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Impero Moghul Impero turco-musulmano che regnò in India per oltre trecento anni, dal 1526 al 1857, con la sola interruzione del breve interregno dei sultani Sur (1540-1555). Fu il risultato dell’espansione dell’impero mongolo in India nel corso del XV secolo, quando la sua autorità si sostituì a quella dei principi indù e si mantenne fino all’inizio del XVIII secolo. Durante questo periodo prese forma una nuova formula di stato, fondata sulla tolleranza religiosa e su una certa uguaglianza fiscale che facilitò l’apertura dell’India al resto del mondo e in particolare alle conquiste coloniali europee.
Nel corso del XV secolo l’impero mongolo era stato progressivamente ridotto dall’avanzata dell’impero cinese a oriente e della Persia a occidente. Fu Babur, discendente di Tamerlano e fondatore della dinastia Moghul, incoronato sovrano del principato di Fergana a soli dodici anni, a riprendere la politica di conquista e a sottomettere nell’arco di pochi anni un vasto territorio che si estendeva dall’odierno Uzbekistan fino all’India. La vittoria di Babur nel 1526 sul sultano Ibrahim Lodi, nella battaglia di Panipat, e la conquista del sultanato di Delhi, segnano per tradizione l’inizio dell’impero Moghul. Costantemente in guerra, Babur concesse i territori conquistati ai suoi più fedeli sudditi, come Terdi-Beg-Kaskhar, e pose la capitale del regno ad Agra; alla sua morte, nel 1530, l’impero Moghul si era imposto su tutti i regni circostanti e aveva sottomesso gli afghani. Il figlio di Babur, Humayun, fu destituito dal capo afghano Sher Khan Sur ed esiliato prima in Persia e in seguito a Kabul, da dove, quindici anni dopo, partì alla riconquista dell’Indostan (1556). Fu soprattutto suo figlio Akbar a dare nuovo lustro all’impero. Salito al trono nel 1556, dopo aver sconfitto i ribelli indù a Panipat, Akbar riconquistò l’insieme dei territori sottomessi dal suo antenato Babur ed estese l’impero fino al golfo del Bengala e all’altipiano del Deccan: il regno di Vijayanagr fu l’ultimo bastione indù a cadere nel 1565, mentre Akbar riusciva anche a reprimere le rivolte degli uzbeki e degli afghani. Così alla fine del XVI secolo, una potenza politica nuova si era stabilita in India, spazzando via la moltitudine di principati e sultanati indù lì stabilitisi. L’economia di questo immenso impero poggiava essenzialmente sulla coltivazione di cereali, grano e riso e sull’allevamento equino, ovino e bovino. Inoltre, al loro arrivo, i Moguhl trovarono una vasta rete di commercio con l’impero cinese e soprattutto con l’Europa: i portoghesi avevano, dalla fine del XV secolo, insediato sulle coste indiane numerosi avamposti coloniali dai quali transitavano spezie e pietre preziose. L’impero d’Akbar era dunque un crogiolo di influenze e il suo regno si caratterizzò per una civiltà composita ed estremamente brillante: furono incoraggiate la letteratura, l’architettura e l’istruzione e fu respinto ogni integralismo religioso. Akbar abrogò l’imposta per gli infedeli e proibì, per rispetto verso gli indù, l’uso della carne bovina; impose nuove regole sulle abitudini matrimoniali, autorizzò il consumo del vino e instaurò una forma orientale di dispotismo illuminato. Tuttavia la sua tolleranza permise lo sviluppo di nuove correnti religiose mistiche, la cui virulenza si rivelò dopo la sua morte e rappresentò una delle ragioni del declino dell’impero Moghul.
Alla scomparsa di Akbar, Jahangir (1605-1627) e Shah Jahan (1628-1658), proseguirono l’opera di espansione dell’impero, conquistando i sultanati a sud del Deccan, ma abbandonarono la politica di tolleranza religiosa. Musulmani integralisti, repressero con violenza le rivolte dei sikh e dei marathi e iniziarono a perseguitare anche i gesuiti al di fuori delle colonie europee. Le gravi carestie che si susseguirono durante tutto il XVII secolo, ebbero devastanti effetti sull’economia e sulla popolazione indiana, tanto che i sovrani dovettero cedere sempre maggiore autorità ai sultani delle province, la cui carica divenne ereditaria. Lo stato moderno costruito da Akbar divenne un territorio composito di principati più o meno anarchici. Nel 1658 Aurangzeb succedette a Shah Jahan e con lui l’impero raggiunse la massima estensione territoriale, comprendendo (1707) quasi tutto il subcontinente indiano. Tuttavia, già agli inizi del XVIII secolo si manifestarono i sintomi della crisi destinata a determinare il crollo dell’impero. Le sconfitte subite nel Deccan a opera dei marathi, le numerose ribellioni contro l’autorità centrale scoppiate nell’India settentrionale, le rivendicazioni nazionalistiche nel Punjab e le ribellioni dei gruppi sikh furono i primi segnali di decadenza. L’intransigenza religiosa di Aurangzeb accentuò questi fattori di crisi che i suoi successori non furono in grado di risolvere. Diviso all’interno e minacciato dall’aggressivo colonialismo inglese, l’impero crollò definitivamente nel 1858, quando gli inglesi destituirono l’ultimo Gran Mogol, Bahadur Shah II. L’epoca dei Moghul fu un’età di grande fioritura dell’arte indiana; le maggiori realizzazioni si ebbero nell’architettura, nella decorazione dei manoscritti e nella pittura. Il più prestigioso esempio dell’architettura Moghul è rappresentato dal Taj Mahal, fatto costruire da Shah Jahan; vanno menzionati anche i Forti di Agra e di Delhi, la Grande Moschea di Fatehpur Sikri e le tombe di Akbar e Humayun. Vedi anche Arte Moghul.
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