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Struttura articolo
Dopo che per molte ore i tentativi di spegnimento dell’incendio con acqua furono vani, per una decina di giorni si cercò di arginare il fuoco e le radiazioni facendo cadere da numerosi elicotteri oltre 1800 tonnellate di sabbia e 2000 di piombo. Tuttavia, il calore accumulatosi al di sotto delle macerie fece aumentare l’emissione di materiale radioattivo. Fuoco e radiazioni rientrarono sotto controllo solo quando si procedette a raffreddare il nucleo del reattore con azoto. La “messa in sicurezza” del reattore avvenne mediante la costruzione di un sarcofago di contenimento in cemento armato, struttura a quel tempo progettata in tempi rapidi e solo come misura temporanea, destinata a coprire il reattore per venti-trent’anni al massimo. In effetti, il sarcofago attualmente mostra vari segni di deterioramento e rischia il cedimento, fenomeno cui seguirebbe una nuova emissione radioattiva. Tra i molti progetti avviati per risolvere il problema, di particolare rilevanza fu, nel 1997, lo Shelter Implementation Plan siglato da Russia, Ucraina, paesi del G7 e Unione Europea. L’accordo prevede la realizzazione di un imponente “guscio” capace di contenere le radiazioni per almeno un secolo; tuttavia, le somme stanziate, ancora insufficienti, e le discordanti opinioni in merito al progetto, fanno prevedere che la soluzione del problema non sia imminente. L’esistenza della centrale non cessò immediatamente dopo l’incidente. L’Ucraina necessitava di energia, e gli altri tre reattori continuarono a fornire elettricità ancora per qualche anno; il reattore 2 fu disattivato nel 1991, a seguito di un incendio, e il reattore 1 nel 1996, per effetto di decisioni internazionali; infine, il reattore 3 fu definitivamente dismesso il 15 dicembre 2000 con una cerimonia ufficiale.
I primi effetti del disastro si ebbero sui circa 400 vigili del fuoco e tecnici del reattore che per primi intervennero per estinguere l’incendio, privi di specifiche protezioni contro la radioattività e probabilmente non del tutto consapevoli dei rischi connessi all’esposizione alle radiazioni: 31 di essi morirono entro due settimane per sindrome acuta da radiazione, ma gran parte delle informazioni su quei decessi furono dichiarate “segreto militare” e non comunicate alla popolazione. Anche i 15.000 abitanti di Pripyat’, che accusarono disturbi respiratori e cardiaci, furono ricoverati in ospedale ma rapidamente dimessi senza rilevare la dose di radiazione da essi assorbita. I documenti ufficiali sugli eventi furono resi noti solo nel 1991. Fino al 1989 circa 800.000 persone (militari e civili provenienti dai paesi colpiti) lavorarono nel luogo dell’esplosione come “liquidatori”, muniti solo di stivali di gomma, mascherina e badili, con il compito di raccogliere le macerie e permettere la successiva copertura con il sarcofago di cemento. Al momento dell’incidente al reattore, i civili non vennero immediatamente avvertiti dell’incidente. Solo dopo 36 ore dall’esplosione fu decisa la completa evacuazione della popolazione di Pripyat’, città che da allora è rimasta disabitata e oggi appare come una città fantasma. In una decina di giorni furono allontanati i circa 116.000 abitanti che vivevano entro 30 km da Černobyl, area che fu dichiarata “zona di esclusione”: ancora oggi la zona è interdetta, ma poche decine di anziani vi hanno fatto ritorno e vi sopravvivono coltivando pochi prodotti orticoli. La nube radioattiva, contenente cesio 134, xeno 135 e iodio 131, fu spinta dai venti verso la Bielorussia, coprendone quasi un terzo del territorio, quindi verso l’Europa; si estese anche verso il Giappone e gli Stati Uniti. La ricaduta delle particelle radioattive al suolo (il cosiddetto fall-out) contaminò l’ambiente con conseguenze variabili. In prossimità del reattore una pineta si trasformò in una “foresta rossa”: gli alberi morirono assumendo tale colorazione, mentre altre specie arboree, come le betulle, sopravvissero; tuttavia, sono state osservate diverse piante con evidenti malformazioni. Nel 1986 in Lapponia si dovettero abbattere migliaia di renne che si erano nutrite di licheni, organismi capaci di concentrare la radioattività. Anche i funghi hanno questa capacità: nel 1999, a distanza di 45 km dalla centrale, si registrò in alcuni funghi un tasso di cesio 137 che superava di 300 volte la concentrazione di 600 bequerel/kg (limite stabilito dall’Unione Europea per i funghi destinati al consumo). Nell’area della centrale, inoltre, si è rilevata la comparsa di mutazioni negli animali con frequenza superiore alla norma: ad esempio, nel 1997 si è osservato un netto incremento di rondini albine (fenomeno normalmente assai raro). Attualmente si registra un ripopolamento dell’area da parte della fauna selvatica, facilitato certamente dalla scarsa presenza umana. Le conseguenze a lungo termine su flora e fauna si dovranno valutare nell’arco dei futuri decenni.
Molto controverso è il computo di quante persone siano effettivamente decedute per cause riconducibili alla contaminazione da radiazioni. Le agenzie governative dei tre paesi colpiti (Russia, Bielorussia e Ucraina) dichiarano a tutt’oggi il decesso di 25.000 liquidatori, soprattutto per tumore alla tiroide, leucemia, tumore della vescica, mentre le associazioni dei familiari segnalano cifre significativamente più elevate. Nel settembre 2005 ha sollevato polemiche il rapporto ufficiale del Černobyl Forum, in cui si sono riunite otto agenzie dell’ONU e i rappresentanti governativi di Ucraina, Bielorussia e Russia. Il rapporto dichiara che, in totale, le vittime potrebbero ammontare a 4000, mentre i decessi già avvenuti sarebbero meno di 50; solo nove bambini colpiti da tumore alla tiroide sarebbero deceduti. La relazione conclude che, dopo vent’anni, non si registrano più gli effetti della radioattività e che i problemi sanitari attuali sarebbero causati soprattutto dalla povertà. Secondo l’associazione ecologista Greenpeace le cifre sono molto più elevate, e ammonterebbero ad almeno 67.000 decessi. L’Accademia delle Scienze russa valuta che nella sola Bielorussia i malati di tumore correlato alla radioattività sarebbero attualmente 270.000, dei quali oltre 90.000 destinati a un esito infausto. Le indagini mediche rilevano che, di fatto, oggi molti bambini delle regioni meridionali della Bielorussia manifestano disturbi come insufficienza renale, cardiopatie, depressione del sistema immunitario, disturbi della vista, in percentuale più elevata di quanto avviene nei paesi limitrofi; i bambini invalidi sarebbero aumentati di oltre il 20% nell’ultimo decennio e il 25% di essi non è in grado di affrontare l’educazione fisica scolastica per debolezza e miopatie. Gruppi di bambini bielorussi contaminati dal cesio (i “bambini di Černobyl”) vengono ospitati periodicamente in altri paesi (Italia compresa) nei quali, oltre a sottoporsi a terapie mediche e a un regime alimentare difficilmente attuabili in patria, possono “depurarsi” eliminando con le urine l’elemento radioattivo.
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