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Introduzione; Dalle origini all’Illuminismo; L’Ottocento; Il Novecento; La letteratura contemporanea
Durante il regno dello zar Pietro I il Grande, che nel 1713 trasferì la capitale a San Pietroburgo, l’isolamento culturale terminò e agli scrittori russi si presentò il problema di come adattare alla propria realtà i temi, le forme e le convenzioni dei movimenti letterari occidentali. Inizialmente i letterati si limitarono a imitare pedissequamente il verso sillabico francese, ma col tempo compresero come questo fosse inadatto alla loro lingua e la prosodia russa adottò un sistema metrico fondato sull’accento tonico, che è quello su cui si basa ancora oggi gran parte della lirica russa. Parallelamente venne elaborata una lingua letteraria nuova, distinta dallo slavo ecclesiastico. In questa doppia elaborazione ebbe un ruolo fondamentale lo scienziato, poeta e linguista Michail Vasil’evič Lomonosov, autore anche di una Grammatica russa (1757). La crescente indipendenza della letteratura russa dai modelli stranieri è attestata soprattutto dall’opera di due scrittori del tardo Settecento: il drammaturgo Denis Fonvizin (1744 ca.-1792), autore delle commedie Il minorenne (1782) e Il brigadiere (1786), e il poeta Gavriil Romanovič Deržavin (1743-1816). L’Illuminismo russo, legato principalmente alle esperienze francesi, è rappresentato, oltre che da Lomonosov, dai numerosi letterati attivi nei primi anni del regno di Caterina II, scrittrice lei stessa. Dopo la Rivoluzione francese, tuttavia, Caterina abbandonò in gran parte il suo ruolo di mecenate e molti intellettuali del tempo furono ridotti al silenzio e arrestati. Una sorte simile subì Alexandr Nikolaevič Radiščev (1749-1802): autore del Viaggio da Pietroburgo a Mosca (1790), in cui denunciò eloquentemente le ingiustizie subite da coloro che erano soggetti alla servitù della gleba, nel 1790 Radiščev fu esiliato in Siberia per dieci anni. Questo contrasto fra stato e intellettuali si protrasse anche nel corso dell’Ottocento, il periodo di maggior splendore della letteratura russa.
Tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento Nikolaj Michajlovič Karamzin (1766-1826) continuò, sia nell’ambito della prosa sia in quello della lirica, la ricerca linguistica iniziata da Lomonosov, basandosi sostanzialmente sui modelli del francese, che già con Caterina era diventata la lingua di corte. Si posero così le basi dei grandi sviluppi che la letteratura russa avrebbe avuto con l’opera di Aleksandr Sergeevič Puškin, creatore di una nuova sintesi linguistica ancora oggi attuale. Uomo di vasta cultura, profondamente influenzato dall’ordine e dall’armonia del classicismo francese, Puškin visse la sua piena maturità poetica con il romanticismo per approdare in seguito, nelle ultime opere, a forme che anticipavano il grande realismo russo della seconda metà del secolo. Puškin rappresentò per il pubblico del tempo l’immagine del poeta sensibile e coraggioso, consacrato alla verità dell’arte e ai bisogni del suo popolo. La sua ricca produzione lirica mostra la capacità di affrontare, grazie al saldo equilibrio della sua formazione classica, le più diverse esperienze stilistiche, mentre l’intensità drammatica della tragedia storica Boris Godunov (1831) lo avvicina ai vertici espressivi raggiunti da Shakespeare. Il suo capolavoro è Eugenio Onegin (1823-1831), romanzo in versi dove la narrazione, interrotta da divagazioni liriche, descrizioni romantiche della natura, commenti sulla società e osservazioni sulla natura della poesia, narra le vicende di un giovane ricco ed egocentrico travolto dalle fatali conseguenze del suo cinismo. L’arguzia irriverente e il fervente amore della libertà furono per Puškin motivo di contrasto con il regime dello zar Nicola I, che si occupò personalmente della censura delle sue opere. Dopo la sua morte, Puškin fu rimpianto da molti come il più grande poeta russo, giudizio tuttora condiviso. I contemporanei di Puškin di maggiore talento furono due autori che scrissero in versi: il brillante favolista Ivan Andreevič Krylov (1768-1844) e il drammaturgo Aleksandr Sergeevič Griboedov (1795-1829), autore della commedia a sfondo sociale Che disgrazia l’ingegno! (1825). Dopo Puškin, la poesia e la prosa russa ebbero un altro momento di grandezza nella breve e tormentata esistenza di Michail Jurevič Lermontov, la voce più autentica di un certo tipo di romanticismo. Con le sue descrizioni cupe e intense, Lermontov diede un’interpretazione efficace e profonda di quel senso di smarrimento che caratterizzava la vita e le opere del suo modello letterario, il poeta inglese George Byron. L’opera più nota di Lermontov, il romanzo Un eroe del nostro tempo (1840), è un’analisi penetrante della vita e dei valori di un eroe ribelle e solitario. I poeti Afanasij Afanas’evič Fet (1820-1892) e Fëdor Ivanovič Tjutčev (1803-1873) furono le uniche eccezioni al crescente interesse dei letterati russi per la prosa. Romanzo, novella, racconto