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Bolivia

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Bolivia: bandiera e innoBolivia: bandiera e inno
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7.6

Le dittature militari

Nei due anni seguenti il governo militare cancellò le riforme nazionaliste, riconsegnando l’industria dello stagno, del petrolio e del gas all’oligarchia locale e al capitale straniero. Gli stipendi degli operai vennero dimezzati, mentre vennero aumentati i compensi dei tecnici e dei funzionari. La Compagnia mineraria boliviana (COMIBOL), sottoposta al controllo di consiglieri stranieri, diventò una sorta di “stato nello stato”.

Nel luglio 1966 René Barrientos fu eletto regolarmente alla presidenza, ma dovette comunque cercare l’appoggio dei militari per contrastare l’avanzata dei movimenti di guerriglia, specialmente nelle regioni montane. L’anno seguente infatti il paese assistette al tentativo rivoluzionario di Che Guevara; questi, ferito durante uno scontro a fuoco nei pressi del villaggio di Vallegrande, fu catturato e ucciso dall’esercito nell’ottobre del 1967.

Dopo la scomparsa di Barrientos, morto nella caduta del suo elicottero nel 1969, alla guida del paese si susseguirono una serie di governi, quasi tutti militari e tutti di breve durata. Nel 1971 si consumò definitivamente la crisi del MNR; la corrente di sinistra, guidata da Siles Suazo, fondò infatti il Movimento nazionale rivoluzionario di sinistra (MNRI). Nello stesso anno un ennesimo colpo di stato portò al potere Hugo Banzer, che instaurò nel paese una delle più severe dittature sudamericane: in poco tempo soppresse i sindacati, sospese tutti i diritti civili e inviò l’esercito nelle zone minerarie.

7.7

Il ritorno del governo civile

Nel 1978, cedendo alle pressioni internazionali, Banzer consentì lo svolgimento di nuove elezioni. Dopo una prima votazione, svoltasi in un clima di caos e annullata per frode, nel 1979 venne eletto alla presidenza del paese Hernán Siles Suazo, ma una serie di interventi militari portò al potere il generale Luís García Mesa.

Gli anni Ottanta furono caratterizzati da una grave recessione causata dalla caduta dei prezzi dello stagno, dall’inflazione e dai debiti internazionali lasciati dalla dittatura militare. L’esportazione illegale di cocaina, coltivata soprattutto nella regione del Chaparé, era diventata nel frattempo la principale fonte di ricchezza, spesso controllata direttamente dall’esercito. La restaurazione di Siles Suazo alla presidenza nel 1982 non risolse i problemi del paese. Il suo programma orientato a contrastare l’impoverimento delle classi sociali più svantaggiate si scontrò violentemente con l’oligarchia e con le istituzioni economiche internazionali, soprattutto quando, nel 1984, Siles Suazo decretò la sospensione del pagamento del debito del paese. Nel 1985 tornò al potere Victor Paz Estenssoro. La sua severa politica economica improntata al neoliberismo riuscì a porre freno all’inflazione, ma peggiorò le condizioni delle fasce sociali più basse. I tentativi di ridurre la produzione di coca, sostenuti dall’intervento americano (luglio-novembre 1986), vennero solo parzialmente coronati da successo; Paz Estenssoro riuscì tuttavia a frenare l’inflazione, tanto che la sua politica economica venne presa a modello da altri stati latinoamericani. Nel 1989, grazie all’appoggio del gruppo politico di destra, Azione democratica nazionale (ADN), salì alla presidenza Jaime Paz Zamora.

Nel 1993 fu eletto alla presidenza Gonzalo Sánchez de Lozada, ministro di Paz Estenssoro e autore del programma economico del suo governo. Con il sostegno dell’ala conservatrice del MNR, Sánchez attuò misure di politica economica ancora più severe. L’ampia privatizzazione del settore pubblico, i vigorosi tagli alla previdenza sociale e al sistema educativo, la chiusura di numerose miniere contribuirono a migliorare il bilancio dello stato ma aggravarono la già drammatica condizione economica della popolazione, allargando drasticamente il profondo divario tra ricchi e poveri, e sollevarono un aspro conflitto sociale.

