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Struttura articolo
Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
L’Alto Perù, nome con cui fu designata la Bolivia in età coloniale, fu scoperto dallo spagnolo Diego de Almagro nel 1535 e poi conquistato nel 1538 dal fratello di Francisco Pizarro, Gonzalo, che stabilì la sua corte a Potosí. A partire dal 1545, con la scoperta dell’argento, la regione visse un’intensa colonizzazione. Gli spagnoli fondarono diverse città: La Plata (oggi Sucre), La Paz, Villa de Oropeza (oggi Cochabamba) e Potosí, che grazie alle miniere del “Cerro Rico” divenne il principale centro economico del Sudamerica. La popolazione indigena, impiegata in condizioni di schiavitù nell’estrazione dell’argento, fu sterminata; secondo alcune fonti, tra il XVI e il XVIII secolo gli indios uccisi dalle severe condizioni di lavoro delle miniere ammontano a circa otto milioni. Per circa due secoli, unita al vicereame del Perù col nome di Audiensia di Charcas, la regione fu una delle colonie spagnole più prospere e popolate. Il declino giunse nel XVIII secolo, in seguito alla crisi dell’attività mineraria; nel 1776 il territorio fu incorporato al vicereame del Rio de la Plata.
La regione conobbe tra la fine del XVIII secolo e gli inizi del XIX diverse rivolte antispagnole. Diventata indipendente nel 1824, dopo la battaglia di Ayacucho, si costituì in repubblica nel 1825 sotto l’egida di Antonio José de Sucre, luogotenente di Simón Bolívar, in omaggio al quale prese il nome. Nel 1826 il congresso di Chuquisaca adottò una Costituzione. Sucre, eletto alla presidenza, nel 1828 fu costretto ad abbandonare il governo e il paese, che sprofondò in uno stato di profonda instabilità politica dovuta al conflitto interno e all’ostilità dei paesi vicini. Dopo un tentativo di confederazione con il Perù (vedi Confederazione peruviano-boliviana, 1836-1839), cui pose fine l’invasione di Argentina e Cile, la Bolivia conobbe governi instabili, alla cui guida si alternarono caudillos autoritari e ostili all’adozione di riforme economiche e politiche. L’oligarchia bianca si adoperò per conservare la struttura ereditata dagli spagnoli, escludendo dal governo del paese la maggioranza indigena. Il periodo successivo fu caratterizzato da frequenti scontri con i paesi vicini, che costarono alla Bolivia la perdita delle coste oceaniche e di ampie porzioni di territorio all’interno.
Due trattati, sottoscritti nel 1866 e nel 1874, sancirono la definizione dei confini con il Cile, ponendo termine alla disputa per il possesso del deserto di Atacama e dei suoi giacimenti di nitrati di sodio e rame. Nel 1879, tuttavia, nel corso di quella che fu chiamata guerra del Pacifico, il Cile occupò il porto di Antofagasta privando la Bolivia, alleatasi con il Perù, di ogni sbocco al mare. Solo nel 1904 un nuovo accordo, pur riconoscendo la sovranità cilena sul litorale boliviano, garantì alla Bolivia il libero accesso al mare. Nello stesso periodo le dispute territoriali con il Brasile si conclusero con la cessione da parte della Bolivia di vasti territori in cambio di irrisori indennizzi economici e territoriali. Negli anni seguenti il paese si trovò ad affrontare problemi analoghi con l’Argentina (con cui raggiunse una mediazione pacifica nel 1925), con il Perù e con il Paraguay. La disputa con il Perù si risolse nel 1930, mentre con il Paraguay venne combattuta, a partire dal 1932, la guerra del Chaco, che costò la vita a oltre 50.000 boliviani e si concluse nel 1938 con la cessione di circa il 75% del territorio conteso al Paraguay. Fin dalla fondazione delle Nazioni Unite, nel 1945, la Bolivia si impegnò affinché venisse accolta la sua richiesta di uno sbocco marittimo, ma il Cile vi si oppose, offrendo in alternativa la costituzione di Arica come porto franco (1953) e trattamenti doganali di favore.
Negli anni Trenta la Bolivia precipitò nel marasma politico. Hernando Siles, eletto nel 1926, fu rovesciato nel 1930, mentre il suo successore Daniel Salamanca, salito al potere l’anno seguente, non ebbe miglior fortuna e fu destituito nel 1934 dal vicepresidente Tejada Sorzano, a sua volta estromesso dal colonnello David Toro. Durante gli anni della dittatura militare la Bolivia riuscì a uscire dalle disperate condizioni in cui versava dopo la pesante recessione coincisa con il conflitto del Chaco. Tuttavia nel 1937 Toro e il suo governo furono rovesciati dal luogotenente colonnello Germán Busch; costui fece dapprima emanare una nuova Costituzione, ma in capo a un anno sospese ogni diritto costituzionale e instaurò una rigida dittatura, finita dopo quattro mesi con la sua morte avvenuta in circostanze misteriose. Il suo successore, il generale Carlos Quintanilla, restaurò la Costituzione. Nel 1940 venne eletto alla presidenza il generale Enrique Peñaranda, il quale, nel 1943, annunciò la partecipazione alla seconda guerra mondiale al fianco degli Alleati. Nel dicembre dello stesso anno Peñaranda fu deposto da un colpo di stato a opera del Movimento nazionalista rivoluzionario (MNR), in cui convivevano istanze nazionaliste, socialiste e fasciste. Molti dei suoi esponenti nutrivano infatti simpatie nei confronti delle potenze dell’Asse, ma il presidente Gualberto Villarroel mantenne buoni rapporti con gli Alleati. Villarroel fu rovesciato e ucciso nel luglio del 1946; il suo corpo fu esposto, appeso a un lampione, nella piazza principale di La Paz. Nel 1947 i conservatori salirono al potere, ma dovettero confrontarsi con l’opposizione dei partiti di destra e di sinistra; nel 1950 il partito Comunista fu dichiarato illegale e nello stesso anno assunse la guida del governo Mamerto Urriolagoitia.
Nel 1951, Víctor Paz Estenssoro, già ministro di Villaroel e leader del MNR, fu eletto alla presidenza del paese. A causa dell’ostilità dell’oligarchia ultraconservatrice (chiamata popolarmente la rosca, cioè “la cricca”) e dei militari, che gli opposero un colpo di stato, Paz Estenssoro poté insediarsi alla presidenza solo nel 1952, sull’onda di una rivolta popolare guidata dal MNR. Rientrato dall’esilio, Paz Estenssoro lanciò un programma politico nazionalista, la cosiddetta “rivoluzione nazionale boliviana”: vennero nazionalizzate le miniere di stagno, fino ad allora in mano a compagnie straniere, venne attuata una riforma agraria che distribuì la terra agli indigeni, venne introdotto il suffragio universale e venne promossa una riforma della scuola. A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, l’economia boliviana accusò la discesa continua del prezzo dello stagno nei mercati mondiali e la crescita dell’inflazione. La crisi economica alimentò scontri continui tra il governo e i movimenti sindacali. Nel 1956 Paz Estenssoro, cui la Costituzione impediva di candidarsi per più mandati consecutivi, affidò la presidenza al suo compagno di partito Hernán Siles Suazo, per riprenderla nel 1960. Nel 1964, nonostante le profonde divisioni che laceravano il MNR, Paz Estenssoro venne nuovamente confermato alla carica presidenziale con il 70% dei voti, ma nello stesso anno fu rovesciato dal colpo di stato militare di René Barrientos Ortuño, appoggiato dagli Stati Uniti.
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