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Terrorismo

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11 settembre 200111 settembre 2001
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Introduzione

Terrorismo Metodo di lotta basato sul ricorso alla violenza, reale o minacciata, volto a generare un diffuso sentimento di insicurezza e di panico e quindi a creare un clima favorevole alla realizzazione di obiettivi di natura politica o militare.

Il fenomeno terroristico può svilupparsi in situazioni di gestione autoritaria del potere, dove può risultare impossibile, o comunque difficile e rischioso, condurre pubblicamente e pacificamente una lotta politica al gruppo o al partito al potere; o anche in situazioni i cui viga un sistema democratico, quando minoranze che non possono far conto sulla presa del potere attraverso libere elezioni, vogliano con la violenza determinare un radicale cambiamento politico; o quando si intenda perseguire la liberazione di territori occupati da un esercito o da una forza nemica (vedi Guerra asimmetrica).

Il termine può anche essere riferito alla violenza, più o meno illegale e più o meno nascosta, attuata dai gruppi al potere contro le opposizioni o dallo stato stesso contro i propri cittadini (vedi Terrorismo di stato).

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Un fenomeno complesso e controverso

Negli ultimi decenni è stata prodotta una notevole mole di studi politici e giuridici sul terrorismo. In generale, si parla di terrorismo quando la violenza, finalizzata appunto a “terrorizzare”, viene esercitata da soggetti non istituzionali ed è rivolta contro obiettivi civili. Tuttavia, entrambi questi elementi non sono dirimenti e non tracciano un netto confine tra violenza terroristica e altri tipi di violenza.

Infatti, a praticare il terrorismo possono essere anche soggetti istituzionali, come l’esercito o i servizi segreti di un paese, e gli obiettivi possono essere militari. Ad esempio, in Sud America (in Argentina, in Cile, in Brasile, in Paraguay, in Messico ecc.) sono state (e in alcuni casi sono ancora) le forze armate e la polizia a ricorrere più spesso a forme di terrorismo. D’altra parte, le guerriglie nazionaliste o i movimenti resistenziali (oggi frequentemente associati al terrorismo) hanno rivolto prevalentemente le armi contro obiettivi militari, fossero questi costituiti dagli eserciti del loro stesso paese oppure da forze di occupazione straniere.

Non sono dirimenti neanche altri elementi, quali ad esempio il tipo di tecnica o di arma utilizzato (attentati, uccisioni, rapimenti, sabotaggi, dirottamenti aerei ecc.), l’efferatezza dell’atto, o la “legittimità” dell’uso della violenza. Infatti, armi e tecniche utilizzate dai terroristi non si discostano molto da quelle utilizzate dalle forze regolari e le azioni di queste ultime possono risultare efferate quanto quelle di un gruppo terroristico.

Per quanto riguarda invece la legittimità dell’uso della violenza (legittimità che è riconosciuta, ad esempio, nei casi di resistenza a una potenza straniera o di sopravvivenza), questa risente fortemente del contesto politico e diplomatico e dei rapporti tra le forze in campo. Ad esempio, può succedere che uno stato scenda a patti oppure faccia suo alleato un movimento precedentemente definito terroristico (come nel caso dell’IRA nord-irlandese oppure dell’Esercito di liberazione del Kosovo). Può succedere, al contrario, che l’attività militare di un movimento, precedentemente approvata e finanche sostenuta, venga poi definita terroristica: è il caso dei mujaheddin che combatterono in Afghanistan, che l’amministrazione statunitense sostenne e definì “freedom fighters” (combattenti della libertà) allorché contrastavano le forze sovietiche, per poi declassarli a terroristi quando rivolsero le armi contro altri obiettivi.

Il terrorismo ha assunto un ruolo centrale nel dibattito politico internazionale soprattutto in seguito agli attentati a New York e Washington dell’11 settembre 2001. Per gli Stati Uniti questo fenomeno costituisce oggi la principale minaccia al sistema democratico e all’ordine internazionale, e già all’indomani degli attentati gli USA hanno lanciato una poderosa offensiva contro l’Afghanistan, considerato il principale santuario di Al Qaeda, l’organizzazione terroristica creata da Osama Bin Laden. Le stesse Nazioni Unite hanno approvato nel 2004 una risoluzione sulla lotta al terrorismo, che condanna il ricorso a questa forma di violenza “quali che siano le motivazioni”.

Tuttavia, le Nazioni Unite non sono ancora pervenute a una definizione univoca e universalmente accettata del termine, necessaria sia per distinguere il fenomeno terroristico dalle lotte legate alla resistenza e alla sopravvivenza, sia per predisporre gli strumenti atti a contrastarlo militarmente e a perseguirlo penalmente. Non è infatti facile mettere d’accordo la comunità internazionale su questo argomento. Molti stati, tra cui le maggiori potenze (Stati Uniti, Russia e Cina), hanno fatto ricorso in passato e ricorrono tuttora a pratiche spesso difficilmente distinguibili da un atto terroristico. Al centro del dibattito in seno alle Nazioni Unite vi è anche il rispetto dei diritti umani, che spesso viene eluso dagli stati proprio in nome della lotta al terrorismo.

