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Introduzione; Dalle origini all’Illuminismo; L’Ottocento; Il Novecento; La letteratura contemporanea
La fondazione dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche fu seguita da un periodo di relativa distensione, durante il quale molti scrittori e critici ritennero che il loro compito fondamentale fosse la creazione di forme letterarie adatte alla nuova era. Una scuola di pensiero che si sviluppò negli anni Venti sotto varie etichette – fra le quali Proletkult (“cultura proletaria”), REF (Fronte rivoluzionario) e LEF (Fronte di sinistra delle arti) – affermò che una nuova cultura proletaria avrebbe sostituito tutte le vecchie forme e, al fine di accelerare tale processo, lottò per ottenere il controllo su tutta la produzione letteraria. Gli scrittori futuristi, guidati dal poeta Vladimir Vladimirovič Majakovskij, proposero un drastico cambiamento delle forme, delle immagini letterarie e della struttura stessa del linguaggio, mentre un gruppo più conservatore, i “fratelli di Serapione”, rimase fedele alla tradizione classica russa insistendo, in particolare, sul principio dell’autonomia della letteratura. Il diffuso clima di sperimentazione e di fermento raggiunse l’apice nell’opera di Majakovskij. Maestro della declamazione iperbolica e di un nuovo linguaggio volgare e provocatorio, egli fu portavoce delle nuove energie liberate dalla rivoluzione. La sua migliore produzione teatrale e poetica è caratterizzata da un impetuoso senso dell’umorismo, da una satira mordace e da spontanee dichiarazioni di lealtà al regime sovietico. Tuttavia, in molte delle sue prime opere in versi, perfino negli eccessi del famoso poema La nuvola in calzoni (1914), traspare un’inquietudine destinata a un tragico epilogo: Majakovskij si suicidò nel 1930, lasciando un biglietto e un ultimo poema, A piena voce, che indicano come la contraddizione fra le istanze della sua vita pubblica e quelle della sua vita privata si fosse fatta insolubile. Sebbene nella nuova atmosfera proletaria non vi fosse spazio per il raffinato intellettualismo prerivoluzionario, vi furono scrittori che raccolsero l’eredità della grande cultura letteraria del passato recente. Boris Leonidovič Pasternak esplorò le forme della percezione in versi lirici e narrativi di grande ricchezza metaforica. Anna Achmatova e Osip Emil’evič Mandel’štam, entrambi associati al gruppo prerivoluzionario dell’acmeismo, raggiunsero la maturità artistica durante il regime sovietico, che fu per loro causa di gravi difficoltà. Anna Achmatova rimase in silenzio tra i primi anni Venti e il periodo della guerra, e fu espulsa dall’Unione degli scrittori sovietici nel 1946. Mandel’štam fu arrestato negli anni Trenta e morì in un campo di concentramento in Siberia durante la seconda guerra mondiale. Marina Cvetaeva, poetessa straordinariamente originale, tornò nel 1939 dall’esilio a Parigi, ma si suicidò nel 1941. La narrativa sovietica, nel primo periodo, risentì in parte delle difficoltà incontrate dagli scrittori nel descrivere la rivoluzione e la successiva guerra civile. Questi eventi – segnati dallo sconvolgimento della vita pubblica e privata, dal collasso delle istituzioni e dall’implacabile ostilità fra le due metà della nazione in lotta – sembravano eccedere i limiti dell’ordine richiesto dalle forme letterarie. In uno dei romanzi più famosi di questo periodo, Čapaev (1923), Dmitrij Furmanov (1891-1926) riporta eventi personali e storici, mostrando come questi siano stati governati dalla logica politica e militare. L’insieme di realismo e didatticismo politico divenne il tratto dominante nella narrativa sovietica; Čapaev fu celebrato come uno dei primi autentici documenti del realismo sovietico, che esigeva la rappresentazione dei rapporti umani soprattutto nel loro aspetto politico e che divenne dottrina ufficiale dell’Unione Sovietica a partire dal 1934. All’estremità opposta del panorama letterario si situa la precisione formale dei racconti di Isaak Babel’, raccolti nel libro L’armata a cavallo (1926). Ogni evento tratto dal diario dell’autore diventa una storia perfetta che racconta, senza moralismi, le ironiche discrepanze e