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Khomeini, Ruhollah

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Saluto di Khomeini al popolo iranianoSaluto di Khomeini al popolo iraniano

Khomeini, Ruhollah (Khomeyn 1900 - Teheran 1989), leader religioso sciita e politico iraniano, ispiratore e capo della rivoluzione che nel 1979 depose lo scià Muhammad Reza Pahlavi e instaurò uno stato islamico in Iran. Nato in una famiglia di religiosi (il padre, che morì pochi mesi dopo la sua nascita, e il nonno materno erano entrambi ayatollah), fu avviato agli studi dallo zio e dal fratello maggiore.

Studiò teologia e letteratura araba ad Arak e poi nella città santa di Qom, dove nel 1927 assistette alla profanazione della moschea di Fatima da parte delle milizie di Reza Khan Pahlavi. Diventato mujtahid (cioè giurista) e poi insegnante, approfondì gli studi giuridici e nella prima metà degli anni Quaranta pubblicò il primo di una lunga serie di libri, La chiave dei segreti, in cui tracciò un primo abbozzo del velâyat-e faqih, principio che propugnava l’attribuzione della funzione di guida e di governo della comunità islamica a un giurisperito (faqih).

Fautore della creazione di uno stato islamico, diventato ayatollah (1961), sostenne, al contrario del suo predecessore Hoseyn Borujerdi, un ruolo attivo del clero sciita nella vita sociale e politica. Facendosi portavoce degli umori più profondi del paese, si oppose energicamente alla controversa modernizzazione avviata dallo scià Muhammed Reza Pahlavi e in particolare alla radicale riforma agraria (la cosiddetta “rivoluzione bianca”) che questi lanciò agli inizi degli anni Sessanta, condannando nel contempo la vicinanza del regime iraniano agli Stati Uniti e a Israele.

Arrestato in seguito ai moti scoppiati nel giugno 1963, nel novembre dello stesso anno fu costretto all’esilio trovando riparo in Iraq, nella città santa sciita di Najaf. Da qui continuò a condurre l’opposizione religiosa al regime, che intensificò nel 1977, in seguito alla morte del figlio maggiore Haj Mostafa Khomeini, ucciso dalla Savak, la polizia segreta dello scià. Nel 1978, espulso dall’Iraq in seguito alle pressioni iraniane sul governo iracheno, Khomeini si trasferì in Francia, nei sobborghi di Parigi, dove condusse un’intensa attività politico-diplomatica preparando la definitiva spallata all’agonizzante regime dello scià, che crollò infatti nel gennaio del 1979.

Dopo quindici anni di esilio, il 1° febbraio del 1979 Khomeini rientrò trionfante in Iran, accolto da milioni di persone. Con la nuova Costituzione che nel dicembre 1979 instaurò nel paese la Repubblica islamica, Khomeini assunse un potere pressoché assoluto come “guida della rivoluzione”, introducendo nell’ordinamento la funzione politico-religiosa del giurisperito (vali-e faqih), considerato unico rappresentante in Terra del profeta Maometto. Il leader sciita lanciò una massiccia campagna rivolta a reislamizzare il paese, eliminando qualsiasi influenza proveniente dal mondo occidentale e ogni possibile opposizione interna al governo teocratico. Nel novembre dello stesso anno sostenne l’assalto all’ambasciata americana a Teheran (vedi Crisi degli ostaggi), lanciando un preciso avvertimento ai paesi occidentali e nel contempo proponendosi come guida presso le vaste masse diseredate dell’intero mondo islamico.

Khomeini sfruttò abilmente anche l’invasione del paese da parte dell’Iraq (vedi Guerra Iran-Iraq), riuscendo a mobilitare in difesa del regime milioni di persone e nel contempo a emarginare le componenti laiche del mondo politico e in particolare Abolhassan Bani-Sadr, il quale, eletto alla presidenza del paese nel gennaio del 1980, venne costretto alle dimissioni e all’esilio nel giugno dell’anno successivo.

L’estenuante conflitto con l’Iraq, che si concluse solo nel 1988, ostacolò il suo disegno, rivolto a promuovere attivamente nel mondo islamico la sua idea di rivoluzione, ma non gli impedì di conquistarsi una vasta popolarità, destinata a sopravvivere alla sua morte, avvenuta nel 1989, e a favorire la crescita del radicalismo islamico. L’ultimo suo atto, inteso ad alimentare in tutto il mondo islamico il furore rigorista e il sentimento antioccidentale, fu la sentenza di morte espressa contro lo scrittore Salman Rushdie, accusato di oltraggio nei confronti dell’islam per il suo romanzo I versi satanici.

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