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Introduzione; Territorio; Popolazione; Divisioni amministrative e città principali; Economia; Ordinamento dello stato; Storia
Durante il periodo sovietico l’economia del paese, basata tradizionalmente sull’agricoltura, ricevette forte impulso dal settore industriale, che attualmente occupa il 15% della forza lavoro e fornisce il 20,9% del PIL. Il comparto più redditizio è quello estrattivo, favorito dalla presenza di vasti giacimenti di carbone, oro, antimonio e uranio, mentre l’industria manifatturiera è ancora limitata alla lavorazione dei prodotti derivanti dall’agricoltura e dall’allevamento (come lana, carne e pelli). Nel 2005 il prodotto interno lordo del paese ammontava a 2.441 milioni di dollari USA, pari a 474,50 dollari pro capite. Nonostante la scoperta di alcuni giacimenti di gas naturale e petrolio nella valle di Fergana, il paese è tuttora dipendente dall’importazione di combustibili. I fiumi Naryn e Ču sono impiegati, sebbene non ancora al massimo del loro potenziale, per la produzione di energia idroelettrica. L’agricoltura occupa il 43% della forza lavoro e, insieme all’allevamento di cavalli, pecore e bovini, costituisce una voce importante per l’economia della nazione (34,1% del PIL nel 2005). Gli estesi sistemi d’irrigazione permettono la coltivazione di cotone, cereali, riso, ortaggi, frutta, tabacco e barbabietole da zucchero. Il paese, uno dei primi fra le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale a intraprendere programmi di riforma, dopo l’indipendenza ha vissuto un periodo di stagnazione economica. Il PIL è sceso di circa il 25% nel 1992, con un brusco calo nella produzione di carbone e di gas. Il governo ha così ripiegato sulla definizione di piani produttivi di stile sovietico per far fronte alla crisi nel settore energetico. Le conflittualità etniche hanno rallentato la privatizzazione delle terre, ma un compromesso legislativo sulla loro distribuzione è stato comunque raggiunto. È stata inoltre introdotta una riforma monetaria nell’ambito della quale la Banca centrale è stata resa indipendente dal controllo parlamentare e governativo; ciò ha permesso al Kirghizistan di diventare la prima delle ex repubbliche sovietiche a coniare, nel 1993, una propria moneta (il som), violando però le regole stabilite dalla Comunità degli stati indipendenti e incontrando l’opposizione da parte di numerosi stati vicini. Nel gennaio del 1994 il paese ha formato con il Kazakistan e l’Uzbekistan un’area di libero scambio commerciale.
Repubblica federata dell’Unione Sovietica (URSS) dal 1936, il Kirghizistan è diventato indipendente nel 1991. Con la Costituzione promulgata nel 1993 il paese si è dato un sistema politico di tipo presidenziale. Nell’ottobre 2007 è stata introdotta una nuova Costituzione, che ha formalmente introdotto un regime presidenziale; il presidente ha tuttavia conservato ampi poteri, soprattutto per quanto riguarda la formazione del governo. Il presidente è eletto a suffragio universale ogni cinque anni. Il potere esecutivo spetta a un governo alla cui guida è un primo ministro. L’esercizio del potere legislativo spetta a un Parlamento unicamerale (Consiglio supremo) di 90 membri, eletti a suffragio universale ogni cinque anni. Il sistema giudiziario prevede al suo vertice una Corte suprema e una Corte costituzionale. Con la nuova Costituzione è stata abolita la pena di morte, che è stata sostituita dall’ergastolo. Il Kirghizistan è membro della Comunità di stati indipendenti.
Il popolo kirghizo viene menzionato in fonti cinesi del II secolo a.C. e alcuni ritrovamenti archeologici documentano la sua presenza nell’area del Tian Shan nel corso del I secolo a.C. Diviso per secoli in tribù, pur non avendo raggiunto un’unità nazionale, non fu mai sottoposto alla dominazione di altri popoli; attorno al XVI secolo migrò verso occidente per occupare la regione corrispondente all’attuale Kirghizistan, che verso la fine del XVII secolo venne conquistata dalla popolazione mongola degli oiroti, cadendo quindi, nel corso del XIX secolo, sotto il controllo del khanato di Kokand.
La penetrazione russa della regione iniziò nel 1855; nel 1876 le forze zariste incorporarono il territorio all’impero come parte della provincia del Turkestan. Nel 1916 il Kirghizistan si ribellò, insieme con altre regioni centroasiatiche, al dominio zarista; la durissima repressione che ne seguì spinse molti kirghizi a cercare rifugio in Cina. Dopo la Rivoluzione russa, la resistenza kirghiza (guidata da capi locali alleati delle Armate Bianche) fu piegata dalle forze bolsceviche e nel 1921 la regione divenne parte della Repubblica autonoma socialista sovietica del Turkestan (che comprendeva parti di territorio di Kazakistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan). Organizzato in provincia autonoma (1924) e quindi in repubblica autonoma (1926), il Kirghizistan divenne repubblica federata all’Unione Sovietica nel 1936. A partire dalla fine degli anni Venti il paese fu sottoposto a un’intensa russificazione e alla collettivizzazione forzata, che causarono frequenti rivolte; nel contempo fu avviato un processo di industrializzazione su larga scala, che sconvolse l’economia tradizionale basata sull’allevamento nomade. Dopo la seconda guerra mondiale, il malcontento dei kirghizi nei confronti di Mosca si tradusse, in più occasioni, in aperte rivolte, soprattutto durante la campagna antireligiosa intrapresa dalle autorità sovietiche contro i luoghi santi di Osh (1956-1964).
La fine del sistema comunista in URSS condusse il paese all’indipendenza (1991) e all’ingresso nelle Nazioni Unite (1992). L’ambizioso programma di riforme avviato dal presidente Askar Akajev si scontrò sia con l’inefficiente e corrotto apparato statale, sia con i potenti clan locali, i quali, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, riuscirono a stabilire un forte controllo sull’economia del paese e in particolare sul redditizio traffico della droga proveniente dall’Afghanistan. Nei primi anni della sua indipendenza, il nuovo stato diventò il modello di democratizzazione dell’Asia centrale. In realtà, confermato nel 1995 alla presidenza, Akajev rafforzò il suo potere a danno delle opposizioni, intensificando i caratteri autocratici del regime. Ma non riuscì ad affrontare la grave situazione economica del paese, dipendente in larga parte dagli aiuti internazionali, e ad attenuare il grosso divario tra il nord e il sud del paese. Nel dicembre del 1998 il Kirghizistan diventò membro dell’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO). Alla fine degli anni Novanta la situazione si aggravò ulteriormente, sia per l’insorgere di gruppi islamisti uzbeki nel sud del paese, sia per le tensioni territoriali con il confinante Uzbekistan (riguardanti in particolare l’enclave uzbeka di Sok, per cui il governo di Taškent reclamava un corridoio di accesso). Nel contempo continuò il ritiro delle truppe russe, che conservarono solo alcune guarnigioni lungo la frontiera cinese.
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