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Cenni storici

Le origini del terrorismo moderno si possono far risalire al “terrore” attuato dai giacobini durante la Rivoluzione francese. Il fenomeno si sviluppò poi nel XIX secolo sull’onda della diffusione dei fermenti nazionalistici e dei movimenti politici rivoluzionari. In Europa furono soprattutto i nichilisti russi e i seguaci dell’anarchismo ad adottare forme di lotta terroristiche, rendendosi responsabili di numerosi attentati tra i quali quelli contro lo zar Alessandro II nel 1881 e quello contro il re d’Italia Umberto I di Savoia nel 1900.

Nel periodo tra le due guerre mondiali, metodi terroristici furono ampiamente utilizzati da movimenti e regimi autoritari e totalitari per conquistare il potere e per consolidarlo. È il caso dell’Italia, dove l’avvento del fascismo fu preceduto da una campagna di violenze terroristiche continuata anche dopo la conquista del potere; della Germania, dove il movimento nazista, conquistato il governo in seguito a elezioni democratiche, creò attraverso il terrorismo le condizioni per ottenere lo stato d’emergenza e sbarazzarsi di ogni opposizione; dell’Unione Sovietica, con le varie ondate di purghe staliniane. L’arma del terrorismo fu praticata su vasta scala dalle milizie repubblicane e franchiste durante la guerra civile spagnola (1936-1939).

Anche durante la seconda guerra mondiale vi fu un ampio ricorso a pratiche terroristiche, sia da parte delle forze regolari (stragi di civili, rappresaglie, distruzioni di intere città attraverso bombardamenti aerei), sia da parte delle organizzazioni della Resistenza, che ovviarono in questo modo alla loro inferiorità militare.

A causa dei conflitti generati volta per volta da questioni coloniali, nazionali, politiche, religiose ed etniche, nel secondo dopoguerra il fenomeno vide un’estesa diffusione e diventò, oltre che strettamente connesso alla lotta politica (anche nei paesi democratici) e al fenomeno della criminalità organizzata, uno dei maggiori strumenti del confronto della Guerra Fredda. Le due superpotenze nemiche, Stati Uniti e Unione Sovietica, ricorsero direttamente a pratiche terroristiche o sostennero regimi che le applicarono su vasta scala.

In Europa occidentale, metodi di lotta terroristici si diffusero tra i settori indipendentisti nelle Province Basche e in Irlanda del Nord (vedi Separatismo basco e Questione irlandese) e, in misura minore, in Francia (Corsica) e in Italia (soprattutto in Sicilia e in Alto Adige; vedi Questione altoatesina). Diversi paesi europei conobbero, negli anni Sessanta e Settanta, lo sviluppo di un terrorismo di matrice prettamente politica, legato alle lotte studentesche e operaie, che risentiva sia del generale clima di contestazione sia delle lotte anticolonialiste e terzomondiste asiatiche, africane e sudamericane. In quegli anni operarono in Europa molti gruppi politici la cui attività (anche terroristica) era rivolta a saldare la lotta politica interna a quella antimperialistica internazionale. Significativa fu in Germania la vicenda della Rote Armee Fraktion, contro cui il governo tedesco adottò provvedimenti fortemente restrittivi delle libertà personali, giungendo a interdire ai membri di partiti o organizzazioni di sinistra il lavoro presso gli uffici pubblici. Anche in Grecia e in Francia agirono diverse sigle terroristiche di prevalente ispirazione antimperialista.

Tra i paesi industrializzati, movimenti terroristici operarono in Giappone (dove l’ultimo grave attentato alla metropolitana di Tokyo, compiuto da una setta religiosa, risale al 1995) e negli Stati Uniti, dove movimenti “suprematisti” di estrema destra compirono diversi attentati, tra cui quello attuato nel 1995 a Oklahoma City, costato circa 170 vittime. Per quanto riguarda gli Stati Uniti c’è anche da considerare l’attività, a tutti gli effetti terroristica, di organizzazioni razziste quali il Klu Klux Klan, attiva già dalla seconda metà dell’Ottocento.

