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Libano

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Libano: bandiera e innoLibano: bandiera e inno
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7.8

Un complesso scacchiere geopolitico

Nel 1958 il paese fu teatro di una breve guerra civile, che oppose la destra cristiana filoccidentale ai gruppi arabi nasseriani; l’ordine fu ripristinato soltanto in seguito all’intervento di truppe statunitensi, che inaugurò nel paese una delicata contesa tra le grandi potenze. A Chamoun succedette alla presidenza libanese il generale Fuad Chehab, mentre la guida del governo fu assunta dal sunnita Rashid Karamé. Chehab sostenne una politica di riconciliazione tra le varie fazioni e cercò di riequilibrare gli apparati dello stato a vantaggio della componente sunnita; avvicinò inoltre il paese all’Egitto. Durante il suo mandato, Chehab fu continuamente oggetto dell’ostilità dei clan tradizionali e nel 1964 rinunciò a presentarsi per un secondo mandato, cedendo la presidenza a Charles Hélou.

Nella guerra dei Sei Giorni (1967) il Libano offrì un sostegno solo formale ai paesi arabi, nel cui ambito occupò in seguito una posizione marginale. La guerra ebbe tuttavia gravi ripercussioni sul paese, soprattutto per l’accrescersi dei rifugiati palestinesi, ulteriormente aumentati in seguito alle repressioni del Settembre nero giordano (1970). Nel 1969, dopo una violenta contrapposizione tra l’esercito libanese e le milizie della resistenza palestinese, la presenza delle truppe dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) venne ufficialmente riconosciuta dal governo libanese (accordi del Cairo). Il paese diventò da allora la principale base operativa della resistenza palestinese, esponendosi alla violenta rappresaglia israeliana.

Nel 1970 venne eletto alla presidenza della repubblica Soleiman Frangié, membro di un importante clan maronita. Nel contempo, per opera del leader druso Kamal Jumblatt, si costituì il Movimento nazionale libanese, un blocco progressista favorevole a porre fine alla divisione confessionale del regime politico libanese e vicino alla resistenza palestinese. Tra questo e i palestinesi si stabilì infatti un’alleanza, contro la quale si opposero violentemente le milizie della destra cristiano-maronita del Partito falangista (Kataeb) di Pierre Gemayel.

7.9

La guerra civile

Nell’aprile del 1975 il conflitto esplose con violenza, trasformando il Libano e in particolare Beirut in un campo di battaglia. Frangié, in accordo con i falangisti, chiese l’intervento della Siria. Questa, che aveva sino ad allora sostenuto le forze della sinistra, nel gennaio 1976, temendo la crescita dell’influenza palestinese, corse in soccorso dei cristiani e li sostenne nell’assedio del campo profughi palestinese di Tal al-Zaatar, che si concluse dopo cinquanta giorni con il massacro di un migliaio di civili. In giugno la Siria intervenne direttamente nel conflitto, entrando con le sue truppe a Beirut. Il 16 ottobre una conferenza tra l’OLP e i rappresentanti della Lega araba approvò la presenza delle forze siriane in Libano, ponendo fine alle ostilità; pochi giorni dopo, la Lega araba creò una forza di dissuasione, composta in prevalenza da soldati siriani. Beirut fu divisa, da est a ovest, dalla cosiddetta “linea verde”, che separava la zona nord, cristiana, da quella sud, musulmana.

Cessata la cosiddetta “guerra dei due anni”, continuarono tuttavia le violenze, anche a causa dell’estrema precarietà delle alleanze. Nel 1977 fu assassinato Kamal Jumblatt, mentre si accesero violenti scontri tra i siriani e le milizie cristiane. Nel marzo del 1978 l’esercito israeliano entrò una prima volta nel Libano contro le forze dell’OLP, costringendole a ripiegare a nord. L’assassinio di Tony Frangié, il figlio del presidente, in giugno, fu seguito da scontri tra le milizie arabe filosiriane e quelle falangiste. Nell’aprile del 1979 il generale cristiano libanese Saad Haddad, sostenuto da Israele, proclamò lo “Stato del Libano del Sud” sui territori meridionali del paese.

Agli inizi degli anni Ottanta il Libano era in preda a un totale caos, frazionato territorialmente e controllato da decine di milizie armate raccolte volta per volta in instabili alleanze.

