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Cristologia Disciplina teologica che intende riflettere sulla realtà di Gesù Cristo e sul significato salvifico della sua morte e resurrezione. In quanto risposta alla domanda “chi è Gesù” la cristologia si manifesta come dimensione fondamentale della riflessione cristiana e scaturisce dal medesimo atteggiamento riscontrabile nei discepoli davanti a Gesù e al mistero della sua vita e della sua resurrezione. Per questo motivo tutta la storia cristiana ha proposto differenti modelli cristologici, elaborati attraverso gli strumenti concettuali e filosofici tipici dell’epoca e ritenuti adatti all’illustrazione della complessa e inesauribile realtà di Gesù di Nazareth confessato dalla fede come il Cristo. La recente riflessione cristologica, pur concentrandosi attorno al classico problema costituito dalla unione ipostatica, cioè dalla compresenza in Cristo della piena divinità e della piena umanità, sembra aver meglio collocato il dibattito all’interno della più ampia considerazione della dimensione soteriologica, ossia di storia della salvezza, dell’esperienza di Gesù. In altre parole, Gesù non è semplicemente l’occasione (estrinseca) nella quale Dio salva l’uomo, ma è in se stesso, nella sua singolarità storica, la salvezza universale, il definitivo riscatto dell’intera umanità. Comprendere quindi la particolare e unica vicenda storica di Gesù nella quale vengono a compiersi i gesti e le promesse del Dio a Israele, può forse meglio consentire anche la comprensione della particolarità dell’essere di Gesù, cioè il suo essere Figlio, Verbo, Messia, Profeta, Re, Sacerdote (i tradizionali titoli cristologici).
Secondo i moderni esegeti, Gesù, senza attribuirsi esplicitamente il titolo di “Cristo” (l’“unto”, il Messia), ha comunque suscitato nei discepoli, grazie alle sue stesse parole e azioni, le condizioni di una cristologia. Dopo la morte di Gesù sulla croce, le speranze dei discepoli furono sostenute dall’esperienza della resurrezione ed essi risposero all’opera di Dio, compiuta attraverso Gesù, tentando di comprendere la sua persona. I primi cristiani espressero la loro cristologia esplicita utilizzando parole e immagini derivate dall’ambiente religioso della Palestina del I secolo d.C., dove la coscienza escatologica dell’ebraismo si compenetrava con quella ellenistica. Nel Nuovo Testamento si possono distinguere quattro modelli di pensiero cristologico. Il primo di questi presenta una duplice prospettiva: la riflessione sulla vita terrena di Gesù come vita di un profeta e di un servo di Dio e l’attesa della Parusia, ossia del suo ritorno alla fine della storia, in cui Cristo è il Messia, Figlio dell’Uomo (Atti degli Apostoli 3:13, 20-21). Anche in una seconda, duplice formulazione cristologica il Gesù terreno era considerato come profeta, mentre i titoli di “Signore”, “Cristo” e “Figlio di Dio” erano posti in relazione con la sua resurrezione ed esaltazione (Atti degli Apostoli 2:22-24, 36). Nel terzo modello questi titoli sono apposti alla vita di Gesù precedente la Pasqua, per illustrare il legame tra il ministero terreno di Gesù e il suo ruolo di salvatore; questo modello compare in testi che nominano l’invio del Figlio da parte del Padre per la salvezza degli uomini (Giovanni 3:16, Galati 4:4, Marco 1:11 e i racconti di Matteo e Luca del concepimento e della nascita di Gesù). Questa cristologia indica il ruolo di Gesù nell’opera di salvezza e l’iniziativa divina a questo riguardo. Nel quarto modello, espresso negli inni cristologici della Chiesa giudaico-ellenistica, Gesù era identificato con la Sapienza divina, il Logos, agente della creazione, della rivelazione e della redenzione; vi si dichiarava che il Gesù storico è incarnazione di questo Logos o Sapienza preesistente (Colossesi 1:15-20; Ebrei 1:1-3, Giovanni 1:1-18). In questo modo, utilizzando la riflessione ebraica sulla Sapienza, si intese affermare che il Dio incontrato in Gesù non era un Dio sconosciuto, ma lo stesso Dio manifestatosi nella creazione, nell’esperienza umana e nella storia di salvezza di Israele. Negli scritti di Giovanni si dichiara che la relazione filiale di Gesù col Padre risale all’eternità; in essi si applica il termine Dio al Verbo incarnato (Giovanni 1:1), al Figlio incarnato (Giovanni 1:18) e al Cristo risorto (Giovanni 20:28). I termini “Figlio di Dio” e “Figlio dell’Uomo” che indicano il luogo di Gesù nella storia della salvezza, hanno una rilevanza metafisica e designano la sua essenza divina.
