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Economia Scienza sociale che studia la produzione, la distribuzione, lo scambio e il consumo di beni e servizi, analizzando il modo in cui individui, gruppi, imprese e governi cercano di raggiungere in modo efficace l’obiettivo economico che si sono prefissati. L’economia può essere divisa in due settori principali. Il primo, la microeconomia o teoria dei prezzi, intende spiegare come l’interazione di domanda e offerta nei mercati concorrenziali crei una miriade di variazioni di prezzi, retribuzioni, margini di profitto e rendite. A tal scopo, la microeconomia ipotizza che gli individui si comportino razionalmente, ossia che i consumatori cerchino di spendere il proprio reddito in modo da massimizzare l’utilità e che gli imprenditori perseguano il maggior profitto possibile. La seconda area d’indagine, la macroeconomia, si occupa del reddito nazionale e dei problemi dell’occupazione, avvalendosi di strumenti quali il calcolo infinitesimale, l’algebra lineare e altri metodi matematici avanzati. Il connubio più noto tra l’economia e la matematica si è avuto nella disciplina denominata econometria. Gli econometristi costruiscono modelli con centinaia o migliaia di equazioni, al fine di spiegare il comportamento di un intero sistema economico. Come strumenti di previsione, i modelli econometrici vengono generalmente utilizzati sia dalle società sia dai governi. La ricerca operativa e l’analisi delle interdipendenze strutturali sono altre due discipline nelle quali l’analisi economica e la matematica interagiscono. La ricerca operativa adotta un approccio sistematico ai problemi, applicandosi prevalentemente al coordinamento delle funzioni di un’azienda a impianti multipli, alla minimizzazione dei costi e alla massimizzazione dell’efficienza. Nella definizione del suo inventore, l’economista russo-americano Vasilij Leontief, le tavole di analisi delle interdipendenze strutturali “descrivono il flusso di prodotti e servizi fra tutti i settori dell’economia nazionale in un dato periodo di tempo”. Questo metodo ha avuto un enorme impatto sul pensiero economico ed è attualmente molto usato sia nei paesi socialisti sia in quelli capitalisti.
Tutte le comunità organizzate combinano, in varie proporzioni, attività di mercato e intervento governativo. I mercati privati differiscono ampiamente per il grado di concorrenza che li caratterizza. Fortemente diversificato si presenta anche l’intervento statale, che va dall’imposizione di tasse all’emissione di crediti, dalle politiche di controllo dei salari e dei prezzi, fino alla gestione capillare centralizzata dei paesi comunisti. In questi ultimi è però presente qualche concessione all’impresa privata: ad esempio nell’URSS, dove era consentito agli agricoltori, anche se organizzati in imprese collettive, il commercio di prodotti coltivati su appezzamenti privati. Analoghe differenze esistono tra le economie capitaliste. In molte di queste, il governo possiede e gestisce ferrovie e linee aeree, e persino quando ciò non accade, come in Giappone, il governo centrale esercita una fortissima influenza sull’attività economica.
Le maggiori differenze tra l’organizzazione economica comunista e quella capitalista riguardano la proprietà di fabbriche, aziende agricole e altre imprese, nonché la formazione dei prezzi e la distribuzione del reddito. In molte economie capitaliste la maggior parte del prodotto nazionale lordo (PNL) viene generata direttamente dalle imprese con finalità di lucro e da entità non-governative quali cooperative e fondazioni. Recentemente diversi paesi hanno privatizzato molte imprese pubbliche e hanno introdotto la concorrenza in molti servizi (quali salute e istruzione). Questa tendenza mondiale verso la privatizzazione, che si sta introducendo anche in Italia, ha ridotto in maniera significativa l’interferenza statale nell’operatività dell’industria e diminuito l’influenza del governo sulla fissazione dei prezzi. In sostanza, il prezzo più importante controllato dalle pubbliche autorità è quello del denaro, cioè il tasso di interesse. Sebbene l’opposizione ai controlli e alla pianificazione nazionale sia molto forte nel mondo sviluppato, i governi hanno ripetutamente fatto ricorso a queste misure in tempi d’emergenza, in particolare durante la seconda guerra mondiale. In generale, però, le economie di libero mercato considerano la proprietà statale e l’interferenza governativa nella fissazione dei prezzi come eccezioni deplorevoli alla regola del governo dell’economia da parte dell’iniziativa privata e dei mercati.
Esattamente opposto è l’atteggiamento della Cina e di altri paesi comunisti a pianificazione economica centrale. Sebbene le imprese private siano sempre più tollerate, in questi paesi l’ideologia dominante favorisce la pianificazione statale rispetto alla fissazione dei prezzi in modo concorrenziale. In effetti, non vi è ragione per cui una comunità democratica non possa liberamente scegliere di pianificare la produzione, i prezzi e la distribuzione del reddito e della ricchezza. Nell’esperienza contemporanea, però, la pianificazione economica centralizzata si è generalmente accompagnata al controllo del partito comunista sulla vita politica; è peraltro vero che anche il capitalismo è stato gestito da governi repressivi, come ad esempio in Cile e in Brasile. I problemi più gravi del capitalismo sono la disoccupazione, l’inflazione e l’ingiustizia economica; problemi paralleli nelle economie pianificate centralizzate riguardano la sottoccupazione, il razionamento, la burocrazia e la carenza di molti beni di consumo.
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