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Ereditarietà

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Cromosomi del moscerino dell’acetoCromosomi del moscerino dell’aceto
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1

Introduzione

Ereditarietà Trasmissione delle caratteristiche di un individuo alla progenie. Il fattore che viene trasmesso prende il nome di carattere ereditario o, più semplicemente, carattere, e può variare da una semplice caratteristica somatica (ad esempio, il colore degli occhi) alla predisposizione a sviluppare alcune malattie (ad esempio, certe forme di cancro). Gli elementi a cui sono legati i caratteri ereditari sono i geni, il cui studio prende il nome di genetica.

2

Cenni storici

Le prime teorie sui meccanismi alla base dei fenomeni di trasmissione ereditaria risalgono ai tempi dell'antica Grecia. In particolare, fu oggetto di centinaia di teorie il modo in cui si formano gli ibridi nelle specie vegetali; a partire dal XVIII secolo, furono avanzate anche le prime ipotesi relative agli stessi processi negli organismi animali. Tutte queste teorie contribuirono a gettare le basi per la nascita della genetica moderna, il cui fondatore è considerato il monaco austriaco Gregor Mendel che, effettuando esperimenti sulle piante di pisello, formulò fondamentali leggi sulla trasmissione dei caratteri (vedi Leggi di Mendel).

2.1

L’ereditarietà dei caratteri acquisiti di Lamarck

Al principio del XIX secolo, gli studi teorici sui meccanismi dell'ereditarietà erano concentrati soprattutto su due ordini di problemi: in che modo i caratteri ereditari vengono trasmessi fedelmente da una generazione alla successiva e in che modo si verificano e vengono trasmesse le variazioni di tali caratteri. Secondo l'ipotesi dello zoologo francese Jean-Baptiste de Lamarck, le alterazioni delle condizioni ambientali avrebbero potuto favorire negli esseri viventi la modificazione di strutture anatomiche preesistenti o la comparsa di strutture nuove, necessarie per fare fronte alle nuove esigenze. Lamarck pensava che queste strutture modificate, note come 'caratteri acquisiti', potessero essere trasmesse alle generazioni successive e fossero pertanto ereditarie. Egli supponeva, inoltre, che i risultati di questa trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti fossero cumulativi da una generazione all'altra e che potessero, eventualmente, dare origine alla formazione di nuove specie (vedi Evoluzione).

2.2

La teoria della pangenesi di Darwin

Nella seconda metà del XIX secolo numerosi scienziati, tra cui Charles Darwin, Ernst Haeckel, August Weismann e Hugo De Vries, svilupparono alcune teorie sull'ereditarietà. Uno dei principali motivi del loro interesse risiedeva nel fatto che la teoria darwiniana della selezione naturale, pubblicata per la prima volta nel 1859, non conteneva una spiegazione convincente dei meccanismi dell'ereditarietà. Darwin stesso formulò una teoria dell'ereditarietà, denominata 'teoria della pangenesi', basata sulla liberazione da parte delle cellule dell'organismo di microscopiche particelle, dette pangeni, che, circolando nel corpo e passando nelle cellule germinali maschili e femminili, avrebbero dato origine alle cellule della generazione successiva. Sempre secondo Darwin, tutte le parti dell'organismo avrebbero contribuito in modo uguale alla formazione dei pangeni e, dunque, delle cellule germinali. Come Lamarck, anche Darwin credeva nell'ereditarietà dei caratteri acquisiti. Weismann era, invece, convinto che le cellule delle ovaie e dei testicoli, che producono le uova e gli spermatozoi, non risentissero delle modificazioni a carico degli altri tessuti dell'organismo e che i caratteri acquisiti non potessero essere trasmessi dai genitori alla prole. Inoltre Weismann ipotizzava, in modo scorretto, l'esistenza di una gerarchia di particelle ereditarie, in competizione fra loro, rilasciate una di seguito all'altra durante il differenziamento embrionale (vedi Sviluppo).

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