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Bene e male

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Introduzione

Bene e male In filosofia, dicotomia che appartiene soprattutto all’ambito dell’etica, che la intende come opposizione fra ciò che possiede un valore morale, ovvero ciò che è desiderato e appetito dall’essere umano, e ciò che è moralmente cattivo o sbagliato, ovvero ciò che arreca danno, dolore o sofferenza. Oltre che nell’ etica, la dicotomia bene/male ha operato nella metafisica e nella teologia. Qui di seguito saranno presentate le principali concezioni, rispettivamente del bene e del male, che si sono confrontate nella storia del pensiero filosofico.

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Il bene in senso metafisico

Occorre anzitutto distinguere fra una prospettiva metafisica e oggettivistica di intendere il bene, come la realtà suprema e perfetta che viene desiderata in quanto tale, e una concezione soggettivistica, che relativizza il bene in riferimento al soggetto che lo desidera. Il modello della prima concezione è offerto dalla filosofia di Platone, in cui il bene costituisce il vertice del mondo delle idee: come il Sole dà vita alle cose sensibili e ne consente la visione, così l’idea del bene è fonte di verità e di conoscenza del mondo ideale.

Riallacciandosi a Platone, nel III secolo d.C. Plotino fa coincidere il bene con l’Uno, ossia con il principio e la causa di tutto l’essere; in rapporto a esso il male costituisce un non essere, così come un non essere è la stessa materia: Plotino la paragona alla zona d’ombra lasciata dal cono di luce proiettato dal principio primo.

Anche il pensiero cristiano della scolastica medievale concepisce il bene come l’essere perfetto e lo identifica con Dio: tutto ciò che proviene da lui è quindi bene, per quanto il grado di perfezione di ogni cosa dipenda dalla posizione che essa occupa nella gerarchia degli enti, secondo che questi siano più o meno vicini a Dio. Tuttavia il pensiero cristiano non può identificare la materia con il non-essere e con il male, essendo la materia stessa creata da Dio.

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La concezione soggettivistica del bene

La teoria opposta a quella metafisica afferma che il bene è tale in relazione a un soggetto che lo desidera. In altri termini, esso non è desiderato perché è il bene, ma è ritenuto bene perché è oggetto del desiderio. Nella sua forma più coerente, la teoria soggettivistica fu affermata in età moderna dal pensatore inglese Thomas Hobbes, il quale scrisse: “L’uomo chiama buono l’oggetto del suo appetito e del suo desiderio, cattivo l’oggetto del suo odio e della sua avversione”. Anche Baruch Spinoza si muove in questa prospettiva quando afferma che “noi non cerchiamo, vogliamo, appetiamo una cosa perché riteniamo che sia buona; ma, al contrario, noi giudichiamo buona una cosa perché la cerchiamo, la vogliamo, la appetiamo e la desideriamo”.

Pur mantenendosi all’interno di una prospettiva soggettivistica, Immanuel Kant fece valere l’esigenza di universalità del bene che era propria della teoria oggettivistica: egli infatti sostenne da un lato che buono non può essere detto di un oggetto o un’azione in quanto tali, ma solo della volontà buona, dall’altro concepì quest’ultima come una volontà che si determina secondo una legge morale universale.

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Il bene come felicità

Non sono mancate nella storia del pensiero dottrine intermedie fra quelle oggettivistica e soggettivistica del bene. Socrate identifica la virtù nella scienza del bene e del male, e afferma che nessuno commette il male volontariamente, ma solo perché ignora ciò che è il bene; quest’ultimo, nella concezione di Socrate, riguarda essenzialmente l’anima. L’identificazione fra bene, virtù e felicità diventerà importante nelle teorie etiche (dette “eudemonistiche”) successive a Socrate.

Dal canto suo Aristotele intendeva il bene come “ciò cui ogni cosa tende”, e dunque, nel caso dell’uomo, la felicità come il fine ultimo cui egli aspira: nel senso più pieno essa consiste nella vita contemplativa, ma accanto a essa si dispongono anche altri beni di ordine pratico. Aristotele intende così il bene in relazione all’uomo, ma d’altronde concepisce anche una gerarchia di beni secondo il loro grado di perfezione, avvicinandosi così alla teoria oggettivistica del bene.

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