e dramma in prosa furono le forme preferite dagli scrittori nel periodo compreso tra il 1840 e il 1880. Pur nella varietà degli stili elaborati dai realisti russi, le loro opere hanno in comune alcuni elementi: la scelta di soggetti tratti dalla quotidianità; l’aspirazione a una rappresentazione autentica dell’esperienza umana; la concezione dell’opera d’arte come strumento di indagine della realtà. Ma le tensioni di una società perennemente in crisi non potevano non assumere un peso determinante nella coscienza di scrittori sensibili ai problemi dell’ingiustizia sociale e al disordine morale della realtà russa. Essi subirono la repressione della censura e le fastidiose pressioni dei critici letterari più radicali, che tentarono insistentemente di persuaderli a diffondere con il loro mezzo di espressione gli urgenti programmi di cambiamento sociale. Ciascuno dei grandi scrittori di questo periodo si adattò in modo diverso alla situazione, ma tutti condivisero l’idea che l’arte non potesse né chiudersi in se stessa, allontanandosi dalla realtà, né diventare un’arma sociale nelle mani di autorità extraletterarie. Il rigore morale degli scrittori garantì l’autonomia e l’integrità della letteratura russa nella sua stagione di maggior splendore.
Il romanziere e drammaturgo Nikolaj Vasil’evič Gogol’, il primo grande prosatore russo, espresse nelle sue opere l’intento satirico e al tempo stesso educativo nei confronti dei costumi della società contemporanea, attraverso una forma di comicità eccentrica e inventiva, raramente eguagliata nella letteratura mondiale. La ricchezza di dettagli grotteschi con la quale descrisse l’avidità, l’indolenza, la corruzione e la miseria dei suoi compatrioti trovò l’espressione più alta nel racconto Il cappotto (1842) e nel suo capolavoro teatrale L’ispettore generale (1836). La sua opera più importante, il romanzo Le anime morte (1842), è il racconto di un truffatore che compra per poco denaro “anime morte” (servi della gleba biologicamente morti ma legalmente vivi) per poi specularci sopra; le sue transazioni lo conducono attraverso un immenso paesaggio fatto di disordine morale, assurda pomposità e meschina avidità. La narrativa russa raggiunse il suo apogeo nei tre decenni che seguirono la morte di Gogol’ nel 1852. Il principale esponente della fase centrale del realismo fu il romanziere e narratore Ivan Sergeevič Turgenev, colto uomo di lettere. Grazie all’amicizia con i maggiori artisti e intellettuali europei, egli favorì l’assimilazione della cultura occidentale in Russia. I romanzi migliori di Turgenev sono costruiti attorno a un compatto nucleo drammatico, che consiste nella ricerca da parte del protagonista della felicità, dell’amore e dell’appagamento in lavori di responsabilità; a impedire la realizzazione di tali aspirazioni è un difetto caratteriale del protagonista, ma la sconfitta è resa più universale e profonda dal senso del passaggio distruttivo del tempo. In Padri e figli (1862), il migliore romanzo di Turgenev, l’eroe è un giovane radicale (“nichilista” è il termine utilizzato dall’autore) le cui opinioni dottrinali si dimostrano inadeguate ai suoi bisogni emozionali. Con un travisamento delle reali intenzioni di Turgenev, il romanzo fu interpretato come un attacco ai riformatori radicali del tempo. Lev Tolstoj, uomo di vasti interessi e profondo conoscitore della cultura europea, fu romanziere, filosofo morale e riformatore sociale. Nel suo romanzo realistico Guerra e pace (1865-1869), epica narrazione dell’invasione napoleonica della Russia nel 1812 (vedi Guerre napoleoniche), la natura e il significato della storia e della condizione umana costituiscono la tematica centrale dell’opera. Maggiore risalto rispetto al panorama storico hanno le vicende di varie famiglie russe, i cui complessi destini sembrano indicare tutte le possibilità dell’esistenza umana. In Anna Karenina (1875-1877) Tolstoj ideò una doppia narrazione, mettendo in scena soluzioni opposte ai problemi che riguardano i costumi sociali e la vita familiare. Uno dei fili conduttori della narrazione è la tragica storia di un adulterio, tra le più intense della letteratura mondiale; forte è pure una certa componente autobiografica nella rappresentazione della ricerca dell’armonizzazione dei temi fondamentali della vita: l’amore, la famiglia, il lavoro, la natura e la religione. Negli ultimi anni di vita, Tolstoj impiegò le sue immense energie soprattutto nel ruolo di critico sociale e profeta del nuovo ordine, ma di tanto in tanto tornò alla letteratura, come in Resurrezione (1889-1899), il suo ultimo lungo romanzo. I critici parlano spesso della razionalità e della normalità “solare” della rappresentazione tolstojana della vita. Il romanziere Fëdor Michailovič Dostoevskij, al contrario, si occupò dell’irrazionale ed esplorò le profondità dell’esperienza interiore, concentrandosi su comportamenti umani estremi quali il crimine, la ribellione, la blasfemia. In Delitto e castigo (1866) un giovane convinto che l’uomo superiore