le tragiche associazioni di persone ed eventi tipiche di una guerra civile, ma con una particolare attenzione ai più vasti problemi umani della violenza, del tradimento, dell’amore e della morte. Una serie di altri romanzi si colloca fra questi due estremi del panorama letterario, mostrando livelli diversi di originalità e di capacità di risolvere i problemi sociali ed estetici del tempo. Fra questi, meritano menzione Le città e gli anni (1924) di Konstantin Aleksandrovič Fedin (1892-1977), I tassi (1924) di Leonid Maksimovič Leonov (1899-1994) e La disfatta (1927) di Aleksandr Aleksandrovič Fadeev. I romanzi scritti nell’immediato dopoguerra, il periodo della nuova politica economica, furono relativamente pochi, ma la rinascita del commercio privato creò un’atmosfera particolarmente vulnerabile alla satira. La strana commistione di zelo rivoluzionario e speculazione commerciale fu sfruttata in diversi romanzi e racconti di Valentin Petrovič Kataev (1897-1986), Michail Zoščcenko (1895-1958), Il’ja Arnol’davič Ilf (1897-1937) e Evgenij Petrovič Petrov (1903-1942). In un romanzo di Leonov, Il ladro (1927), vengono narrati gli spostamenti di un disilluso soldato dell’Armata Rossa attraverso la confusa realtà degli anni Venti e il labirinto delle proprie colpe, fino alla sua conclusiva riconciliazione con la Russia e la rivoluzione.
Con il primo piano quinquennale (1929) venne meno la tolleranza delle autorità nei confronti di molte forme, riviste e scuole letterarie in competizione tra loro. Un unico apparato amministrativo, l’Associazione russa degli scrittori proletari (RAPP), assunse il controllo politico dell’intera attività letteraria, in conformità con le politiche del Partito comunista. Severi giudizi politici sostituirono il consueto dibattito letterario e forti pressioni furono esercitate sugli scrittori per indurli a conformarsi alle nuove regole. Ne risultarono opere piuttosto mediocri, ambientate generalmente in un nuovo centro industriale o in un villaggio, i cui abitanti, pur diffidando della collettivizzazione, vengono persuasi ad accettarla da militanti di partito molto determinati. Gli scrittori migliori tentarono di operare all’interno di queste formule: il romanziere Michail Aleksandrovič Šolochov fornì il resoconto più convincente della crisi agricola nel romanzo Terre dissodate (1932-1959). La RAPP fu sciolta nel 1932 e sostituita dall’Unione degli scrittori sovietici, il cui primo congresso, tenutosi nel 1934, sembrò inaugurare una nuova era di liberalità. Tuttavia, nel discorso principale, il membro del Politburo, Andreij Aleksandrovič Ždanov, definì il realismo socialista la nuova dottrina letteraria. Di fatto, il controllo sull’immaginario letterario russo continuò fino al crollo del sistema comunista. Due romanzieri si distinsero nel mediocre panorama generale degli anni 1934-1939: Leonov, autore di La strada verso l’oceano (1935), e Šolochov, il cui romanzo in quattro volumi Il placido Don (1928-1940), universalmente considerato il capolavoro narrativo dell’epoca sovietica, viola alcuni principi fondamentali delle tendenze letterarie ufficiali. L’opera racconta i confusi vagabondaggi di un cosacco alla ricerca di una verità morale praticabile nel caos della rivoluzione e della guerra civile, e che finisce col farsi coinvolgere da entrambe le fazioni politiche. Escluso per sempre dalle certezze di una vita tradizionale a contatto con la natura, il protagonista, simile a un eroe classico, conclude tragicamente la sua esistenza. Durante la seconda guerra mondiale, gli scrittori diedero il loro contributo allo sforzo bellico sovietico, scrivendo libelli o diventando corrispondenti di guerra. Poco dopo la fine della guerra, nel suo rapporto pubblicato nel 1946 sulle riviste “Zvesda” e “Leningrad”, Ždanov attaccò la tendenza umanistica in atto, propugnando la restaurazione del realismo socialista nella formulazione più radicale fino ad allora elaborata. Da quel momento la letteratura sarebbe stata giudicata unicamente in base al criterio del partiinost, ovvero in base alla sua aderenza alle istanze e ai dettami del partito. Ne seguì il periodo più cupo che la letteratura russa avesse conosciuto da secoli.