Costituisce un capitolo a parte il terrorismo in America latina, legato alle convulse e drammatiche vicende politiche del continente, esasperate dalle ingerenze imperialistiche statunitensi. Contro i vari regimi dittatoriali latinoamericani operarono, a partire dagli anni Sessanta, diversi movimenti guerriglieri e terroristici, ispirati alla rivoluzione cubana e al pensiero di “Che” Guevara ma anche al maoismo, come la formazione guerrigliera peruviana Sendero Luminoso. In America latina l’arma del terrorismo fu sistematicamente usata dai regimi dittatoriali o autoritari (vedi, ad esempio, Piano Condor), attraverso il coinvolgimento diretto di eserciti e polizie oppure di bande paramilitari conosciute con il nome di “squadroni della morte”.

In Italia il fenomeno durò a lungo e coinvolse, oltre che organizzazioni estremistiche della sinistra e della destra, settori più o meno deviati dello stato e servizi segreti stranieri.

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Il fenomeno terroristico in Italia

Lo sviluppo del terrorismo in Italia avvenne sia per il ruolo del paese nello scacchiere internazionale della Guerra Fredda, sia per la crescita nell’ambito della sinistra di settori ispirati a ideologie rivoluzionarie leniniste oltre che resistenziali; tra questi movimenti riprese forza negli anni Sessanta il mito della “rivoluzione mancata” all’indomani della seconda guerra mondiale. Nel 1969, con la strage di piazza Fontana a Milano, dove una bomba piazzata in una filiale della Banca Nazionale dell’Agricoltura causò 16 morti e 87 feriti, si inaugurò in Italia quella conosciuta con il nome di “strategia della tensione”. L’Italia fu investita da una tragica ondata di attentati, con la regia di settori deviati dello stato, ambienti massonici (vedi Massoneria), servizi segreti e governi stranieri, e con la manovalanza fornita da organizzazioni neofasciste (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Ordine Nero, Nuclei Armati Rivoluzionari ecc.).

Lungo è l’elenco delle stragi che colpirono il paese in quegli anni. Tra le principali, oltre a quella di piazza Fontana (definita in seguito dalla stampa “strage di stato”), vanno ricordate quella di piazza della Loggia a Brescia, dove il 28 maggio 1974 persero la vita otto persone (e un centinaio rimasero ferite) per lo scoppio di un ordigno durante una manifestazione sindacale; quella del treno Italicus, l’espresso Roma-Brennero su cui, il 4 agosto 1974, un’esplosione uccise 12 passeggeri e ne ferì 50; quella della stazione ferroviaria di Bologna, dove il 2 agosto 1980 scoppiò un potentissimo ordigno collocato nella sala d’aspetto, causando 85 morti e centinaia di feriti (nello stesso anno precipitò, per cause mai chiarite, un aereo di linea al largo dell’isola di Ustica, causando la morte di 81 passeggeri e di tutti i membri dell’equipaggio); quella del treno 904, il rapido Napoli-Milano su cui, il 23 dicembre 1984, a San Benedetto Val di Sambro una bomba provocò la morte di 15 persone e il ferimento di oltre duecento.

Agli inizi degli anni Settanta settori di quella cospicua area di sinistra uscita dalle lotte studentesche e operaie del Sessantotto, spinti da una situazione politica ritenuta bloccata e temendo l’avvento di un regime autoritario, individuarono nella lotta armata contro le istituzioni dello stato l’unica via praticabile per affermare i diritti delle classi popolari. La strategia terroristica, abbracciata da una miriade di organizzazioni armate di sinistra (Brigate Rosse in primo luogo, poi Prima Linea, Nuclei Armati Proletari, Nuclei Comunisti Combattenti ecc.) e di destra, costò al paese un lacerante conflitto sociale e molte vite umane.

L’atto più eclatante di quella strategia fu il sequestro e l’uccisione, nel 1978, del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro; ma è lunga la sequenza delle uccisioni e dei ferimenti di uomini politici, magistrati, giornalisti, membri delle forze dell’ordine, sindacalisti, semplici cittadini.

Negli anni Ottanta la criminalità di stampo mafioso adottò tecniche terroristiche proprie del radicalismo politico, con attentati a uomini politici e sindacalisti, a membri delle forze dell’ordine (tra cui Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1982), a giudici (tra i quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992). Nel 1993 la mafia siciliana lanciò un’inaudita sfida allo stato, colpendo con attentati la Galleria degli Uffizi e la torre dei Georgofili a Firenze (uccidendo 5 persone), il Padiglione d’arte contemporanea a Milano (causando 5 vittime), la cattedrale di San Giovanni e la chiesa di San Giorgio al Velabro a Roma (causando diversi feriti).

Oggi in Italia il fenomeno terroristico di stampo politico è del tutto marginale, sebbene nel 1999 e nel 2002 un piccolo gruppo ispirato alle Brigate Rosse tese due agguati mortali a Massimo D’Antona e Marco Biagi, consulenti del ministero del Lavoro. Negli ultimi anni diversi attentati sono stati realizzati perlopiù a scopo dimostrativo da gruppi della galassia anarchica cosiddetta “insurrezionalista”.

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