l’Unione Europea, il Partito democratico di Sali Berisha accettò di entrare nel Parlamento riconoscendo di fatto i risultati delle elezioni dell’anno precedente. La relativa distensione tra i due principali partiti albanesi condusse all’elezione concordata del nuovo capo dello stato, Alfred Moisiu, ex generale e ministro della Difesa, che in giugno prese il posto di Rexhep Meidani. Il conflitto mai sopito all’interno del Partito socialista condusse in agosto a un nuovo avvicendamento alla guida del governo, che venne assunta direttamente dal presidente del partito Fatos Nano. Le elezioni legislative del giugno 2005 si conclusero con la vittoria del Partito democratico di Sali Berisha, che propose all’elettorato albanese un programma fortemente incentrato su questioni sociali: migliore distribuzione delle risorse, sostegno alle piccole imprese e all’occupazione, lotta alla corruzione. Il Partito socialista, afflitto da una grave crisi interna, si piazzò al secondo posto. I risultati delle elezioni furono tuttavia resi pubblici, dopo due mesi di aspre contestazioni, solo a settembre. Nello stesso mese Berisha assunse la guida del governo. In ottobre Fatos Nano venne rimpiazzato alla guida del Partito socialista dal sindaco di Tirana Edi Rama, rappresentante della nuova leva di militanti non legata al passato comunista del paese. Nel giugno 2006 l’Albania sottoscrisse l’Accordo di stabilizzazione e associazione con l’Unione Europea, impegnandosi a realizzare riforme politiche ed economiche e a migliorare le sue relazioni con i paesi vicini; L’Albania mantenne pertanto un profilo basso nelle trattative sullo statuto del Kosovo avviate nel febbraio 2006. La vita politica del paese continuò a essere segnata dallo scontro tra la maggioranza di Berisha e l’opposizione socialista.
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