Da Ignazio di Antiochia, nel II secolo, fino al concilio di Calcedonia del 451, i teologi cristiani si confrontarono con i problemi posti alla concezione greca dal pensiero cristologico neotestamentario: se il Figlio è Dio, ma distinto dal Padre, come si può dire che Dio è “uno”? Se Gesù è Dio, come può essere anche uomo? Nel II secolo i docetisti (dal greco dokéin, “sembrare”) sostenevano che l’umanità di Gesù era apparente, mentre Ignazio affermò la realtà del corpo di Gesù. Il risultato della controversia, che si risolse a favore di Ignazio, fu l’aggiunta delle parole: “nato da Maria Vergine” al simbolo, per salvaguardare l’umanità di Gesù. Una seconda controversia riguardò il concetto di unità di Dio. Preoccupati di conservare questa unità, i monarchiani modalisti (o sabelliani) affermarono che l’unico Dio si era rivelato in tre manifestazioni (modi) successive, Padre, Figlio e Spirito Santo, mentre Dio in se stesso rimane rigorosamente uno; i monarchiani dinamici (vedi Adozionismo) considerarono invece Gesù un uomo su cui era discesa la potenza di Dio. Nel IV secolo, Ario e i suoi seguaci (vedi Arianesimo) affermarono che il Figlio non è identico a Dio, ma è la “prima creatura”: per loro è homoiousios (in greco, “di sostanza simile”) con Dio, una sorta di semidio. Al concilio di Nicea del 325, tuttavia, l’arianesimo fu condannato e si ampliò il simbolo (vedi Simbolo niceno-costantinopolitano) affermando che il Figlio preesistente è: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”. Anche le questioni sull’incarnazione divina si rivelarono problematiche: mentre i teologi della scuola di Alessandria tendevano a sottolineare la divinità di Gesù a detrimento della sua umanità, quelli della scuola di Antiochia, frequentemente loro avversari, sottolineavano l’umanità a detrimento dell’unità delle due nature. Sul fronte alessandrino, gli apollinaristi sostenevano che nell’uomo-Gesù il Logos aveva sostituito l’anima, il che equivaleva a negare la piena umanità di Cristo. L’apollinarismo fu condannato nel I concilio di Costantinopoli nel 381; dalla scuola antiochena discese nel V secolo l’eresia del nestorianesimo. I nestoriani sostenevano che nel Cristo incarnato erano unite due persone separate, e rifiutavano il titolo di Theotókos (“Madre di Dio”) dato dagli alessandrini a Maria. Per Nestorio, patriarca di Costantinopoli, e per i suoi seguaci, Maria era stata madre del Gesù umano ma non del Figlio divino-umano. In risposta alla sfida nestoriana, il concilio di Efeso del 431 e il concilio di Calcedonia del 451 confermarono a Maria il titolo di Theotòkos. A Calcedonia si proclamò che il verbo incarnato possiede due nature e una persona, formula rimasta immutata nell’ortodossia cristiana. La stessa definizione calcedonese, tuttavia, condusse a ulteriore disaccordo; un settore estremista della scuola alessandrina sostenne che il Figlio incarnato ha una sola natura, quella divina, ponendo di nuovo in discussione l’umanità di Gesù.
Alcuni teologi contemporanei sostengono che la cristologia calcedonese ortodossa svilupperebbe solo alcuni aspetti della cristologia neotestamentaria. Un’altra critica, formulata da Rudolf Bultmann, studioso del Nuovo Testamento e teologo protestante, verte sul fatto che la concezione di Cristo presentata dal concilio di Calcedonia è basata su elementi culturali antiquati (messianismo e apocalittica ebraica, forse gnosticismo) e su una metafisica obsoleta in cui i termini “persona”, “natura” e “sostanza” sono intesi in modo diverso da come li intendiamo attualmente. L’uso delle definizioni calcedonesi avrebbe reso meno accessibile, per il cristiano moderno, l’uomo Gesù nella sua concretezza storica; pertanto Bultmann ha sostenuto la necessità di “demitizzare” il Nuovo Testamento reinterpretando gli elementi mitologici che sono sottesi alla prime formulazioni cristologiche, allo scopo di rendere significativo l’annuncio (kérygma) e l’opera redentrice di Cristo per i moderni. Qualche teologo difende l’uso di modelli cristologici alternativi per spiegare le dottrine della preesistenza e dell’incarnazione preferendo la metafora neotestamentaria dell’“invio” del Figlio da parte del Padre alla cristologia posteriore, completamente intellettualizzata, del concilio di Calcedonia. Alcuni teologi cattolici contemporanei, come Edward Schillebeeckx (nato nel 1914) e Walter Kasper (nato nel 1933), hanno scelto di cominciare la loro ricerca cristologica “dal basso” e non “dall’alto”. Pertanto, essi prendono le mosse dal Gesù pienamente umano e giungono a scoprire e a confessare la presenza salvifica di Dio in lui.
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