7.8

Crisi economica e sociale

Nelle elezioni del giugno 1997 fu eletto alla presidenza della Repubblica l’ex dittatore Hugo Banzer che, appellandosi al “dialogo nazionale”, offrì agli altri partiti di entrare in un largo governo di coalizione.

Nel 1998 il governo lanciò una campagna contro la coltivazione della coca. Contro il provvedimento si sviluppò la mobilitazione dei coltivatori (cocaleros), ai quali, in cambio della distruzione delle piantagioni, fu offerto solo un modesto indennizzo. Dopo diverse settimane di sciopero e violenti scontri con la polizia, il governo e i cocaleros avviarono delle trattative, senza però giungere a un accordo; a settembre, migliaia di contadini del Chaparé raggiunsero la capitale La Paz dopo tre settimane di marcia per chiedere al governo più equi indennizzi e la smilitarizzazione della regione. (Secondo alcune stime, in Bolivia erano all’epoca dedicati alla produzione della pianta di coca circa 45.000 ettari di terreno; della coca prodotta, circa due terzi venivano trasformati in cocaina.)

Il conflitto tra governo e contadini si protrasse per tutto il 2000, soprattutto nella regione del Chaparé, dove si verificarono violenti scontri che causarono diverse vittime. Infine il governo si impegnò a definire un piano di aiuti economici per la riconversione delle coltivazioni di coca. La grave crisi economica, abbattutasi negli ultimi anni sulle classi più basse della popolazione contadina e urbana boliviana, raggiunse anche la classe media, sempre più pesantemente colpita dai drastici tagli alla spesa pubblica operati dal governo. Nel paese andò così crescendo un forte malcontento e tra la fine del 2000 e gli inizi del 2001 le principali città boliviane furono paralizzate da lunghi scioperi.

7.9

La battaglia del gas

Nell’agosto 2001 il presidente Banzer, gravemente malato, rassegnò le dimissioni e fu sostituito dal vicepresidente Jorge Quiroga Ramírez. Nel 2002 tornò alla presidenza Gonzalo Sánchez de Lozada, scelto dal Congresso dopo aver prevalso nello scrutinio popolare con un ridottissimo margine su Evo Morales, rappresentante dei cocaleros e candidato del Movimento verso il socialismo (MAS).

Per ridurre il disavanzo pubblico e far fronte alla recessione economica, Sánchez impose nel febbraio 2003 un piano di austerità assai gravoso, introducendo una nuova imposta sui redditi e rilanciando un controverso progetto di privatizzazione e di esportazione di gas agli Stati Uniti. Le violente reazioni popolari contro la decisione e l’ammutinamento della polizia provocarono nei giorni seguenti trenta vittime e centinaia di feriti, inducendo infine il presidente ad abbandonare il progetto. Lo scontro si riaccese durante l’estate, provocando a settembre un’ottantina di vittime. Sotto la forte protesta popolare, Sánchez fu infine costretto a dimettersi e a lasciare il paese e venne sostituito dal vicepresidente Carlos Mesa, che formò un nuovo governo.

Dopo pochi mesi di tregua, la battaglia del gas riprese nel 2004, quando il nuovo presidente impose e vinse un referendum che autorizzava il governo a esportare il gas, causando l’esplosione di nuove rivolte in tutto il paese.

Nel gennaio 2005 le principali città boliviane furono bloccate da una straordinaria mobilitazione popolare, che chiese le dimissioni del presidente e del Parlamento e l’elezione di un’Assemblea costituzionale. In maggio, una forte mobilitazione bloccò nuovamente ogni attività in tutto il paese per più di un mese, costringendo infine Mesa a dimettersi agli inizi di giugno. Alla presidenza fu chiamato Eduardo Rodríguez, giudice della Corte suprema, con l’incarico di portare il paese a nuove elezioni.

7.10

Sviluppi recenti

Le elezioni presidenziali del dicembre 2005 registrano la storica vittoria di un indio, il leader dei cocaleros Evo Morales, che viene eletto al primo turno con il 53,7% dei voti, sconfiggendo il candidato conservatore Jorge Fernando Quiroga Ramírez (28,6%); nelle contestuali elezioni politiche il partito di Morales, il Movimento verso il socialismo (MAS), conquista la maggioranza dei seggi del Parlamento boliviano.

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