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Sufismo Movimento religioso islamico diffusosi a partire dal IX secolo in prevalenza fra i sunniti.
Per quanto gli adepti riconducano le origini del loro movimento all’epoca di Maometto, il termine che denota il sufismo, Tasawwuf, comparve a Kufa, in Iraq, soltanto nel IX secolo, al tempo degli Abbasidi. Esso sembra derivare dal termine arabo suf, che indica l’abito di lana grezza indossato dagli asceti musulmani. Alla fine del X secolo questa corrente, che rappresentava un tentativo di interpretazione in chiave mistica della religione di Maometto, aveva già diffuso confraternite di seguaci da Bassora e da Baghdad, capitale abbaside, in tutto l’Iraq e nel resto del mondo islamico. Da principio oggetto dell’ostilità delle correnti islamiche più tradizionaliste, il movimento ottenne dal XII secolo un riconoscimento formale nell’ambito dell’ortodossia, soprattutto grazie all’operato e agli scritti di alcuni membri illustri provenienti dai ceti colti del sunnismo, come il pensatore Al-Ghazali.
Il sufismo non prevede un sistema dottrinale omogeneo che lo caratterizzi precisamente rispetto alle altre correnti dell’Islam. Un motivo unificante tra le varie dottrine dei sufi è forse la convinzione di godere di una speciale relazione di elezione (walayat) con la divinità, grazie alla quale sarebbe possibile stabilire una forma di comunicazione con Dio al fine di ottenere la comunione spirituale e la conoscenza della verità divina (haqiqat). Fonte di questa potenzialità è lo stato di grazia riservato da Dio stesso agli iniziati, che ne entrano in possesso mediante un lungo cammino di ascesi spirituale (maqamat) in varie tappe, da compiersi sotto la guida di un maestro (shaykh o pir) ritenuto capace di trasmettere al suo discepolo uno stato di benedizione soprannaturale (baraka). Tale benedizione sarebbe concessa alle generazioni future da Alì e dallo stesso Maometto per mezzo della successione autorevole (silsisla) di maestri illustri. L’esistenza del mondo, secondo i sufi, sarebbe garantita, in ciascuna generazione, dalla nascita di un maestro dotato della natura di “uomo perfetto” (qutb), la cui identità può essere svelata solo a quanti abbiano raggiunto lo stato dell’annientamento in Dio (fana), dell’esistenza tramite Dio (baqa) e della conoscenza (marifa). A differenza dell’imam degli sciiti, con il quale pure condivide alcuni aspetti essenziali, come i poteri soprannaturali e il ruolo di garante dell’esistenza dell’universo, l’“uomo perfetto” del sufismo non dipende da una particolare linea di discendenza familiare e non appare come figura isolata nella sua epoca; rappresenta, al contrario, il vertice di una gerarchia di maestri venerabili, dotati in qualche misura delle sue stesse facoltà. I sufi, infatti, venerano come santi, accanto agli uomini perfetti, innumerevoli maestri del passato, fra i quali personaggi estranei alla loro dottrina e gli stessi imam sciiti. Le confraternite del sufismo sono di tipo monastico. Richiedono il celibato, l’osservanza della povertà come mezzo di abbandono alla provvidenza divina (tawakkul), l’esercizio di pratiche di umiliazione pubblica di sé e la ripetizione di formule rituali (dhikr) di invocazione a Dio. Grande importanza è attribuita alla musica e alla poesia; per quanto riguarda l’amore profano e il vino, tendenzialmente demonizzati dalla tradizione islamica, essi vengono considerati esperienze simboliche dell’amore divino e dell’estasi mistica. Fra le principali confraternite sufi attive dal XII secolo si ricordano quelle dei marabutti e dei senussiti, tuttora presenti in Africa settentrionale, quelle dei dervisci, e quelle che, nel XV e XVI secolo, si avvicinarono al movimento sciita, assumendo talora anche il carattere di ordine militare, come nel caso dei safavidi, dominatori di vasti territori dell’Iran all’inizio del XVI secolo. Vedi anche Confraternite musulmane.
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