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Omosessualità Attrazione e preferenza sessuale per individui del proprio sesso; si differenzia dall’eterosessualità, che è l’attrazione per individui del sesso opposto al proprio, e dalla bisessualità, che è l’attrazione per individui di entrambi i sessi. Le donne omosessuali sono chiamate anche lesbiche (dal nome dell’isola greca Lesbo, patria della poetessa Saffo vissuta nel VII secolo a.C.) e, più recentemente, gli uomini omosessuali si autodefiniscono gay, termine ormai utilizzato in senso sia maschile sia femminile. Quest’ultimo appellativo deriva dall’acronimo di “Good As You” (“Bravo quanto te”, “Valido quanto te”), che era lo slogan gridato ai poliziotti dagli omosessuali che resistettero all’arresto, in un celebre episodio avvenuto in un bar del Greenwich Village a New York, lo Stonewall Inn, nel giugno del 1969, che segnò l’inizio della ribellione degli omosessuali alla repressione e la nascita dell’“orgoglio gay”.
L’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità è molto cambiato nel corso dei secoli al succedersi delle culture e delle epoche: accettata nell’antica Grecia e tollerata a Roma, nelle società occidentali e cristiane l’omosessualità è stata a lungo motivo di riprovazione sociale se non di condanna penale (anche capitale, come nella Germania del Cinquecento). Molti pregiudizi attuali sull’omosessualità sono dovuti alla classificazione che ne fece nel XIX secolo Richard von Krafft-Ebing, considerandola una malattia, una “degenerazione neuropatica ereditaria”, “aggravata” dalla masturbazione “eccessiva”. Contro tale ipotesi è stato però condotto nel 1957 uno studio divenuto classico, da cui è emerso che individui eterosessuali e omosessuali sottoposti alle stesse prove psicologiche non mostrano segni patologici idonei a differenziare i due gruppi. Sigmund Freud ipotizzò invece l’esistenza di una predisposizione innata, ma sottolineò l’importanza delle esperienze infantili (ad esempio, la perdita del genitore di sesso opposto e la conseguente difficoltà di identificazione). Oggi molti studiosi sostengono che non vi sia un fattore genetico alla base dell’orientamento sessuale, ma ritengono che l’identità e il ruolo sessuali siano comportamenti appresi e non geneticamente determinati; studi sul patrimonio cromosomico e ormonale di soggetti omosessuali non hanno poi rilevato alcuna anomalia o differenza rispetto agli eterosessuali. In altre parole, omosessualità ed eterosessualità non possono essere differenziate su una base fisica: mentre le caratteristiche anatomiche relative alla sessualità sono stabilite alla nascita, la successiva accettazione del proprio genere sessuale dipenderebbe essenzialmente da fattori ambientali. La classificazione internazionale delle malattie, redatta dall’Organizzazione mondiale della sanità, nel 1987 ha definitivamente escluso l’omosessualità dall’elenco dei disturbi psichici, ribadendone così il carattere non patologico.
Nel XX secolo, soprattutto nei paesi occidentali, alla preferenza omosessuale e alla sua manifestazione, sia pubblica sia privata, non è più riconosciuto il carattere di reato. In vari paesi, come Olanda e Danimarca, negli ultimi anni sono anzi state approvate leggi per il riconoscimento alle coppie omosessuali degli stessi diritti e doveri garantiti alle unioni eterosessuali; in molti paesi si sta discutendo sull’estensione del diritto di adozione anche alle coppie omosessuali. Molte conquiste ottenute negli anni Settanta dai movimenti per i diritti delle persone gay, nei decenni successivi si sono tuttavia scontrate con nuovi pregiudizi e nuovi fenomeni di esclusione sociale, dovuti soprattutto all’elevata diffusione tra gli omosessuali maschi della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS): anche per questo è oggi in crescita il numero di coppie omosessuali monogame, la cui relazione è molto simile a un matrimonio eterosessuale. Ciò non toglie che in talune culture e in alcuni strati della società, l’omosessualità continui a essere vista con sospetto e a essere più o meno esplicitamente condannata.
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