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Struttura articolo
Introduzione; Classificazione; Lingue e dialetti; Il movimento per la riforma linguistica; Fonetica; Morfologia e sintassi
Se oggi di fatto la maggioranza dei cinesi comunica in un idioma comune, lo si deve al fatto che a partire dal secondo decennio del XX secolo prese l’avvio un importante programma di pianificazione linguistica che mirava a semplificare il sistema di caratteri dell’alfabeto della lingua letteraria, a creare una lingua parlata comune a tutta la popolazione e a sostituire gradualmente i caratteri ideografici dell’alfabeto con un sistema di caratteri fonetici.
Nel 1917 lo scrittore Hu Shih si fece promotore di una riforma che rendesse la lingua scritta e letteraria più accessibile e popolare, oltre che più flessibile all’espressione di cose e concetti moderni: questa forma semplificata del cinese letterario prese il nome di baihua, letteralmente “lingua colloquiale”, venne insegnata nelle scuole e nel 1922 venne ufficialmente adottata come lingua nazionale.
Con la costituzione della Repubblica popolare cinese (1949) il processo di pianificazione linguistica ebbe un ulteriore avanzamento verso la diffusione di una lingua comune e popolare, detta putonghua. Venne scelta come base grammaticale quella delle lingue settentrionali della famiglia del mandarino e, per quanto riguarda la pronuncia, la variante parlata a Pechino. Arricchita dal lessico baihua, questa lingua comune, a partire dal 1956, fu oggetto di un’intensa e capillare attività di insegnamento nelle scuole e nel giro di pochi decenni divenne la principale lingua di comunicazione parlata e scritta.
La lingua cinese scritta è arcaica e conservatrice, e assegna a ogni parola un segno, o carattere, distintivo ben preciso. Per leggere un giornale è necessario conoscere almeno dai 2000 ai 3000 caratteri, ma un ampio vocabolario ne comprende più di 40.000, classificabili in base al suono o alla forma. I testi più antichi scoperti finora sono responsi oracolari incisi su gusci di tartaruga e scapole di buoi da astrologi di corte della dinastia Shang, dagli inizi del XIV secolo a.C. in poi. Anche se da allora il sistema grafico è stato uniformato e modificato nello stile, rimangono fondamentalmente identici non solo i principi, ma anche parecchi fra i simboli fondamentali.
La scrittura cinese, in origine pittografica, basata cioè sulla rappresentazione pittorica degli oggetti, divenne poi ideografica, attribuendo a ciascun segno un valore concettuale di base, con la possibilità di rappresentare efficacemente anche le idee astratte, spesso attraverso la combinazione di diversi caratteri. Diversamente da altre scritture, però, quella cinese combina il sistema pittografico e quello fonetico, anche se il modo di indicare i suoni non è cambiato parallelamente all’evoluzione della pronuncia, ma è rimasto legato alla pronuncia di 3000 anni fa. Si hanno così gli elementi fondanti del sistema, parecchie centinaia di pittogrammi per parole-base quali “uomo”, “cavallo” o “ascia”, cui si aggiungono pittogrammi espansi o composti – come ad esempio il simbolo di un uomo che trasporta del grano, indicante “raccolto” e quindi “anno”. Oltre ai caratteri fonetici esistono pittogrammi di parole concrete, presi a prestito per indicare parole astratte di suono uguale o simile. Il principio è simile a quello dei rebus; il pittogramma per “paletta della spazzatura” (che si pronuncia ji) è stato usato per le parole “questo”, “suo”, “sua” (pronunciate qi o ji).
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