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Dalai Lama Massima carica del lamaismo, il buddhismo professato nel Tibet. Il termine, che vuol dire “maestro oceanico, immenso”, indica la sapienza superiore attribuita a questa figura. Il Dalai Lama è ritenuto dai fedeli la reincarnazione del bodhisattva Avalokitesvara, personificazione del principio della “compassione universale” e fondatore mitico del popolo tibetano.

Il Dalai lama viene individuato, dopo la morte del predecessore, attraverso una minuziosa analisi di segni rivelatori, in un bambino o in un fanciullo, che viene poi educato a ricoprire il ruolo assegnatogli.

Il titolo fu per la prima volta conferito nel 1578 dal capo mongolo Altan Khan a Sodnam Gyatso, lama del monastero di Drepung e terzo successore di Tsong-kha-pa (il fondatore della setta dei Dge-lugs-pa, “Berretti Gialli”), e attribuito retrospettivamente ai primi due successori. Nel 1642 il capo mongolo Gushri Khan conferì il potere temporale a Ngawang Lozang Gyatso, quinto Dalai Lama, inaugurando in Tibet un governo teocratico che sarebbe durato fino al 1959. I Dalai Lama che seguirono governarono il Tibet dapprima come vassalli dei mongoli e poi, dal 1720, come vassalli della dinastia cinese manciù.

Dopo il crollo dell’impero cinese (1911), il tredicesimo Dalai Lama Thubten Gyatso proclamò l’indipendenza del Tibet, durata fino all’occupazione della Cina nel 1950. Il quattordicesimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, abbandonò il Tibet nel 1959 e trovò rifugio in India, a Dharamsala, dove costituì un governo in esilio. Fautore di una soluzione negoziata e non violenta al problema, nel 1989 ottenne il premio Nobel per la Pace.

Sul piano prettamente religioso, alla figura del Dalai Lama si affianca quella altrettanto importante del Panchen Lama (“grande maestro”), ritenuto la reincarnazione di Amitabha, il buddha della “luce infinita”, di cui Avalokitesvara rappresenta un’emanazione divina. Nelle lotte tibetane per il potere queste due figure sono spesso entrate in contrasto, specie riguardo alle relazioni con la Cina.

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