Dopo la scomparsa di Stalin, nel 1953, l’inquietudine generale si manifestò sia nel dibattito critico sia nella produzione di romanzi non convenzionali come Il disgelo (1954) di Il’ja Grigor’evič Erenburg e Non si vive di solo pane (1956) di Vladimir Dudincev, che ebbero il merito di mettere in discussione alcuni importanti aspetti della realtà sovietica. Dopo un periodo di dura reazione che portò alla censura del romanzo di Dudincev, si affermò gradualmente un atteggiamento più liberale. Alcuni narratori di talento che più o meno direttamente si ispiravano a Čechov eliminarono o ridussero drasticamente i contenuti politici delle loro opere, per volgere l’attenzione ai drammi della gente comune della loro terra. In campo poetico le figure emergenti furono quelle di Evgenij Evtušenko, distintosi per la schiettezza e l’impegno morale, e Andrej Voznesenskij (1933), che ridiede vitalità alla lingua poetica utilizzando in modo ardito le risorse del ritmo e della metafora. Prima della fine degli anni Ottanta, l’epoca della glasnost (“trasparenza”), gli scrittori russi di maggior talento non poterono pubblicare le loro opere in URSS e dovettero limitarsi a farle circolare in forma di manoscritto o pubblicarle all’estero. La tradizione classica della letteratura russa dimostrò di essere comunque sopravvissuta con il romanzo di Boris Pasternak Il dottor Zivago, pubblicato per la prima volta in Italia nel 1957 e solo nel 1987 in URSS (del 1965 è la celebre versione cinematografica di David Lean). L’opera, storia del viaggio di un individualista solitario attraverso il caos della guerra civile alla ricerca di un’esperienza umana autentica, ripropone molti temi tradizionali dei grandi autori dell’Ottocento e mette in discussione i fondamenti filosofici di una società marxista. Nel 1958 Pasternak ricevette il premio Nobel per la letteratura, ma fu indotto a rifiutarlo in seguito ai pressanti attacchi delle autorità russe. Altri scrittori di talento dovettero ricorrere alla pubblicazione delle loro opere all’estero. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta il critico e studioso Andreij Sinjavskij pubblicò, con lo pseudonimo di Abram Terc, una serie di scritti tra cui: Che cos’è il realismo socialista? (1959), un articolo in cui attaccava con sferzante ironia i fondamenti intellettuali di quella dottrina; una serie di racconti fantastici; due mordaci satire politiche, Entra la corte e Ljubimov; e una raccolta di cupe meditazioni filosofiche nelle quali professava la sua fede nel Dio cristiano. Nel 1966 fu processato e condannato ai lavori forzati insieme a Julij Markovič Daniel (1925-1988) per avere “calunniato” l’Unione Sovietica. Su due fronti si trovò a operare il celebre romanziere Aleksandr Solženicyn. Nel 1962, su intervento personale di Nikita Kruscev, nella rivista “Novyj Mir” fu pubblicato un suo breve romanzo sulla vita in un campo di concentramento, Una giornata di Ivan Denisovič. Ma i suoi due romanzi maggiori, Il primo cerchio (1968) e Divisione cancro (1968-69), furono proibiti in Unione Sovietica e solo in seguito pubblicati in Occidente, seppure, a quanto sembra, contro la sua volontà. La narrativa di Solženicyn riassume la sua vita di veterano di guerra, la lunga prigionia in un campo di concentramento e l’esperienza di malato di cancro. La sua opera è un grido profetico per la