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    Autore e ambiente storico L'attività del profeta Geremia ha inizio nel 626 a.C. e si conclude qualche anno dopo il 587 a.C. (vedi 1, 2-3). Il profeta morì probabilmente in Egitto ...

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    Il libro di Geremia è un libro della Tanach e dell' Antico Testamento attribuito al profeta Geremia.

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Libro di Geremia

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Introduzione

Libro di Geremia Libro dell’Antico Testamento attribuito al profeta Geremia. Nato probabilmente intorno al 650 a.C., Geremia svolse la sua attività di profeta dal 627 fino alla morte, che si colloca dopo la conquista babilonese di Gerusalemme del 587.

Sostenitore della riforma religiosa condotta da re Giosia per riproporre gli ideali e le pratiche della fede ebraica, dopo la morte del sovrano il profeta visse le drammatiche vicende che avrebbero condotto alla caduta del regno di Giuda di fronte alle armate del re Nabucodonosor; egli preannunciò, con toni vigorosi e appassionati, la rovina del suo popolo come segno della punizione divina, giunta inevitabilmente dopo che gli ebrei avevano dimenticato l’Alleanza con Dio e accettato, in un clima di crescente dissolutezza morale, le pratiche dell’idolatria.

Beffeggiato dai suoi correligionari come sciocco profeta di sventura, Geremia continuò a levare la sua voce in un contesto che, agitato dalle passioni nazionalistiche, gli riservò l’onta della prigionia e della flagellazione in pubblico. Quando l’invasore babilonese condusse in catene i difensori di Gerusalemme, il profeta, a cui questa sorte venne risparmiata, finì con l’essere accusato di connivenza con il nemico e, trascinato in Egitto al seguito di un gruppo di ebrei in fuga, venne forse ucciso dalla sua gente, come vuole la tradizione ebraica.

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Il libro

Frutto di un complesso lavoro di redazione, il libro di Geremia raccoglie, insieme agli oracoli pronunciati dal profeta in prima persona, spesso nel quadro di un contesto narrativo più ampio, il resoconto di vicende riferite al protagonista in terza persona, opera, probabilmente, del fedele amanuense Baruc, che compare nel capitolo 36 come estensore dell’intero testo sotto dettatura dello stesso Geremia, e la serie dei cosiddetti brani deuteronomici, costituiti da profezie adattate da ignoti compilatori allo stile e alle idee tipici del Deuteronomio: indice delle complesse vicende redazionali del libro è la divergenza, talora notevole, fra il testo ebraico masoretico e la versione greca dei Settanta.

Nei primi 25 capitoli, caratterizzati dal linguaggio poetico, la potenza stilistica degli oracoli scagliati contro Gerusalemme e contro il regno di Giuda, all’epoca dei re Giosia, Ioiakím, Ioiakín e Sedecìa, si alterna a vari intermezzi narrativi, come la rievocazione della vocazione del profeta (1:14-19), e ai toni drammatici dei brani noti come “confessioni” (ad esempio, 15:10-21 e 20:7-18), nei quali il protagonista esprime il proprio sconforto di fronte all’ostinazione del suo popolo, sordo all’incombere degli eserciti che lo condurranno verso la cattività babilonese.

La seconda parte del libro (capitolo 26-29 e 32-45) è un resoconto, redatto quasi interamente in prosa, delle vicende che coinvolsero il profeta, sempre più isolato nella sua vana predicazione, dal 608 a.C. fin quasi ai suoi ultimi giorni; il testo presenta una certa attenzione per i dati storici facilmente ricostruibili, nonostante un certo disordine redazionale che impedisce una lettura in un ordine rigorosamente cronologico. Di notevole importanza è l’intermezzo costituito dai capitoli 30 e 31, il cosiddetto “Libro della consolazione”, vigorosa predizione, nel momento culminante del dramma nazionale, della restaurazione di un unico regno, che raccoglierà i discendenti del popolo eletto chiamati a ritornare da Babilonia per stipulare con Dio una nuova Alleanza, preludio di un’era di felicità messianica (vedi Messia; Messianismo).

Gli ebrei della diaspora si identificheranno volentieri con quegli esuli fedeli alla legge del loro Dio, pur essendo lontani dal tempio di Gerusalemme, come un “resto di Israele” che renderà possibile, ispirando la conversione e il rinnovamento interiore dei compagni di sventura, il loro rientro glorioso in una patria ormai benedetta dal Signore per i secoli a venire, quando la tragedia della deportazione (cap. 52) – con la quale il libro termina dopo la sezione di oracoli contro i popoli pagani dei capitoli 46-51 – sarà ormai un lontano ricordo.

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