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Introduzione; L’ascesa al potere; L’alleato dell’Occidente; L’isolamento internazionale; La famiglia-stato; La caduta del regime
Saddam Hussein (Tikrit 1937 – Baghdad 2006), uomo politico iracheno, presidente dell’Iraq (1979-2003). Nato da una famiglia sunnita molto povera, fu adottato dallo zio paterno, ricongiungendosi all’età di tre anni alla madre, quando questa, abbandonata dal marito, si risposò. Maltrattato dal patrigno, Hussein si trasferì nel 1955 a Baghdad e nel 1957 aderì al partito Baath. Nel 1959 prese parte al complotto contro Abd al-Karim Kassem, il principale protagonista del colpo di stato che l’anno precedente aveva instaurato la repubblica nel paese. Ricercato dalla polizia, Hussein si rifugiò prima in Siria e poi in Egitto, dove studiò diritto, rientrando in Iraq nel 1963, quando Kassem fu definitivamente rovesciato. Nello stesso anno sposò la cugina Sajidah, dalla quale avrà cinque figli.
Nel 1964, dopo la cacciata dei baathisti dal governo, Hussein fu imprigionato, riuscendo però a evadere nel 1966. Operando nella clandestinità riorganizzò il partito, preparandolo al successivo colpo di stato che il 17 luglio 1968 portò al potere il cugino, il generale Ahmed Hassan al-Bakr. Diventato il numero due del regime, Hussein si circondò di fedelissimi (parenti stretti e membri del suo “clan tikrita”, arabo e sunnita), sbarazzandosi di ogni avversario reale o potenziale e stabilendo un ferreo controllo sul partito e sull’esercito. Ormai incontrastato, nel 1979 spodestò al-Bakr e concentrò nelle sue mani le cariche di capo dello Stato, delle forze armate, del Baath e del Consiglio direttivo della rivoluzione. Hussein favorì l’ascesa delle classi medie urbane sunnite, ottenendone il consenso, ed escluse dal potere tutte le altre componenti etniche e religiose del paese. Dopo aver colpito duramente l’opposizione laica, rivolse la sua offensiva contro gli sciiti nel sud e i curdi nel nord del paese. Diventato il “Rais” (cioè il “comandante”, la “guida”) del paese, Hussein si preparò a una nuova sfida, la conquista della leadership del mondo arabo-sunnita già appartenuta al presidente egiziano Gamal Abd el Nasser. Fu soprattutto per raggiungere questo obiettivo che, conscio della popolarità di cui godeva tra le masse arabe la lotta nazionalista palestinese, Hussein fu tra i più convinti sostenitori dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat.
Sul piano internazionale, Hussein raffreddò i rapporti con l’Unione Sovietica, riavvicinando il paese alle monarchie del Golfo Persico e ai paesi occidentali. Furono questi, e in particolare gli Stati Uniti e la Francia, che, temendo la diffusione dell’influenza dell’ayatollah iraniano Ruhollah Khomeini nel mondo islamico, fornirono aiuti economici e militari al regime di Baghdad, facendone un baluardo contro il radicalismo sciita e, nel contempo, una potenza regionale. Nel settembre del 1980, con il beneplacito delle monarchie del Golfo e dell’Occidente, Hussein si lanciò in una cruenta e costosa guerra contro l’Iran. Il conflitto, destinato secondo le intenzioni del Rais a durare poche settimane, si protrasse invece, tra offensive e controffensive violentissime, fino all’agosto del 1988, quando i due paesi, entrambi stremati, sottoscrissero un cessate il fuoco. La guerra costò al paese elevatissime perdite umane ed economiche, rinfocolando le opposizioni, che Hussein tuttavia combatté con una sistematica e spietata repressione, incarcerando, torturando e uccidendo decine di migliaia di persone. Nel 1982 Hussein subì un attentato nel villaggio di Dujail (situato a nord di Baghdad), contro il quale scatenò un’immediata ed efferata rappresaglia che costò la vita a 148 persone. Nel 1987, per piegare la resistenza curda nel nord del paese, lanciò l’operazione “Anfal” (traendone il nome, che vuol dire “bottino”, da una sura del Corano), che si protrasse per tre anni e provocò, anche a causa dell’utilizzo di armi chimiche, decine di migliaia di vittime tra la popolazione civile e centinaia di migliaia di profughi.
Dopo lo smacco subito contro l’Iran, Hussein riuscì a conservare il potere soprattutto grazie a una politica che combinava il terrore alla propaganda nazionalista e a uno smisurato culto della personalità. Nel 1988 il rais prese una seconda moglie, Samira Fadel Shahbandar, figlia di un importante notabile di Baghdad. Considerato ormai un sanguinario tiranno dall’opinione pubblica mondiale, Hussein diventò un alleato scomodo sia per i paesi occidentali sia per quelli arabi, che lo sollecitarono a saldare l’enorme debito contratto con loro durante la guerra con l’Iran. Rievocando annose questioni politiche e territoriali, Hussein lanciò allora il paese in una nuova avventura e, il 2 agosto del 1990, ignorando gli ammonimenti della comunità internazionale, ordinò l’invasione del Kuwait, annettendolo all’Iraq. Immediata fu la reazione della comunità internazionale: nel gennaio 1991, una coalizione patrocinata dalle Nazioni Unite, capeggiata dagli Stati Uniti e sostenuta dai principali paesi arabi, scatenò una potente controffensiva che sbaragliò nell’arco di poche settimane le forze irachene (vedi Guerra del Golfo), assestando nel contempo un duro colpo alle infrastrutture economiche e civili del paese.
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