moralizzazione della sua nazione, per una svolta verso un “socialismo etico” e per un mondo in cui prevalgano la pura e semplice verità e le norme del vivere civile. Le sue proteste contro la censura, contro la propria espulsione dall’Unione degli scrittori sovietici e contro la pratica di rinchiudere gli intellettuali dissidenti in ospedali psichiatrici fecero da eco allo strenuo impegno sociale della sua narrativa. Solženicyn, che visse negli Stati Uniti fino al ritorno in Russia nel 1994, ricevette il premio Nobel per la letteratura nel 1970, ma questo riconoscimento fu condannato dall’Unione degli scrittori sovietici e dal governo russo. Nel mondo “illegale” della letteratura del periodo poststaliniano furono scritte le opere di Michail Bulgakov, fra le quali lo straordinario romanzo satirico Il maestro e Margherita. Iniziato nel 1928, fu pubblicato in URSS, in una versione decurtata, nel novembre 1966; il testo completo fu pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1967; la versione integrale in russo comparve solo nel 1973. Furono considerate “illegali” anche le opere di altri scrittori e pensatori come il brillante poeta Iosif Brodskij, che, espulso dall’Unione Sovietica nel 1972, si trasferì negli Stati Uniti, dove fu nominato poeta laureato nel 1991. A un altro scrittore dissidente, Valerij Tarsis, fu concesso di trasferirsi in Svizzera nel 1966. I suoi attacchi satirici al regime sovietico trovarono espressione in alcuni romanzi e in Corsia n. 7 (1965), opera basata sulle sue esperienze in un ospedale psichiatrico. Queste opere “illegali” contribuirono a conservare le grandi tradizioni della letteratura russa, finché il crollo del Partito comunista e la dissoluzione dello stato sovietico, nel 1991, inaugurarono una nuova era per gli scrittori russi.
I cambiamenti economici, sociali e politici degli anni immediatamente successivi al crollo del regime sovietico non furono accompagnati da fermenti in campo letterario. La scomparsa della divisione tra letteratura ufficiale e letteratura del dissenso segnò una fase di stallo per la vita letteraria russa, che fu caratterizzata quasi esclusivamente dalla pubblicazione delle opere di autori fino a quel momento censurati, da Bulgakov a Nabokov, dalla Cvetaeva a Šmelëv, da Pasternak a Mandel’štam, e dalla nascita di riviste culturali e letterarie sulle cui pagine il dibattito critico fu intenso e appassionato. La voce più significativa e originale del periodo fu Anatolij N. Rybakov (1911-1998), con I figli dell’Arbat (1987). A partire dai primi anni Novanta si affermarono varie scuole e tendenze letterarie, sulle quali si impose il postmodernismo, che ebbe tra i suoi esponenti più significativi Evgenij Popov (1946). Nelle opere della nuova generazione di scrittori si riflettono il senso di precarietà, l’incertezza e la confusione in cui si dibatte la società russa odierna, e le convenzioni letterarie tradizionali sono abbandonate a favore della sperimentazione di nuove forme linguistiche e stilistiche, più consone alla rappresentazione della quotidianità e dei suoi orrori. Tra i nomi di spicco si citano le scrittrici Ljudmila Petruševskaja (1938), Tatjana Tolstaja (1951) e Julia Snegova (1961), e gli scrittori Vladimir Vojnovic (1932), Vladimir Sorokin (1955) e Michail Šiškin (1963).
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