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Un tratto innovativo si può individuare nella riflessione di Eraclito di Efeso, vissuto in Asia Minore intorno al VI secolo a.C. Egli ricercò il principio di tutte le cose nella ragione o logos, la cui apparizione sensibile è il fuoco. Secondo Eraclito il mondo intero è coinvolto in un perenne divenire contraddistinto da una lotta fra opposti primordiali, tale per cui “Pólemos (la guerra) è padre di tutte le cose, di tutte re”.
Fra il VI secolo e la prima metà del V secolo a.C., nelle città greche dell’Italia meridionale, si sviluppano altri indirizzi filosofici. Pitagora fonda a Crotone una scuola che eredita elementi religiosi di origine orfica (come la dottrina della trasmigrazione delle anime), ma si distingue per la dottrina secondo cui tutte le cose e tutte le relazioni fra di esse sono riconducibili ai numeri o a determinazioni aritmetico-geometriche. Parmenide, iniziatore della scuola di Elea, contrappone al movimento e all’apparenza delle molteplici e illusorie cose sensibili l’esistenza dell’unico essere, eterno, ingenerato e imperituro. Dal suo insegnamento avrebbe preso le mosse la riflessione di Zenone, che è di capitale importanza per le origini delle tecniche di argomentazione logica.
Nel V secolo a.C., ad Atene, si afferma la sofistica. Con Protagora e Gorgia la filosofia sembra abbandonare i temi prevalentemente naturalistici o cosmologici delle ricerche precedenti, per rivolgersi a un’analisi del linguaggio e dei valori morali dell’uomo. Prevale peraltro, nella sofistica, un atteggiamento relativistico, che mette in discussione l’esistenza di verità assolute, dal momento che l’uomo, come diceva Protagora, “è la misura di tutte le cose”: l’uomo, cioè, può conoscere solo gli oggetti che rientrano nel campo della sua percezione e della sua azione, valutandoli a seconda delle prospettive di cui è di volta in volta portatore.
Al relativismo dei sofisti si oppose energicamente l’insegnamento di Socrate. Egli condivideva l’interesse dei sofisti per il problema dell’uomo, ma lo finalizzò alla ricerca del significato universale dei valori morali e della virtù, intesa essenzialmente come “scienza del bene e del male”. All’abilità retorica dei sofisti Socrate opponeva il metodo di ricerca della dialettica: per ogni asserzione, il filosofo poneva una serie di domande tese a verificarla e articolarla, esaminandone le conseguenze e scoprendone la coerenza o le contraddizioni interne.
Il pensiero greco giunse a piena fioritura con le filosofie di Platone e di Aristotele: il primo fu discepolo di Socrate, il secondo studiò per circa vent’anni presso l’accademia platonica. Platone organizzò le dottrine di Socrate in un complesso sistema, che innestava il progetto di una riforma politica dello stato in una concezione complessiva del sapere e della realtà. Nella sua teoria delle idee, Platone sostenne che le cose del mondo reale, oggetto dell’opinione, sono solo ombre di forme eterne e immutabili, le idee appunto, che possono essere oggetto di una conoscenza certa. La teoria delle idee implica una teoria della conoscenza per la quale la percezione sensoriale si riferisce a oggetti sensibili e mutevoli, mentre la scienza deve riguardare solo oggetti immutabili e universali. All’opposto, secondo Aristotele, anziché riflettere l’articolazione delle idee la scienza si avvale di concetti che esprimono gli aspetti universali (le specie, i generi, le categorie) delle singole realtà sensibili. Pertanto la conoscenza non si riferisce più a idee separate dalle cose, ma alle sostanze sensibili, le quali consistono di una forma, che ne costituisce l’essenza, e di una materia. Descrivendo l’universo materiale, Aristotele riprese i quattro elementi empedoclei, aggiungendovi un quinto elemento, la “quinta essenza”, l’unico costituente dei corpi celesti posti “sopra” il cielo della luna.
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