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Sociobiologia Disciplina scientifica che studia le basi biologiche dei comportamenti sociali degli animali, quali l’altruismo, l’aggressività, la territorialità, la formazione di relazioni sociali e la selezione sessuale (ossia scelta del partner). Il tentativo della sociobiologia è di cercare un’interpretazione che spieghi in modo unitario comportamenti che si ritrovano in specie animali molto differenti fra loro, compresa la specie umana. La ricerca sociobiologica si avvale di un approccio interdisciplinare, in cui convergono, in particolare, l’etologia, la genetica di popolazione e la sociologia. I sociobiologi cercano di estendere la teoria dell'evoluzione ai sistemi sociali e al comportamento animale, ritenendo che i modelli comportamentali si affermano o scompaiono dopo essere passati attraverso il processo della selezione naturale.
Sebbene la sociobiologia sia una disciplina relativamente recente, gli argomenti che affronta sono, in realtà, temi discussi da tempo. Nella seconda metà dell’Ottocento, il naturalista inglese Charles Darwin, autore della teoria dell’evoluzione, si interessò alla questione dell’altruismo, ovvero alla tendenza di un individuo a favorire altri, anche a costo di ridurre la sua possibilità di sopravvivere o di riprodursi. I comportamenti altruistici comprendono, ad esempio, la cura delle larve da parte delle formiche operaie, che sono sterili, e il grooming, attività di cura della pelliccia di un altro individuo presente in molte scimmie, che riduce il tempo a disposizione che un animale ha per la cura personale e per le attività riproduttive. Nel tentativo di fare rientrare i comportamenti altruistici all’interno dei meccanismi della selezione naturale, Darwin elaborò un’ipotesi che in seguito sarebbe stata proposta anche dai sociobiologi: ossia che l’individuo che esegue comportamenti altruistici, sebbene riduca in qualche modo la sua possibilità di riprodursi e, quindi, il suo contributo al pool genico della popolazione, comunque non contribuisce alla sopravvivenza delle altre specie.
Darwin, però, non diede alcuna spiegazione su come il processo della selezione possa ricompensare il sacrificio riproduttivo del singolo individuo; se questo non si riproduce, i suoi geni dell’altruismo sono destinati a scomparire dal patrimonio dei geni della popolazione cui esso appartiene e, dunque, il comportamento altruistico sembrerebbe sfavorito. La teoria dell’evoluzione di Darwin fu applicata in campo sociale da una corrente di pensiero, il darwinismo sociale, che si può considerare il primo nucleo delle teorie sociobiologiche. Secondo i darwinisti sociali l’effetto della selezione naturale operava sugli individui; in seguito, l’attenzione degli studiosi si incentrò sugli effetti della selezione sui singoli geni. Le successive correnti sociobiologiche, cioè, ritenevano che alla base del comportamento vi fosse la necessità di “affermazione” di ciascun singolo gene rispetto agli altri, all’interno del pool genico di una popolazione.
Secondo questa prospettiva, nel 1960, il biologo britannico W.D. Hamilton sviluppò il concetto di selezione parentale, che mirava a spiegare, in particolare, l’altruismo. Questa teoria dimostra con precisione matematica che gli individui all’interno di una specie possono accrescere il proprio potenziale riproduttivo assumendo comportamenti altruistici nei confronti dei consanguinei purché il costo di tali comportamenti non superi il vantaggio che ne deriva. Secondo questa interpretazione possono essere spiegati molti aspetti del comportamento degli insetti sociali (api, vespe, formiche) e di mammiferi, come i leoni, organizzati in società di individui strettamente imparentati.
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