goda di assoluta libertà commette un omicidio e, dopo terribile sofferenza, si riconcilia con un mondo imperfetto e si avvicina ai principi cristiani. Nell’Idiota (1868-69), il principe Myškin, personaggio assolutamente puro, penetra nella violenza della vita russa mostrando la sua inadeguatezza, di uomo e di santo, ad affrontare in termini terreni le passioni distruttive che lo circondano. I demoni (1870-72) è un attacco a tutte le sette e le fazioni del movimento radicale in Russia, ma nella figura centrale di Stavrogin va oltre l’attualità, per indagare i confini della conoscenza umana del bene e del male. La storia dei Fratelli Karamazov (1879-1880) presenta un ritratto composito della famiglia umana tratteggiando le figure di tre fratelli: Ivan, un intellettuale che si ribella alla legge divina; Dmitrij, posseduto dalle passioni terrene; e Alëša, modello di altruismo cristiano. Dostoevskij morì nel 1881, Turgenev nel 1883 e negli stessi anni Tolstoj annunciò il suo ritiro dalla letteratura. Anche se furono questi tre scrittori a dominare la grande età della letteratura russa, altri meno famosi composero opere importanti. Il romanziere Ivan Aleksandrovič Gončarov sintetizzò in Oblomov (1859) un’acuta osservazione della realtà sociale ed elementi pastorali e mitici. In Storia di una città (1869-70), Ščedrin (pseudonimo di Michail Evgrafovič Saltykov; 1826-1889) offrì una rappresentazione satirica della società russa e in I signori Golovlëv (1876) descrisse la decadenza morale di una famiglia della piccola nobiltà terriera, rovesciando i modelli e i valori della visione pastorale celebrata da Turgenev, Tolstoj e altri. In Cronaca di famiglia (1846-1856), Sergej Timofeevič Aksakov (1791-1859) descrisse la vita familiare di una famiglia di latifondisti, influenzando numerosi scrittori successivi. Il romanziere e autore di racconti Nikolaj Semënovič Leskov esplorò altri aspetti della società e della mentalità russe: i mercanti, il popolo e l’immaginazione popolare nei racconti Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk (1866) e Il viaggiatore incantato (1873). Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij inaugurò un repertorio teatrale nazionale con opere come L’uragano (1860) e altri drammi sulla vita borghese.
La corrente del realismo sociale, che si era affermata con Turgenev e Tolstoj, continuò a svilupparsi negli ultimi due decenni del XIX secolo e, pur perdendo in parte il suo vigore, proseguì anche nei primi decenni del Novecento. Nell’opera in prosa del drammaturgo e narratore Anton Pavlovič Čechov il realismo divenne un raffinato strumento per riprodurre il tono colloquiale e la trama dell’esistenza comune. Diffidando delle astrazioni, delle dottrine e delle preoccupazioni religiose e metafisiche che avevano caratterizzato la precedente generazione di scrittori, Čechov si dedicò all’esplorazione di singole esistenze in uno stile elegante e controllato e in un linguaggio allusivo, sempre esatto nella formulazione. Tale analisi assume spesso la forma della scoperta da parte del protagonista del vuoto incolmabile che esiste fra le sue aspirazioni e la sua reale condizione, o fra l’immagine che egli ha di se stesso e quella che di lui hanno gli altri. Banalità, trivialità, solitudine e mancanza d’amore ricorrono costantemente nelle esistenze dei personaggi cechoviani, suscitando pietà, ironia o disgusto nell’implicito giudizio morale del loro creatore. La tensione drammatica in Il gabbiano (1896), Zio Vanja (1899), Le tre sorelle (1901) e Il giardino dei ciliegi (1904) nasce dall’inazione dei personaggi, dai loro desideri inespressi o dal loro sentimento di insoddisfazione riguardo alla vita. Altri scrittori russi del tardo Ottocento furono impegnati in un complesso movimento di ribellione nei confronti delle convinzioni estetiche e delle pratiche letterarie che si erano affermate nel grande periodo appena trascorso. In questo movimento la poesia prese il posto della prosa, l’intuizione il posto della ragione. Le convinzioni trascendentali sulla natura della realtà subentrarono all’idea dei romanzieri realisti che l’esperienza potesse essere conosciuta dalla ragione, sulla base delle informazioni fornite dai sensi, ed espressa attraverso lo strumento di una prosa chiara e analitica. La società e le questioni sociali cessarono di essere l’ambito privilegiato dell’indagine e vennero sostituite da una riflessione sugli eterni problemi dell’esistenza, dai timori, talvolta di origine mistica, originati nelle più misteriose profondità della coscienza. Questo movimento attinse i suoi motivi dal revival di idee e atteggiamenti romantici che si manifestò nelle letterature occidentali (soprattutto il simbolismo francese), realizzando, tuttavia, una sintesi originalissima del materiale preso a prestito e producendo una grande varietà di idee e di talenti. Gli autori più rappresentativi di questa tendenza furono Vladimir Sergeevič Solov’ëv, Vjačeslav Ivanovič Ivanov (1866-1949) e Vasilij Vasil’evič Rozanov (1856-1919).