7.9. 1

L’intervento israeliano e il massacro di Sabra e Chatila

Nel giugno del 1982 Israele lanciò l’operazione “Pace in Galilea” e invase nuovamente il paese. Le truppe israeliane penetrarono fino a Beirut, sottoponendo i quartieri arabi della città a un intenso bombardamento allo scopo di sfiancare le milizie palestinesi e quelle loro alleate e di eliminare il capo dell’OLP Yasser Arafat. Il 20 di agosto, stretti in una morsa tra israeliani e falangisti, i combattenti palestinesi furono costretti a lasciare Beirut. Bechir Gemayel, succeduto al padre Pierre alla guida della Falange cristiana, fu posto alla presidenza del paese ma venne assassinato a settembre e sostituito dal fratello Amin (vedi Gemayel). A distanza di poche ore, le milizie del Partito falangista, con il beneplacito delle truppe israeliane, penetrarono nel campo profughi di Sabra e Chatila e massacrarono duemila civili, in gran parte donne, vecchi e bambini, causando la reazione internazionale e l’invio di un contingente di pace che si stanziò nella capitale libanese.

7.9. 2

Dalla “guerra delle montagne” alla “guerra dei campi”

Nel settembre del 1983 prese avvio la “guerra delle montagne”. Guidati da Walid Jumblatt, il figlio di Kamal, e appoggiati dai palestinesi e dall’artiglieria siriana, i drusi respinsero gli attacchi cristiani. In ottobre, due devastanti attentati attribuiti a milizie radicali sciite causarono a Beirut la morte di più di trecento soldati statunitensi e francesi, inducendo al ritiro il contingente internazionale. Nel febbraio del 1984 si consumò la “battaglia di Tripoli” tra siriani e palestinesi, i quali furono costretti a lasciare il paese. Nel marzo del 1984, dopo molti mesi di negoziazioni, i capi politici delle principali fazioni si accordarono sulla formazione di un governo di unità nazionale affidato alla guida del sunnita Rachid Karamé.

Nel 1985 Israele ritirò le sue truppe dal paese, creando tuttavia una “fascia di sicurezza” a ridosso del confine e lasciandone il controllo agli alleati cristiani dell’Esercito del Libano del Sud, che dovette fronteggiare la forte presenza nella zona della milizia sciita dell’Hezbollah (“Partito di Dio”), sostenuto dall’Iran. Gli occidentali rimasti a Beirut divennero – anche a causa dell’attacco americano alla Libia nell’aprile 1986 – l’obiettivo degli estremisti sciiti, mentre le forze israeliane continuarono a compiere raid contro le postazioni dei palestinesi nel sud del paese. L’occupazione da parte delle forze siriane del settore musulmano di Beirut (giugno del 1987) riuscì a porre temporaneamente fine agli scontri tra le diverse fazioni. Per otto mesi, fino al marzo dell’anno successivo, la Siria sostenne poi il movimento sciita Amal nella cosiddetta “guerra dei campi” contro i palestinesi dell’OLP.

7.10

La fine della guerra civile

Al termine del suo mandato presidenziale, nel settembre del 1988, Gemayel nominò il generale cristiano Michel Aoun a capo di un governo provvisorio che non venne riconosciuto dalle fazioni musulmane. Nel marzo del 1989 Aoun lanciò una fallimentare offensiva (detta “guerra di liberazione”) contro le truppe siriane. Nell’ottobre 1989 i rappresentanti delle varie fazioni libanesi si riunirono a Ta’if, in Arabia Saudita, e si accordarono sull’elezione del nuovo presidente, sul ritiro siriano e su una Costituzione che concedesse maggior potere ai musulmani. Nonostante l’opposizione di Aoun, che temeva una divisione permanente del Libano, il 5 novembre il Parlamento ratificò gli “accordi di Ta’if” ed elesse alla presidenza il cristiano-maronita René Moawad. A questi, assassinato dopo diciassette giorni, successe Elias Hrawi, anch’egli maronita, appoggiato dalla Siria. Nei mesi successivi l’esercito libanese, con l’aiuto siriano, ripristinò il controllo su gran parte del paese, ponendo fine alla guerra che, dal 1975 al 1990, aveva provocato più di 150.000 morti e la distruzione di Beirut, suo principale teatro.

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