Molti scrittori che operarono a cavallo del secolo dedicarono le loro energie intellettuali alla poesia, che trovò le sue espressioni migliori nelle opere di Aleksandr Blok, Valerij Jakovlevič Brjusov (1873-1924), Konstantin Dmitrevič Bal’mont (1867-1943), Andrej Belyj (1880-1934) e Zinaida Nikolaevna Gippius (1869-1945). Brjusov, in particolare, fu il maggior precursore del simbolismo russo e soprattutto fu colui che fece conoscere agli intellettuali russi i simbolisti francesi. Tra le sue opere, che crearono molto scandalo perché dominate da un forte egocentrismo e da un marcato erotismo, si citano Chefs d’oevre (1895), Tertia vigilia (1900), Urbi et orbi (1901) e Tutte le melodie (1909). Il più grande di tutti i simbolisti fu Blok, la cui immaginazione, liberata dalle pastoie della moralità sociale e della visione scientifica, costruì un universo poetico caratterizzato da una gamma e intensità di sentimenti raramente eguagliate nella letteratura mondiale. Attraverso l’uso di un verso vario e vigoroso, egli tradusse il suo vocabolario poetico del cosmico, dell’angelico e del demoniaco nel linguaggio comune delle passioni, delle paure e dei desideri umani. Fu sempre sensibile alle problematiche del suo tempo e, immediatamente dopo la Rivoluzione bolscevica, produsse uno dei suoi poemi migliori, I dodici (1918), vivace racconto delle avventure di un drappello delle guardie rosse che, come rivelano gli ultimi versi, è guidato nel suo cammino da Cristo stesso. I simbolisti composero anche opere in prosa, ma affermarono la necessità di modificare le caratteristiche tradizionali del romanzo. Nel romanzo Il demone meschino (1907) e nei numerosi racconti, Fëdor Sologub (1863-1927) indagò l’azione delle forze sovrannaturali che operano dietro l’apparenza della vita comune. Pietroburgo (1912) di Andrej Belyj, straordinaria opera in prosa del movimento simbolista, è un esperimento radicale nel trattamento della dimensione spazio-temporale e della voce narrante, paragonabile alle tecniche sviluppate nel romanzo moderno occidentale. Vi furono anche autori, come il narratore e drammaturgo Leonid Nikolaevič Andreev e il romanziere e autore di racconti Aleksandr Ivanovič Kuprin (1870-1938), che operarono in completa autonomia rispetto alle scuole del tempo, producendo opere di grande pregio. Il poeta e romanziere Ivan Alekseevič Bunin, il primo scrittore russo a ricevere il premio Nobel per la letteratura (1933), produsse soprattutto, come molti suoi contemporanei, brevi opere in prosa. Le sue storie poetiche sull’ultima generazione della nobiltà di campagna sono caratterizzate da un’ironia psicologica mordace e da una sentimentale e ossessionante nostalgia per un modello di vita ormai tramontato. Romanziere, drammaturgo e saggista, Maksim Gor’kij realizzò un’ineguagliabile sintesi letteraria tra dati autobiografici (l’esperienza giovanile di vagabondo nella regione del Volga e la seppur saltuaria frequentazione dei movimenti rivoluzionari) e personale formazione culturale (la lezione tolstojana e čechoviana). In Occidente è conosciuto soprattutto per i suoi racconti, la sua autobiografia in tre volumi, il dramma sui diseredati I bassifondi (1902) e i suoi toccanti ricordi di Tolstoj, Čechov e Andreev. I critici sovietici sottolinearono l’importanza delle sue opere a carattere politico, come il romanzo rivoluzionario La madre (1907) e il ciclo narrativo contro l’intellighenzia Klim Samgin (1927-1936), celebrandolo come il fondatore del movimento letterario del realismo socialista.
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